martedì 30 ottobre 2012

La satira di Garrincha

Gustavo Rodríguez detto Garrincha (L’Avana, 1962). Laureato in scienze geografiche. Nel 1986 comincia a pubblicare vignette satiriche su alcuni periodici cubani (Mujeres) e messicani. Nel 1995 viene inserito tra i componenti della prestigiosa rivista satirica Palante, uno spiraglio di libertà nella Cuba del periodo speciale. Nel 1998 passa alla rivista DDT e nel 2000 ne diventa pure editore. Garrincha ha vinto 12 premi internazionali e 25 concorsi nazionali, è stato membro di giuria in molti concorsi per cartoni animati ed è stato Presidente dell’Associazione Umorismo nell’organizzazione dei giornalisti cubani. Oltre a cartoni animati, fumetti e satira, realizza animazioni, illustrazioni e pubblicità. È uscito da Cuba nel 2005, attualmente vive e lavora negli Stati Uniti. Lavora per El Nuevo Herald; Cubaencuentro e Martí Noticias di Miami, in lingua spagnola e con diverse riviste pubblicate in inglese. Il suo blog è http://garrix.blogspot.it/. Dice di se stesso: “Disegnatore con tendenza alla sinusite, ad ascoltare musica, a far tardi con gli amici e a guardare il baseball la domenica pomeriggio. Nessuno è perfetto”. (Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi).

28 - 29 ottobre 2012 - dopo il passaggio di Sandy da Cuba



ALTRE VIGNETTE




Gustavo Rodriguez

(Garrincha)

Dibujante desde niño.

Nadie es perfecto, lo sé.

Comencé a publicar historietas en 1986 en la revista Mujeres, en La Habana.

Años después, colaboré con casi todas las publicaciones del país.

Participé en muchas exposiciones y concursos de humor gráfico con unos cuantos premios.

He hecho casi de todo: Caricatura editorial, gag cartoon, ilustración de libros, guiones, historieta, diseño, animación, postales…

Lo mismo para medios impresos que para digitales.

Me fui de Cuba en el 2005.

Actualmente vivo, trabajo y disfruto en Estados Unidos.

Publico regularmente en El Nuevo Herald, Cubaencuentro y Martí Noticias.

Colaboro con otras publicaciones en inglés también.

Esclavo alegre y voluntario de mi profesión, mis amigos, del fútbol en cualquiera de sus versiones y de la buena música.

Gordiano Lupi

venerdì 26 ottobre 2012

Guillermo Cabrera Infante alla Fiera del Libro di Miami


Si presentano le Opere Complete


Nel corso della Fiera del Libro di Miami, che si svolgerà dall’11 al 18 novembre, sarà presentato il primo volume delle Opere Complete del defunto scrittore cubano Guillermo Cabrera Infante. Il primo volume, pubblicato da Galassia Gutemberg - Circolo dei Lettori, raccoglie i testi pubblicati nei libri “Un oficio del siglo XX” (Un mestiere del ventesimo secolo, ndt) e in “Cine o sardina” (Cinema o sardina, ndt), inediti in Italia. Si tratta di una serie di interviste, articoli, saggi e reportage collegati al mondo del cinema. La vedova Miriam Gómez presenterà il volume intitolato “El cronista de cine” (Il cronista del cinema, ndt), che raccoglie la maggior parte delle critiche cinematografiche scritte dall’autore dal 1929 al 2005, pubblicate con lo pseudonimo di G. Caín. La Fiera del Libro di Miami - organizzata dal Centro di Letteratura e Teatro del Miami Dad College - rende omaggio a Guillermo Cabrera Infante per la prima volta, dopo che il volume era stato presentato in Spagna.

Gordiano Lupi

giovedì 25 ottobre 2012

Sandy distrugge Santiago



L'Avana, 25 ottobre, 2012 - L'uragano Sandy ha fatto molti danni nella zona orientale dell'Isola. Due ore fa sono state diffuse le prime immagini provenienti da Santiago. La Chiesa di Santa Teresita, parrocchia di Padre Conrado, un coraggioso prete cattolico vicino alla dissidenza, è stata distrutta. Per fortuna il parroco è illeso. Yoani Sanchez scrive su Twitter che è il momento della solidarietà per ricostruire le zone colpite, bisognose di medicinali, alimenti e materiali edili. "Chissà se questa volta Raul Castro visiterà le zone colpite dall'uragano?", si chiede la blogger.


Santiago de Cuba è quasi distrutta. Danni anche al santuario del Cobre e alla cupole della cattedrale. I vecchi santuiagueros dicono di aver visto qualcosa di simile solo durante il passaggio di Flora, nel 1963. Un morto a Palma Soriano e alcuni feriti, 55 mila evacuati, abitazioni cadute a pezzi, reti elettriche e telefoniche inservibili, centri turistici e culturali distrutti. L'uragano era categoria due e ha scaricato i suoi effetti proprio su Santiago, Playa Mar Verde, con venti a 175 Km/h. Cancellati i voli aerei verso la zona orientale dell'isola.

Gordiano Lupi

Foto fornite da Yoani Sanchez

mercoledì 24 ottobre 2012

Yoani Sánchez diventa una celebrità

L’edizione spagnola della rivista People inserisce la blogger cubana tra le 25 donne più importanti del 2012

 
L’autrice del blog Generación Y viene selezionata insieme ad artiste come Shakira, Jennifer López, Sofía Vergara e Cristina Saralegui. A differenza della altre donne comprese nell’elenco, questa cubana di 37 anni non veste con eleganza in un luogo lussuoso, ma posa con disinvoltura sul muro del Malecón.

“Se potessi camminare sul tappeto rosso forse non lo farei con passo galante e con il glamour di altre donne più abituate di me alla passerella, ma lo farei senza esitazioni”, spiega in un’intervista. “Assisterò alla serata di gala con molto senso di responsabilità, consapevole della mia piccolezza. Mi sentirò come sempre: una formica che cerca di smuovere zollette di zucchero e grandi pezzi di terra per cercare di demolire dal basso un muro di censura, di controllo, di vigilanza. Per me è un onore rappresentare la donna cubana immersa nella routine, nelle mancanze materiali, in un ambiente maschilista e ostile”, aggiunge. Non sono stati certo il glamour e la bellezza a far inserire Yoani nell’elenco delle donne che esercitano un’influenza indiscutibile. Gli editori di People affermano: “Il suo blog si è trasformato un’arma politica contro la mancanza di libertà di espressione a Cuba”. La motivazione prosegue: “Yoani Sánchez è stata incarcerata, le è stata negata l’uscita dal paese in diverse occasioni, per la sua posizione dissidente nei confronti del governo cubano. La blogger è stata citata nell’elenco della rivista Time come una delle 100 persone più influenti del mondo. Il suo blog ha ricevuto il sostegno della comunità internazionale. Nel 2008, il quotidiano spagnolo El País le ha assegnato il Premio Ortega y Gasset”. Yoani festeggia su Twitter, il luogo virtuale dove si sente libera: “Oggi avrei dovuto partecipare alla cerimonia people en español - le 25 donne più importanti, ma non mi è ancora consentito uscire dal paese”.

Gordiano Lupi

martedì 23 ottobre 2012

L’arte narrativa

di Fernando Sorrentino (Buenos Aires, 1942)
Traduzione dallo spagnolo di Federico Guerrini

il libro di Sorrentino più famoso in Italia

Cogliendo per caso al volo alcune parole che, in una libreria, scambiai, attraverso il bancone, con una venditrice, quell’uomo basso e grasso seppe — per modo di dire — chi ero.

Mi diede solo il tempo di lasciare il negozio e attraversare la carreggiata. Quindi mi abbordò con decisione, mi assediò, mi costrinse a spostarmi quasi sul bordo del marciapiede, disse:

— A lei, che è solito scrivere questi racconti ridicoli, senza capo né coda, le verrà utile conoscere un episodio che mi è capitato da poco. Può utilizzarlo per scrivere un racconto che valga la pena…

La mia esperienza, la faccia di quell’uomo e le sue parole irritanti mi dissero che il suo episodio non mi sarebbe servito per scrivere alcunché.

L’impazienza è congenita in me e con il passar degli anni si è andata perfezionando, fino ad arrivare a limiti intollerabili. Per di più, avevo i minuti contati; eravamo in calle Viamonte e io avevo solo un ambizione: attraversare per Callao, alla massima velocità delle mie gambe, i tre isolati che mi separavano da Corrientes e tuffarmi nella metropolitana a Chacarita. Da qui sarei schizzato fuori verso il caffè nel quale dovevo consegnare, con la mia solita maniacale puntualità, un certo lavoro letterario a una persona forse tanto impaziente quanto lo ero io.

Cercai di dirglielo. L’uomo, al di sopra dei miei farfugliamenti, disse:

— È noto che io possiedo un gran senso dell’umorismo. O, per meglio dire, ho il senso dell’umorismo molto sviluppato…

— È lo stesso — lo interruppi.

— Mi permetta, signor scrittore, mi permetta: non è lo stesso. Lei, proprio in virtù della sua attività letteraria, dovrebbe essere il primo a conoscere e adoperare in modo adeguato la differenza di sfumature esistente fra i diversi concetti che arricchiscono la nostra lingua castigliana. O spagnola, per essere preciso, giacché, come lei certo saprà (o forse non lo sa, e, in tal caso, glielo dico adesso, non è mai tardi per imparare), don Amado Alonso provò, a un certo punto, che lingua spagnola e non lingua castigliana è il nome più appropriato per il nostro bel ed eufonico idioma. Bello, eufonico… e ricco aggiungo ora. In effetti, la vasta ricchezza del suo vocabolario colloca al nostro bel ed eufonico idioma fra i più opulenti, non so se del mondo, però perlomeno delle varie lingue che compongono il comune tronco indoeuropeo, tre o quattro delle quali (lo dico senza iattanza) padroneggio con sufficiente perfezione.

Lanciai un ostentato sbuffo di impazienza.

Fernando Sorrentino

— Molto bene. Come le dicevo, io possiedo un senso dell’umorismo molto sviluppato. Beh, in effetti, io credo che tutti nasciamo con un certo senso dell’umorismo. Poi, con il passare degli anni (è un’idea mia), alcune persone lo sviluppano di più e, altre, meno. Io, in tutta modestia, credo di annoverarmi nel primo gruppo, ossia, in quello delle persone che sviluppano con più forza il senso dell’umorismo con il quale tutti nasciamo, senso dell’umorismo che alcune persone sviluppano con più forza e, altre, con meno forza. Mi spiego ? Il fatto è che passo la vita a fare scherzi. A scopo di esempio, le confesserò che nella casa editrice… Lavoro in una casa editrice (il cui nome preferisco, per il momento, non menzionare), come revisore di traduzioni: da qui la mia grande padronanza delle lingue indoeuropee. Rettifico: la mia grande padronanza delle lingue indoeuropee non è dovuta al fatto di lavorare come revisore di traduzioni in una casa editrice (il cui nome preferisco, per il momento, non menzionare), ma, in realtà è il contrario; voglio dire, il fatto di lavorare come revisore di traduzioni in una casa editrice (il cui nome preferisco, per il momento, non menzionare) si deve alla mia grande padronanza delle lingue indoeuropee, giacché, grazie a questa, ottenni il posto di revisore di traduzioni in una casa editrice (il cui nome preferisco, per il momento, non menzionare, poiché proprio ora sono in trattative con una seconda casa editrice, il cui nome, per il momento, neppure preferisco menzionare…). Spero che lei sappia perdonarmi questa riserva: lei sa che bisogna muoversi con prudenza. Lei si offende se taccio il nome delle due case editrici ? O perlomeno di una ?

— Non mi doveva raccontare un aneddoto ? — il sudore mi correva per il collo.

— Ci stavo arrivando. Il fatto è che, nella prima di quelle case editrici (il nome delle quali preferisco, per il momento, non menzionare), mi diverto a fare scherzi. Scherzi di buon gusto, si intende. Perché io detesto gli scherzi di basso livello, le battute sporche… Siccome mi diverto a fare scherzi, i colleghi della casa editrice (il cui nome, se lei non si offende, preferisco tacere), i colleghi della casa editrice, dicevo, mi chiamano, con affetto e senza cattiveria, il pagliaccio. E non voglio incorrere in altre digressioni, vado direttamente all’aneddoto… A proposito, molta gente, in maniera sbagliata, dice e scrive digresioni invece di digressioni, come sarebbe giusto… Per la sua tranquillità, le dico che lei non fa parte del numero di questi deformatori del linguaggio, del nostro bel, eufonico e ricco idioma spagnolo, che si chiama così e non castigliano, come credono in molti…

Diedi in un brusco scalpitio di irritazione.

— Arriviamo subito all’aneddoto. Mi diverto a fare scherzi. E nella casa editrice…

— Il cui nome preferisce, per il momento non menzionare… — pensai che questa impertinenza gli facesse cambiare stile.

— In effetti, signore: il cui nome preferisco, per il momento, non menzionare — replicò offeso — E la prego di rispettare le ragioni che mi portano ad adoperare questa riservatezza in un affare così delicato. Però debbo dirle, inoltre, che non pensavo di ripetere ora questo concetto, perché ero dell’idea, che ora vedo errata, che il suddetto concetto era stato chiarito a sufficienza. Perciò, benché la mia concezione dello stile letterario sia agile e veloce, ragion per cui odio le ripetizioni, le circonvoluzioni e le digressioni (che la gente poco avezza alle questioni grammaticali chiama digresioni), ora non ho altra scelta che reiterare quel concetto: è così, mio stimato signor Sorrentino, preferisco, per il momento, non menzionare il nome della casa editrice in cui svolgo, oso pensare efficacemente, il ruolo di revisore di traduzioni, grazie alla mia grande padronanza di diverse lingue indoeuropee.

In questi casi, adotto atteggiamenti teatrali:

— Se è necessario — gemetti —, glielo chiederò in ginocchio e con le lacrime agli occhi: per quello che ha di più caro, mi racconti una buona volta il famoso aneddoto.

— È quello che farò immediatamente. Non parlerò più della casa editrice, non dirò che preferisco non menzionare il suo nome, non dirò che svolgo con efficacia il mio ruolo di revisore di traduzioni grazie alla mia grande padronanza delle diverse lingue indoeuropee e ancor più mi asterrò dal dire che i miei colleghi, con affetto e senza cattiveria, mi chiamano il pagliaccio. Tutte queste utili informazioni le lascierò, a malincuore, nel calamaio (metafora, d’altra parte, nient’affatto originale, però che può impiegarsi, legittimamente benché in maniera paradossale, nella lingua orale). E riferirò, senza permettermi la minima riflessione mordace, né il minimo giudizio lapidario, l’aneddoto che le verrà utile per scrivere un bel racconto.

Ritenni prudente rimanere in silenzio.

— Io mi diverto a fare scherzi. Di questa mia passione sono testimoni i miei colleghi della casa editrice (casa editrice sul cui nome abbiamo già concordato in maniera tacita, se vogliamo, un patto fra gentiluomini, la più importante delle cui clausole è superfluo citare e che consiste nel non menzionare il nome della casa editrice dove svolgo con efficacia il mio ruolo di revisore di traduzioni grazie alla mia grande conoscenza di diverse lingue indoeuropee e nella quale i miei colleghi mi chiamano, con affetto e senza cattiveria, il pagliaccio). Anche mia moglie va matta per i miei scherzi; mia moglie si chiama Laura (nome di origine latina, che evoca l’alloro); ma il suo cognome (palindromo) è tedesco: Renner, e significa cavallo veloce o cavallo da corsa: vede che buffo che risulta che una donna si chiami cavallo veloce o cavallo da corsa e non giumenta veloce o giumenta da corsa !

E proruppe in una serie di risate stentoree. Ricorsi all’atteggiamento istrionico di strapparmi i capelli per la disperazione.

L’uomo era passato dall’ilarità alla tosse. Dopo essersi schiarito la gola, continuò:

— E qui entriamo in pieno nel cuore dell’aneddotto. Questo occorse, si verificò, successe, accadde, ebbe luogo, o si svolse in uno dei sette giorni che composero, costituirono o formarono la settimana scorsa. Per essere più preciso, il giovedì, giorno che i romani consacravano a Giove… Io sono molto appassionato di studi mitologici e potrei parlarle ore intere sulla mitologia greco-romana alle cui fonti mi sono abbeverato, giacché fra le diverse lingue indoeuropee, la cui padronanza mi ha permesso di svolgere efficacemente il ruolo di revisore di traduzioni in una casa editrice (il cui nome preferisco, per il momento, non menzionare), non è da disprezzare l’esaustiva conoscenza che mi fa adorna di queste lingue morte, il greco e il latino, il cui studio si va trascurando, ed è un peccato, nelle ultime decadi. Non accadeva così, di certo, nei secoli XVI e XVII; si ricordi che don Miguel de Cervantes, il glorioso Monco di Lepanto, il Principe degli Ingegni, autore del Don Chisciotte, il cui titolo completo è La storia di don Chisciotte della Mancia, delle Novelle esemplari e di tante opere che hanno arricchito la letteratura occidentale, abbondava in citazioni latine nelle quali…

In quell’istante, si fermò di fronte a noi un autobus 29. Scese qualche persona. Aspettai che si mettesse in marcia e salii a bordo con un balzo.

— Fino a Pacifico — dissi, con errore deliberato.

— Deve prenderlo all’inverso, capo — rispose l’autista — Quello che torna verso Córdoba.

Scesi in Viamonte e Montevideo. Guardai indietro e immaginai quanto fosse contrariato e offeso quell’uomo basso e grasso che non aveva potuto trasmettermi l’argomento di un racconto memorabile.

Immediatamente, mi lanciai a tutta velocità verso l’avenida Corrientes.


Título español: “El arte narrativo”. Cuento incluido en el volumen Existe un hombre que tiene la costumbre de pegarme con un paraguas en la cabeza, Barcelona, Carena, 2005, 356 págs.

Fernando Sorrentino = fersorrentino@yahoo.com.ar
Per saperne di più:

Il traduttore: Federico Guerrini

• Registrado en la Dirección Nacional del Derecho de Autor de la República Argentina con el número 260.452

lunedì 22 ottobre 2012

Transatlantico di Gombrowicz

L’Argentina come punto di vista privilegiato sulla cultura stantia del mondo

Witold Gombrowicz

“Non intendo invitare alcuno ai mie gnocchi stantii”, così scrive Gombrowicz già a pagina uno del suo romanzo, ma più che un invito è una dichiarazione di intenti come andremo a vedere, o una chiava di lettura offerta fin da subito al lettore più distratto. Un punto di vista particolare, la lontananza, che offre la possibilità di vedere meglio i dettagli. Cominciamo dunque con un paradosso, termine non nuovo nella prosa di quel maestro della penna che fu Witold Gombrowicz, scrittore polacco che visse parte della sua esistenza da esiliato, in Argentina, a Buenos Aires. Da fuggiasco, da esule, da persona non grata Grombrowicz riuscirà a ribaltare il tutto, almeno nelle sue vive pagine letterarie, facendo della sua condizione svantaggiata un punto di vista privilegiato sul mondo.
Lo scrittore troverà il modo di raccontare, non troppo apertamente, di criticare quel suo Vecchio Continente, abbandonato, destinato a scontrarsi con le forze del nuovo mondo. Ai più attenti conoscitori della letteratura sudamericana, e di quella argentina in particolare, non sfuggirà il grottesco episodio, camuffato in ambito letterario, presente nelle pagine di Transatlantico, dove lo stesso Gombrowicz, o il suo alter ego letterario di turno, si incontra e dialoga con Eduardo Mallea.

La valigia di Witold Gombrowicz

Questo incontro verbale si può riassumere con un tutto è già stato detto, ogni teoria, ogni avanguardia, ogni scrittore, tutto è già stato. Nel dialogo tra lo scrittore sudamericano e quello europeo non potrà risulterà che tutto è già stato detto e scritto. Gombrowicz, dal suo punto di vista sudamericano, nel 1939, si diverte quindi a spogliare in poche pagine la presunta originalità europea dell’epoca, mescolando idiomi e anime, per finire a parlare da clandestino della tradizione argentina. Ma qual’è la tradizione Argentina? Come si può diventare universali partendo da una periferia del mondo, sia questa la Polonia di Varsavia o l’Argentina di Buones Aires? Non esiste una risposta unica anche se tutto è già stato detto. La letteratura, come amo spesso ricordare non è una scienza esatta e per questo arriva direttamente all’anima delle persone, ma la soluzione, o per meglio dire lo spunto, la riflessione, che Gombrowicz ci propone è quella figlia dell’appartenenza a una cultura considerata di serie B, conflitto che il continente sudamericano vive da sempre nei confronti dei cugini del Nord.

Un'edizione del libro

A questo proposito pare d’obbligo estrarre dalle pagine di questo romanzo una delle citazioni più famose dell’autore, cioè quel: Il Consiglio del Vicino è sempre Male Intenzionato. (da Trans-Atlantico, traduzione di R. Landau, Feltrinelli, 2005²). Dunque una delle possibilità per colmare il gap con il resto del mondo non può che essere l’irriverenza, tema che lo scrittore polacco tornerà a sviluppare e ad approfondire nella sua opera più famosa, Ferdydurke. Una tradizione irriverente non può quindi che essere ricca di aggregazione, di miscugli d’anime, di grovigli e di trame vittime del destino, una definizione, già vista per l’appunto del continente sud americano, di quel luogo di partenza per le avventure picaresche di un conte apocrifo e della sua banda, imbarcatasi in Argentina alla volta della Polonia.

Fabio Izzo

domenica 21 ottobre 2012

Il cappello bianco


di Perla DÍAZ VELASCO

 
Il rumore incessante del treno, assordante e monotono, mi conciliava il sonno. Quando c’è tanta confusione arriva un momento in cui si smette di ascoltare e tutto si annulla per diventare una musica si sottofondo …

Nella prima parte della tratta ero stato da solo e furono sei ore in cui dormii come un ghiro; so di russare perché io stesso mi sveglio e il fatto di non avere compagnia mi aiutò a riposare senza patemi né sussulti. Ero stanco. Avevo passato le due settimane precedenti nelle missioni di Veracruz inondata da un uragano; come sacerdote avrei potuto continuare a dedicarmi esclusivamente all’opera di confessione ma non essendo una persona sedentaria volli dare una mano e prestare le mie braccia ancora forti. Questo, alla mia età, è stancante.

Passata l’emergenza ero di ritorno e a onor del vero fu una benedizione ritrovarsi in quel piccolo spazio adibito a giaciglio per viaggiatori esausti. Nel dormiveglia pensavo se la casualità può in qualche modo trasformare le nostre vite e se tutto questo è ciò che ci ostiniamo a chiamare Dio; e, di conseguenza, mi chiedevo se la mia vita aveva quel senso che io mi ostinavo a dargli.

Alla stazione di Puebla il mio riposo fu interrotto. Un anziano si affacciò alla porta vetrata tra i due vagoni, mi guardò con diffidenza ed entrò senza bussare.

-Buongiorno- disse con voce roca

-Buongiorno- risposi io alzandomi a malincuore.

Quel signore portava un abito dal quale si poteva indovinare un’estrazione sociale agiata. Il cappello bianco che indossava, costava, secondo i miei calcoli, più di quanto io potessi avere con me.

 
Si sedette adagiando il cappello a fianco a sé e mi fissò sfidandomi con lo sguardo.

-Va in Messico?-

-Sì- dissi.

-Anch'io. Lei è un sacerdote, affermò.

-Sì- risposi senza dare importanza al tono di voce. Mi squadrò dall’alto in basso e si voltò verso il paesaggio che scorreva dietro il finestrino. Passarono due ore di silenzio imbarazzante prima che mi rivolgesse la parola.

-Io sono un generale.

-Ah!- Esclamai senza scompormi. Di nuovo silenzio, poi inchiodò i suoi occhi dentro i miei.

-Ero generale ai tempi di Calles …

In quel momento mi fu chiara la situazione. Era un generale che aveva combattuto i Cristeros; mi trovavo di fronte a un assassino di sacerdoti.

Mi accorsi della smorfia che stavo assumendo e questa volta fui io quello che distolse lo sguardo verso l’esterno.

Un’altra ora di silenzio, sempre più imbarazzante secondo dopo secondo.

-E dorme sonni tranquilli?- tornai a parlare. L’uomo mi guardò con sorpresa.

-Non sono un assassino …

-No? Risposi incredulo ma senza alcuna ironia.

-No! Disse categorico. Ho soltanto interpretato la parte che mi è stata imposta.

-E che lei ha accettato.

-Qualcuno doveva farlo; e io ho fatto del mio meglio.

Notai che l’anziano signore, anche se non proprio in maniera diretta, cercava una giustificazione al suo operato. Mi chiesi se fosse per l’abito che portavo.

-Iniziai molto giovane- prese a narrare per me o forse per se stesso visto che mi guardò di rado per tutto il resto del viaggio. Raccontava con pause di minuti e talvolta di ore tra un’esposizione e l’altra.

-Sono nato in paese dove la religione è parte fondamentale della vita, avevo tre zii sacerdoti e quattro zie religiose. Un posto dove è la fede in Dio che ti cresce, dove le persone non si fanno domande. Un posto dove si nasce con la fede.

Mi chiesi se non mi volesse far capire che credeva in Dio.

-I miei genitori mi fecero studiare e quando venne il momento non fu difficile trovare un buon posto nel palazzo. Dopo le cose cominciarono a mettersi male. Calles non se la faceva con i buoni a nulla, le cose dovevano andare per il verso giusto e io ero lì, non c’era altro da fare. D’altronde, con quei figli di buona donna della capitale, dei veri e propri senzadio, sarebbe stato peggio, molto peggio.

L’uomo sprofondava nei suoi ricordi.

-Certo che ci furono cose brutte, imboscate, un numero imprecisato di morti, tutti eventi che mi passano davanti agli occhi ogni sera prima di prendere sonno.

-Spesso mi sono chiesto perché Dio mi volle lì, sono un uomo forte ma mai ho pensato che dovessi spargere il mio sangue per compiere …

-“Non c’è autorità che non venga da Dio”-pensai ad alta voce. Mi guardò con gli occhi umidi e con prontezza disse:

-Lettera ai Romani, 13, 1. “Non avresti nessun potere su di me se non l’avessi ricevuto dall’alto”, dove Paolo cita i vangeli di Giovanni capitolo 19, versetto 11.

Provai a immaginare quanti anni avesse cercato nella Bibbia un modo di giustificare il suo operato e le sue decisioni.

-Molte volte ho rischiato tutto, perfino i coglioni-affermò ridendo- e sa che cosa mi ha salvato?

Pendevo dalle sue labbra. L’uomo toccò il cappello che aveva vicino.

-Il cappello?- chiesi stupito.

-Le cose non sono sempre quello che sembrano. Questo cappello bianco è stato il mio salvacondotto nelle sparatorie. C’ero sempre io di fronte a ogni reggimento mandato dalla capitale e mi chiedo, non siamo tutti figli di Dio? E quindi? Cosa è più peccato? Uccidere fratelli o persone sconosciute?

Da fuori vidi che stavamo arrivando alla capitale. Dato che taceva ormai da qualche tempo mi alzai per andare al bagno cercando di non disturbare i suoi pensieri. Al mio ritorno pareva dormisse.

Al capolinea mi permisi di toccargli la spalla.

-Siamo arrivati, non scende?-

Cadde su un lato. In silenzio lo coricai, gli chiusi gli occhi ancora semiaperti e gli detti l’estrema unzione.

La sera stessa, nella solitudine della mia abitazione, compresi che non esisteva casualità. Dio mi aveva fatto incontrare quel generale per dare una risposta a entrambi; per mostrarci il cammino verso la luce.


Perla DÍAZ VELASCO
México DF, México

La nuova morte di Fidel Castro


di Carlos Alberto Montaner – da El Nuevo Herald

Gordiano Lupi e Carlos Alberto Montaner alle Isole Tremiti per Spiagge d'autore

Periodicamente si diffonde la voce della morte di Fidel Castro. È diventata quasi un’abitudine. I mezzi di comunicazione di tanto in tanto mettono in primo piano la possibilità della sua prossima morte e si preparano per il grande funerale. Questa volta “la notizia” è partita dal Venezuela e sembrava verosimile. Fidel era in assoluto silenzio da diversi mesi, si diceva che questa cosa era la conseguenza di un grave episodio cerebro - vascolare che lo aveva reso moribondo. Stiamo parlando di un uomo di 86 anni, quindi la notizia non era per niente sorprendente. Nella sua situazione, non è tanto strana la sua morte, quanto l’ostinata insistenza a restare vivo. Sembrava una buona idea morire proprio nel cinquantesimo anniversario della Crisi dei Missili. Una preziosa coincidenza storica.

Alla fine di tutto sappiamo che il suo mausoleo è pronto nel cimitero di Santa Ifigenia, a Santiago de Cuba, 765 chilometri dall’Avana, molto vicino alla tomba che conserva i resti mortali di José Martí. Si sa, anche, che il previdente Raúl Castro ha già scritto il comunicato stampa e ha pronta la liturgia di un così atteso decesso. Se c’è una cosa che non lo prenderà di sorpresa, è proprio la morte del fratello. Lui è una persona organizzata. È sempre stato dipendente da Fidel e sarà così fino all’ultimo. Non ignora che la sua esistenza è stata plasmata da Fidel da quando era un adolescente. Quando Raúl pensa o dice che “deve la vita a Fidel” né è proprio sicuro. Fidel “l’ha fatto” da capo a piedi, come lo scultore che intaglia una figura di legno. Come Geppetto fece Pinocchio.

Probabilmente, prima il feretro sarà vegliato all’Università dell’Avana o in Piazza della Rivoluzione. La guardia d’onore sarà composta da alcuni dei più importanti veterani della Sierra Maestra ancora in vita. Subito dopo, il cadavere percorrerà la strada centrale dalla capitale fino a Santiago de Cuba, la città dalla quale partì per prendere il potere, il primo gennaio del 1959. Fidel, molto prudente, impiegò una settimana per fare quel viaggio circondato da una folla entusiasta. Per rifare quel percorso, da morto, coperto dalla bandiera cubana, impiegherà meno tempo, ma sarà ugualmente una marcia lenta. Basta vedere il rituale per verificare che i morti, ovunque, si muovono sempre lentamente. All’interno della scenografia rivoluzionaria, quell’ultimo atto, carico di simbolismi, ha una certa importanza. Genio e personaggio, mai detto fu migliore, fino alla sepoltura.

Presentando La moglie del colonnello

Non ha senso supporre che Raúl Castro nasconderà la morte di suo fratello. Con quale obiettivo? Ha ben salde in mano le redini del potere. Quando accadrà, poche ore dopo l’annuncio dato dal generale - presidente, le emittenti radio cominceranno a suonare marce militari e temi funebri, mentre un annunciatore costernato proclamerà con voce grave l’ora in cui il portavoce del governo, o lo stesso Raúl, si rivolgerà alla nazione per fare un annuncio importante. Tutti ne intuiranno il contenuto, e la notizia, debitamente filtrata, sarà raccolta da tutte le agenzie di stampa internazionale.

Da un punto di vista psicologico l’evento riveste molta importanza. Tre generazioni di cubani sono nate e cresciute all’ombra di Fidel. Anche se tutti attendono la sua morte, la notizia sarà un bel colpo e il regime farà tutto il possibile per sottolineare il dolore della popolazione, come accadde in Corea del Nord alla morte di Kim Il Sung o in Spagna dopo la scomparsa di Franco. Il dolore, pensano, serve a unire le masse.

Che cosa accadrà, allora? Senza dubbio continuerà, inesorabile, il processo di abbandono e di negazione del caudillo morto. Accade sempre. Se non lo fa lo stesso Raúl, lo farà il suo successore. Stalin, che era Dio in Terra nella vecchia URSS, morì nel marzo del 1953 circondato da innumerevoli promesse di adesione eterna ala sua memoria. La sua gloria durò solo fino al febbraio del 1956. Nel corso del Ventesimo Congresso del Partito Comunista fecero a pezzi la sua memoria. A Fidel accadrà lo stesso.


Traduzione di Gordiano Lupi


Carlos Alberto Montaner, giornalista e scrittore. Il suo ultimo romanzo è La mujer del coronel, edito in Italia da Anordest Edizioni come La moglie del colonnello (http://www.edizionianordest.com/catalogo/celebres-ineditos/139-LA-MOGLIE-DEL-COLONNELLO)

venerdì 19 ottobre 2012

Comunista? No, grazie


- Bene... te ne puoi andare se non sei medico.
- Anche tu...

Se c’è un errore di cui mi vergogno, ed è bene dirlo, scriverlo, non si sa mai qualcuno ti venga a rinfacciare cose che hai sempre detto ad amici, parenti, conoscenti, ecco, se c’è una cosa di cui mi vergogno è di aver creduto che il comunismo potesse essere la soluzione di tutti i problemi. Certo, ho le mie attenuanti, sono nato in una famiglia di operai, mia nonna lavorava in Magona, mio nonno alle Acciaierie, mio padre era ferroviere, tutti comunisti, qualcuno di loro persino iscritto al PCI, mio padre lo mandarono via dall’Arma dei Carabinieri proprio per quel motivo, ai tempi in cui l’Italia era governata da fascisti travestiti da democristiani. Ma non voglio accampare scuse, tra l’altro il Partito Comunista Italiano, da Berlinguer in poi, è stato un partito dignitoso, senza scheletri stalinisti nell’armadio, quindi non si può considerare un peccato aver creduto in quel comunismo più vicino alla Primavera di Praga che all’Unione Sovietica. Altra cosa Togliatti, ma lasciamo stare, ero piccolo a quei tempi, non potevo capire, sono colpe dei padri che ricadono sui figli.


- Pss... Ho tolto il Permesso di uscita e la Carta d'invito!
- E' morto per davvero!

La mia vergogna più grande è quella di aver creduto in Fidel Castro e nella sua specie di comunismo caraibico, ché allora avevo l’età della ragione, ma non la usavo, mi lasciavo abbindolare dalle sirene italiane quando scrivevano che a Cuba c’era la giustizia sociale, tutti avevano il minimo garantito, non si viveva per avere, sanità e istruzione funzionavano benissimo, altro che da noi… Ero così convinto di quelle panzane che ai tempi del mio primo viaggio a Cuba - saranno passati vent’anni, come corre il tempo… - tentavo di convincere i cubani delle mie verità apodittiche lette su Latinoamerica, il Granma versione italiana, sui testi di Gianni Vattimo, sugli articoli di Gianni Minà nel Manifesto… sì, perché compravo pure Il Manifesto e criticavo chi acquistava Il Giornale, senza capire che erano due facce della testa falsa medaglia. Ecco, questo pezzo che mi è venuto voglia di scrivere oggi è una sorta di confessione tardiva, una ritrattazione - ma non stalinista - un modo per dire quanto sono stato stupido a farmi imbottire di tante sciocchezze. Ho avuto persino a che fare con l’Associazione Italia - Cuba, pensate un po’, sia pure per poco, ricoprendo compiti direttivi nella sezione Alta Maremma. Adesso sono proprio loro che mi vomitano addosso bile e insulti, in perfetto stile comunista, secondo il copione dell’assassinio della reputazione, così in voga nell’estrema sinistra intollerante. E io mi vergogno, sì, mi vergogno da morire di aver parlato come loro, un tempo, ma l’ho fatto perché non avevo toccato con mano, perché non avevo ancora conosciuto il loro Paradiso e non potevo immaginare che era soltanto un paradiso perduto, come recita il titolo di un vecchio racconto cubano, scritto di ritorno dal primo viaggio nell’isola caraibica, una storia autobiografica, una prima forma di abiura verso quel comunismo che mi aveva allattato. Ricordo d’aver pensato, durante il viaggio di ritorno dal Caribe, a bordo d’un poco confortevole volo Cubana: “Non voterò mai più un partito che abbia per simbolo una falce e un martello”. E ho tenuto fede a quel proposito. Ma forse non le avevo mai scritte queste cose, non le avevo mai messe nero su bianco, più per me che per gli altri, per rendermene conto, io per primo, per capire che la giustizia sociale non passa per la dittatura, che il sogno d’un mondo migliore non significa privazione della libertà personale. La democrazia è un sistema imperfetto, ha molti punti deboli, spesso lascia a desiderare, ma con tutti i suoi difetti è pur sempre il sistema migliore che siamo riusciti a inventare. Churchill aveva proprio ragione. Chi l’avrebbe mai detto…

Le due vignette che commentano l'articolo sono del cubano Garrincha, un disegnatore satirico che - per essere libero di scrivere quel che pensava è dovuto fuggire a Miami.


Gordiano Lupi

martedì 16 ottobre 2012

Il primo post di Yoani Sanchez


Carteles sí, pero sólo sobre pelota
9 abril 2007 - Primero post de Generacion Y


Por estos días el país vive una fiebre beisbolera a partir de los últimos partidos correspondientes al Play Off de la serie nacional. Los industrialistas visten de azul, mientras que el rojo es el color de quienes le van a Santiago de Cuba. En numerosos balcones, puertas y muros se leen carteles como “Industriales Campeón” o “Santiago es mucho Santiago”. A los militantes del Partido les han orientado que durante los juegos en el gran estadio Latinoamericano deben evitar que se grite despectivamente la palabra “palestinos” para referirse a los jugadores del equipo oriental. Mientras que el despliegue policial dentro y alrededor del propio estadio sólo es comparable con el ocurrido durante la Cumbre de Países no Alineados en septiembre último.

Hasta yo, que no comparto la pasión beisbolera, veo los partidos transmitidos en la TV y salto cuando anotan los leones industriales. Sin embargo, no dejo de notar que durante estos días la pelota nos sumerge en un sopor irreal y que hasta la aparición de los tolerados carteles es un paréntesis, un permiso temporal, del que no podremos hacer uso para otros temas. Me puedo imaginar qué pasará si una vez concluida la final cuelgo en mi balcón un mínimo papel que diga: “Sí al etanol” o “Internet para todos”.


Cartelli sì, però solo sul baseball
9 aprile 2007 - Primo post di Generacion Y


“In questi giorni il paese vive la febbre del baseball per via delle ultime partite corrispondenti ai Play Off della serie nazionale. I tifosi degli Industriales vestono di azzurro, mentre il rosso è il colore di chi tifa Santiago de Cuba. In molti balconi, porte e muri si leggono cartelli come Industriales Campione o Santiago è la più forte. I militanti del Partito hanno ricevuto la disposizione di evitare che durante i giochi nel grande stadio Latinoamericano si gridi in modo dispregiativo la parola palestinesi per indicare i giocatori della squadra orientale. Lo spiegamento di polizia tutto intorno allo stadio può essere paragonato soltanto con quello visto lo scorso settembre in occasione del Vertice del Paesi non Allineati. Persino io, che non sono appassionata di baseball, vedo le partite trasmesse in TV e salto in aria quando sono in vantaggio i leoni industriali. Tuttavia, mi rendo conto che in questi giorni viviamo sommersi nel torpore irreale del baseball e che persino la comparsa dei tollerati cartelli è una parentesi, un permesso temporaneo, di cui non possiamo fare uso per altri temi. Posso soltanto immaginare cosa accadrebbe se - una volta terminate la finale - appendessi al mio balcone un piccolo manifesto con sopra scritto: Sì all’etanolo oppure Internet per tutti”.

Traduzione di Gordiano Lupi

venerdì 12 ottobre 2012

Un successo per Yoani Sanchez e Carlos Alberto Montaner



L'edizione spagnola della rivista Foreign Policy ha inserito i giornalisti cubani Carlos Alberto Montaner e Yoani Sánchez nella selezione dei 50 intellettuali ispanoamericani più influenti del 2012.
Il criterio di selezione si basa su questi parametri: siano personaggi viventi e attivi, svolgano buona parte del loro lavoro in spagnolo e/o portoghese, abbiano influenza nel dibattito regionale (ispanoamericano) o internazionale.
Si può votare su Internet al link: http://www.fp-es.org/los-50-intelectuales-iberoamericanos-mas-influyentes-2012 fino al prossimo 22 ottobre per tre personalità indicate nella lista ed eleggere i dieci più importanti. Si possono anche aggiungere altre tre persone che - secondo la propria opinione - dovrebbero comparire nella lista.
Carlos Alberto Montaner è un intellettuale dell'esilio cubano molto noto a livello internazionale, il suo ultimo romanzo, La moglie del colonnello, è uscito in Italia per Anordest Edizioni. Yoani Sánchez è una blogger dell'Isola che ha ricevuto molti premi internazionali, ma non le è mai stato permesso di uscire per riceverli. Candidata al Premio Nobel per la Pace 2012, insieme allo scomparso Oswaldo Payá. Insieme a loro troviamo scrittori, giornalisti, cineasti e alcuni poeti. Nel 2010, la stessa pubblicazione inserì Yoani Sánchez nella lista delle donne "dissidenti più combattive del mondo", che pubblica nella sua edizione di novembre - dicembre.

martedì 9 ottobre 2012

Il mio libro negli USA - El otro paredon

Piombino Oggi di OTTOBRE 2012

Tre elezioni, un paese

di Yoani Sanchez
da www.lastampa.it/generaciony

Com’è la voce di Henrique Capriles? Mi ha chiesto alcuni giorni fa un vicino. Non ho saputo dire se sia dolce o ferma, soave o energica, perché i mezzi di diffusione cubani evitano di trasmetterla. Al suo posto abbiamo avuto solo la possibilità di ascoltare l’agitato clamore di Hugo Chávez, gli attacchi verbali scagliati contro il suo giovane contendente durante la campagna presidenziale. Così questa mattina abbiamo visto il presidente, da 13 anni al potere, celebrare il suo nuovo trionfo elettorale. Va da sé che altri sei anni di presidenza per lui rappresentano anche una garanzia di sopravvivenza per il governo dell’Avana.

Il governo di Raúl Castro si è giocato molto nel corso dei comizi elettorali di questo 7 ottobre. Avrebbe potuto perdere il sostegno imprescindibile del suo alleato più generoso. Il sussidio venezuelano ha permesso al generale Presidente di implementare, in maniera molto tiepida e lenta, cambiamenti che riguardano solo la sfera economica. Ma questo tipo di dipendenza, una volta che si stabilisce, finisce per diventare una situazione cronica. La consegna di terre in usufrutto e un maggior numero di licenze per i lavoratori privati non sono riusciti a far muovere a Cuba i primi passi verso l’autonomia materiale e la sovranità finanziaria. La necessità di farsi mantenere dall’estero non è tanto una congiuntura, quanto parte fondamentale del castrismo, frutto diretto della sua incapacità a gestire con profitto l’economia nazionale. Non dimentichiamo la gran messe di aiuti inviati dal Cremlino… adesso sostituito da Miraflores. Piazza della Rivoluzione si è vista firmare ancora una volta un assegno in bianco, per altri sei anni.

Il 54% dei venezuelani ha confermato Hugo Chávez come leader del paese, per questo motivo il raulismo tira un sospiro di sollievo. Ma la patria di Bolívar ha fatto registrare un voto molto polarizzato, che renderà più difficile sostenere pubblicamente il mantenimento di Cuba. Si avvicinano mesi complicati per il governo dell’Avana. Quella del Venezuela è stata la prima di un ciclo di tre elezioni che influenzeranno in maggiore o minor misura la nostra vita nazionale. Le presidenziali degli Stati Uniti vengono immediatamente dopo nella lista dei procedimenti elettorali che ci attendono. Mitt Romney ha annunciato mano dura con le autorità dell’Isola, ma anche Barack Obama potrebbe risultare deleterio per il sistema cubano se approfondisse la sua politica di avvicinamenti familiari, accademici e culturali.

Il primo mandato di cinque anni di Raúl Castro si concluderà nel febbraio del 2013. Pochi scommettono che pensi di ritirarsi dall’incarico per lasciare il passo a una figura più giovane. Quelle elezioni, le terze che ci riguardano nei prossimi mesi, sono anche le ultime in ordine d’importanza e per aspettative generate. È già cominciato il procedimento per nominare i delegati al Potere Popolare e tutto finirà con l’obbediente Assemblea Nazionale, che approverà la candidatura per il Consiglio di Stato. Se nelle urne venezuelane è stato deciso un sussidio di migliaia di milioni e nelle schede nordamericane sono in gioco i rapporti della nostra Isola con il potente vicino del Nord, i comizi elettorali cubani sanno di giochi già fatti. Non serve neppure fare inchieste e sondaggi sulle intenzioni di voto. Non esiste alcuna possibile sorpresa.

Traduzione di Gordiano Lupi
 www.infol.it/lupi

domenica 7 ottobre 2012

Yoani Sánchez e il teatrino

di Alejandro Torreguitart Ruiz
http://www.infol.it/lupi/alejandro.htm


Vita da jinetera di Alejandro Torreguitart

Il teatrino è finito, pare. García Ginarte può stare tranquillo, anche Fernando Rojas e Bloguero Cubano possono tornare a cullare sogni rivoluzionari, possono continuare a scrivere che la rivoluzione è sempre più solida e forte, che gli imperialisti non passeranno e che questa strada è di Raúl. Insomma, le cazzate di sempre. Il teatrino è finito. Non quello che voleva montare Yoani, lo show mediatico temuto dal regime, la rappresentazione della follia, per un paese come il nostro, il giornalismo indipendente che vuole raccontare un processo con sguardo obiettivo. Il loro teatrino è finito. Non si sono neppure resi conto di aver scatenato un putiferio incredibile, una cosa epocale di cui ha parlato il mondo intero. Mancava che si scandalizzasse la Birmania, guarda. Intelligenza e valutazioni di opportunità sono fattori trascurabili per un regime sempre più stordito dalla piega che prendono gli eventi. Gli inquieti ragazzi della Sicurezza non fanno in tempo a inventare una balla che subito ne devono imbastire una nuova. Sembrano marinai a bordo d’una nave che cola a picco, tirano fuori acqua a più non posso, ma la falla è grande, irreparabile.

Yohandry Fontana è un altro giornalista del governo, uno che gli passano le veline e lui scrive, una sorta di Randy Alonso del web. Redige con cura la cronaca dell’arresto di due pericolosi criminali, Yoani e Reinaldo, catturati davanti all’ingresso di un tribunale dove - secondo il Granma - avrebbe dovuto svolgersi un pubblico processo. Cosa vuol dire pubblico in questo paese? Interpretazione autentica desunta dal blog della Sicurezza di Stato: si può seguire il processo da una stanza attigua, tramite schermo, non è possibile registrare, né fare riprese con telefonini o telecamere, sono ammessi solo giornalisti di provata fede rivoluzionaria. Mica lo sapevo. Mi sa che anche Yoani e Reinaldo non se l’aspettavano, altrimenti si sarebbero organizzati. Insomma, adesso li hanno rimandati a casa, senza la loro auto, sequestrata perché dicono non fosse in regola, dopo un lungo viaggio in compagnia di poliziotti, tra buche nel selciato e preoccupazione, in attesa di rivedere gli amici.

Angel Carromero sarà condannato, il pubblico ministero ha chiesto sette anni, ma lo rimanderanno in Spagna, la morte di Payá sarà dichiarata un omicidio colposo da incidente stradale. Magari è pure vero, magari Carromero viaggiava troppo veloce, non si è accorto delle deformazioni della carreggiata e ha perso il controllo dell’auto. Magari è stata soltanto una maledetta disgrazia quella che ha privato Cuba di uno dei suoi uomini migliori. Magari. Ma allora perché tutto questo segreto? Perché la famiglia di Payá non può assistere al processo? Perché arrestano Yoani e Reinaldo e li rispediscono all’Avana? Domande senza risposta, cadute sulle lacrime della figlia Rosa, che - caso strano - non si è costituita parte civile contro Angel Carromero, ma da tempo chiede con forza un’inchiesta internazionale per far luce sulla morte del padre.

Il teatrino è finito, compagni Ginarte, Rojas e Fontana. Resta il dramma, purtroppo. Niente a che vedere con Piñera ed Electra Garrigó. Questo è il dramma della nostra vita, dal 1959 a oggi, passando per Fuori dal gioco, Prima che sia notte e il Confesso di avere paura, molta paura d’un povero poeta solitario. Siete voi gli sceneggiatori del dramma, ma il soggetto è ripetitivo, pieno di luoghi comuni, scritto dagli stessi autori di sempre, interpretato da attori alla frutta. Come dice Varela, tutti vogliono vivere nel telegiornale, perché lì non manca niente, perché lì non serve denaro. E allora capita che questa maledetta circostanza delle acque che ci circondano da ogni parte mi faccia sedere a tavola, bere un caffè, tentare di scrivere un articolo per raccontare una vita di cui non comprendo più il senso. Ma devo viverla. Perché è la mia vita. E il mio posto non è fuori da Cuba ma in un’altra Cuba. Compagni poliziotti, dovete ancora vederne delle belle. Credetemi.


Alejandro Torreguitart Ruiz
L’Avana, 6 ottobre 2012

Traduzione di Gordiano Lupi

sabato 6 ottobre 2012

Le brutte vergini


di Lidoly Chávez Guerra
Traduzione di Emilio Guardavilla – www.emilioguardavilla.it

Alla vittoria del FMLN, in El Salvador

Manuela aveva tritato aglio per tutta la mattina e dalla cucina veniva un odore invadente che sapevo le sarebbe rimasto sulle dita per al meno tre giorni. La vidi riempire una scodella con agli pestati, uno dopo l’altro, ma non me ne preoccupavo troppo pensando fossero per la zuppa. Ma quando la vidi avvicinarsi all’aiuola e impastare l’aglio con la terra umida in una ciotola le dissi «ah, ora sì che sei impazzita davvero, tata, mangeremo terriccio condito?». «Non scherzare», mi disse, «che non appena finiscono la poche tortilla rimaste, penserò a prepararne alcune di fango», e si mise a ridere. Mi era sempre piaciuta la grassa risata di Manuela, quella che faceva intendere di non aver paura di niente al mondo. «Vieni», mi fece avvicinare, «vedi come allontana i formiconi?». Io non vedevo niente ma lei sosteneva che era a causa di tanto brulichio che da molto tempo non avevamo fiori. «L’aglio fa bene, disse.»

Giorno dopo giorno la guardavo tenere d'occhio l’aiuola. Invano si avvicinava con la punta del coltello per vedere se qualche germoglio era sbocciato. La terra era morta e i formiconi continuavano i loro bagordi come se niente fosse stato. Una mattina prima dell’alba Manuela mi tirò giù dal letto. «Sbrigati, andiamo a far visita alla Vergine», mi disse con il rosario tra le dita. Si mise l’unico vestito decente che usava per andare a Coatepeque e una mantiglia bianca. Pensai che fosse accaduto qualcosa di brutto ma non osai proferire parola. Dal canto mio, provavo a scoprire qualche gesto rivelatore che trasparisse dalle pieghe bluastre del tulle.

Della chiesa mi aveva sempre meravigliato il contrasto tra lo schiamazzo dei venditori di santini o candele e lo spaventoso silenzio della navata. Manuela camminava con passo risoluto e di tanto in tanto si segnava a più riprese davanti alle icone. Mi tirava per il braccio e quando si fermava bruscamente la spinta si esauriva facendomi scontrare con lei. «La croce!», mi sussurrò infine. A quel punto iniziai ad imitarla e quasi mi accovacciavo di fronte alle immagini delle sante. Giunse ad una panca e mi inginocchiai al suo fianco. Da vicino la sentivo sussurrare quelle orazioni che ancora oggi mi domando cosa avessero potuto significare. «Chiudi gli occhi», mi disse per prima cosa, e dopo «Andiamo!». La seguì quasi di corsa. Provai a adeguare il mio passo corto al suo stile distinto e impettito ma non ero ancora così sicura di me stessa. «Fiori, signorine» si ostinò un uomo interrompendo il nostro incedere. «Ne abbiamo già, grazie», disse Manuela e solo allora vidi l’enorme mazzo di dalie che aveva nell’altra mano. Da dove lo aveva preso? «Di sicuro è peccato rubare i fiori alla Vergine». Lei non rispose. Non sapevo se fare la faccia furba come se avessimo compiuto una bravata o tenere un atteggiamento di grave costernazione. Non volevo che la Vergine mi castigasse per la complicità in quella trasgressione. Mi accorsi di alcuni poliziotti ed ebbi paura perché la Vergine era troppo lontano per condannarmi e loro avevano in spalla dei lunghi fuciloni. Guardai Manuela che con sguardo insensibile, di una durezza impenetrabile, avanzava di fretta tagliando l’aria. Gli agenti le fischiarono e l’apostrofarono con volgarità. Non le capivo ma avevo imparato a riconoscerle dal tono. Erano fra le prime cose inculcavano a noi bambine. Manuela proseguì, e io, molto innervosita, pensai che ci avrebbero fermato per aver rubato i fiori a una santa. «Cammina, in fretta», disse Manuela e non ci fermammo più fino a casa.

Poi la vidi disfare il mazzo in piccoli ramoscelli. Laggiù, sugli scaffali del vecchio armadio c’era un altare che non avevo mai immaginato. Una ventina di santini, ormai ingialliti, riposavano insieme a dei vasetti di fiori secchi. Mi avvicinai e esaminai i volti del pantheon di Manuela. Non erano angeli innevati quelli che erano lì a guardarci dal cartone delle immagini. No, non erano come Santa Rita dal naso affilato e gli occhi azzurri o l’immacolata Santa Liduvina che avevo visto in un libriccino della settimana Santa, tutte bianche, belle e pudiche, con veli di broccato fino ai piedi. In quelle cartoline le vergini a volte ridevano, oppure fissavano tristi, verso il niente. Una suonava la chitarra e un’altra era vestita da militare, con stivali da uomo e il fucile appoggiato al suolo. Erano indigene, grasse o rugose, come la terra secca che non lascia fiorire niente.

Teneramente Manuela cambiò l’acqua dei vasi, sistemò i nuovi tralci vicino alle sante, parlò loro e lì pianse come una bambina. Prese in mano alcune stampe, menzionando i loro nomi come fossero state sue sorelle, più di quanto lo fossi io. La vidi portare dei fiori tutti i giorni. Delle volte lo faceva senza di me. Il suo altare si popolava di sempre più facce. Certe erano graziose. «Non possiamo soffrire ancora», le sentì dire, e qualcosa come «lotta» o «guerra» o «guerriglia». E tanta era la forza, o … non so … la fede così grande che metteva in quelle strane preghiere che non avevo mai sentito a messa, da essere sicura che, qualche volta, uno di quei tanti santini stropicciati, l’avrebbe ascoltata.

Lidoly Chávez Guerra
L'Avana, Cuba

Versione originale in castigliano:

Contatti del traduttore Emilio Guardavilla (Piombino, LI):

Lidoly Chávez – Laureata in Lettere all’Università dell’Avana. Ha lavorato come specialista presso il Centro Studi del Caribe della Casa de las Américas e come profesoressa associata presso la Facoltà di Arte e Letteratura dell’Univerità dell’Avana. Coordina la produzione editioriale di Ocean Sur.

venerdì 5 ottobre 2012

San Quentin Tarantino

di Guillermo Cabrera Infante – da Cine o sardina (Santillana, 1997)

Quentin Tarantino

Il cinema proviene dal teatro (necessità di fotografare attori e, dopo l’invenzione degli impianti audio, di sentirli) o dal romanzo (necessità di dare prestigio ai libri). È soltanto adesso che il cinema proviene dal cinema. Per questo motivo assistiamo alla proliferazione dei remakes, rielaborazioni di ciò che un tempo è già stato cinema. Fu nel 1940, ne Il cittadino Kane, che il cinema sembrava provenire dal teatro e dal romanzo al tempo stesso. Ma Kane, con tanti attori prestigiosi nel cast, con un attore eminente anche se giovane dietro e davanti la macchina da presa, Orson Welles, con tanto trucco e verità provenienti dalla macchina da presa, maneggiata da quel genio della cinematografia che fu Greg Toland, con un montaggio mirabile e al tempo stesso una profondità visiva di una macchina da presa coraggiosa, era, essenzialmente, una pellicola loquace, eloquente, quasi garrula. La pellicola si poteva sentire come vedere, al punto che un critico inglese, Kenneth Tynan, suggerì in una recensione di vedere Kane con gli occhi chiusi! Perché? Perché, semplicemente, la sua arte proveniva in gran parte dalla radio. Welles proveniva da Wells (H. G.) e dallo scalpore che fece il suo programma La guerra dei mondi con cui terrorizzò tutti gli Stati Uniti e scandalizzò Wells. Quello fu il suo biglietto sonoro per entrare a Hollywood dalla porta principale. Se non fosse esistita la radio Welles non sarebbe mai stato Orson e non avrebbe potuto pronunciare queste parole minacciose con la sua voce cavernosa e impostata capace di fermare una rumba da sala suonata dall’orchestra di Ramón Raquello (nome improbabile) per dire: “Interrompiamo questo programma di musica ballabile per diffondere un notiziario straordinario”. Il resto è storia della radio e pandemonio reale.


La radio dopo Welles (la cui ultima pellicola realizzata a Hollywood, una brutale versione di Macbeth, un’opera brutale, era Shakespeare per radio) mantenne la sua influenza per tutti gli anni quaranta. Persino un thriller di Michael Curtiz, il regista d’azione per eccellenza degli anni Trenta, The Unsuspected, era stato offerto prima a Welles e soltanto dopo il suo rifiuto ottenne il ruolo Claude Rains. Un attore la cui caratteristica principale era una voce educata di stampo inglese. Il protagonista, quasi non c’è bisogno di dirlo, era una personalità della radio che diventava un assassino. Rains costruiva i suoi alibi per radio ed era alla radio che confessava i suoi crimini.

Gli anni Cinquanta, con la televisione alle porte, obbligarono Hollywood a prelevare tutti i suoi nuovi talenti (produttori, attori, registi) dalla televisione, che ancora aveva sede, come prima la radio, a New York. In quel tempo lo Shakespeare più alla mano era uno scrittore di televisione, Paddy Payefsky, che aveva un nome irlandese e cognome giudeo come per dimostrare che il sangue di Manhattan scorreva due volte nelle sue vene. Payefsky fu autore della sceneggiatura di diversi successi di allora. Marty fu un grande successo di pubblico e al tempo stesso un’opera d’arte. Il suo interprete, Ernest Effron Borgnine, vinse un Oscar e molti premi all’estero. Payefsky fece fiasco con Addio al celibato e Dodici uomini senza pietà, pura televisione (tutto accadeva nella stanza del tribunale che delibera), ma riscosse ugualmente un grande successo di pubblico e di critica. Tutti i registi di talento provenivano dalla televisione, ma Hollywood non sapeva quel che sarebbe accaduto. Presto una televisione di grande successo costruì i suoi studi a Hollywood.


Gli anni Sessanta furono di decadenza per il cinema e di sempre maggior auge per la televisione, alla fine persino i futuri geni del cinema, come Steven Spielberg, facevano televisione o, come Scorsese e Coppola, lavoravano in scuole di cinema e fecero successo grazie alla televisione. Fu Spielberg a realizzare la sua prima opera maestra, Duello, per la televisione.

Gli anni Settanta furono pessimi per il cinema come arte e andò ancora peggio per l’industria cinematografica. Ma fu in questo decennio che Coppola cominciò a usare (con l’aiuto dell’ingegneria elettronica imitando Jerry Lewis) la televisione come monitor di una macchina da presa per visualizzare le scene in produzione. Negli anni Ottanta, Woody Allen, che si faceva beffe della televisione nei suoi omaggi costanti a Bergman e a Fellini, produsse una commedia, Radio Days, che era uno sguardo nostalgico verso la radio della sua fanciullezza. Resta tra le sue pellicole più care.

Adesso, negli anni Novanta, è comparso un regista che non deve niente al teatro né alla radio. In realtà non è uno, sono almeno due: Robert Rodríguez e Quentin Tarantino. Robert Rodríguez (texano - messicano, nato ad Austin, Texas) non solo ha imparato tutto dalla televisione, ma persino dal videotape, vedendo cinema in tapes trasmesso in televisione. Ebbi lo strano onore di presentare al pubblico del Festival di Telluride un artista non solo nuovo ma anche straordinario. La prima e unica pellicola di Robert, El mariachi, era stata messa insieme a un gruppo di pellicole messicane così pessime che ci voleva coraggio per non ridere di fronte a simili porcherie.


El mariachi fu il successo di questo festival diretto da due esperti del cinema più esoterico, Tom Luddy e Bill Pence, dove accorrono tutte le stelle della vicina Hollywood. La pellicola di Rodríguez, girata con 7.000 dollari e filmata interamente in videotape fu passata in 18 millimetri e, infine, con il logo della dama con la torcia della Columbia Pictures, trasferita in 35 millimetri. L’ultima versione fu quella che videro gli spedizionieri di Telluride, tra le montagne del Colorado. Si tratta di un villaggio (di una sola strada), molto ricco nel secolo passato, quindi impoverito fino a diventare quasi un paese fantasma. A Telluride, in momenti diversi, furono girate le prime scene di Butch Cassidy e Sundance Kid. Nel suo periodo di gloria la banca locale subì il primo assalto reale da parte dei due banditi, che il cinema immortalò quasi cent’anni dopo. Robert, come Butch e Sundance, aveva incontrato a Telluride il suo approdo: il festival lo lanciò verso la fama. Adesso sta girando El Mariachi 2 con Antonio Banderas e molti milioni di quella miniera d’oro chiamata Hollywood.

Curiosamente in quello stesso festival di Telluride consegnai una medaglia d’argento ad Harvey Keitel (a colui che chiamai allora “l’Edward G. Robbins degli anni Novanta”) per essere stato protagonista de Il cattivo tenente e, sorpresa!, Le iene. Non vidi quella pellicola allora, né conobbi Tarantino, sino al Festival di Cannes e in un cinema di Londra. Tarantino, adesso famoso, conta tra i suoi fan Robert Rodríguez.


“Il crimine non paga”, è un vecchio moto dell’FBI. La Warner Brothers avrebbe dimostrato tutto il contrario: il crimine, almeno nel cinema, paga piuttosto bene. La prima pellicola che affronta un tema di gangster (senza contare la primissima Underworld di Von Sternberg del periodo muto: il rumore delle armi non si poteva ancora sentire) fu Il piccolo Cesare, proprio con Edward G. Robbins nei panni di Cesare Bandello, che faceva una morte non certo da potente ma piuttosto patetica, dicendo. “Madre di Dio è questa la fine di Rico?”. Da allora lo schermo fu tutto un ribollire di fumo di pistole con Scarface, Il nemico pubblico e Strade senza uscita, fino a tutti i padrini e i suoi numerosi simili. Adesso il crimine paga anche per Quentin Tarantino. La sua prima pellicola, Le Iene (Reservoir Dogs), è il genio che dorme dentro la bottiglia. In questo caso dentro lo schermo. Mai da Il cittadino Kane, facendo salve tutte le differenze drammatiche, il debutto di un regista è stato così acclamato dalla critica. Come Welles, Tarantino scrive le sue sceneggiature ed è interprete forse minore delle sue uniche due pellicole. Tarantino (e forse qui sta tutta la sua originalità) proviene da un’educazione cinematografica a base di videotapes. A parte Le iene e Pulp Fiction (che ho contribuito a premiare nel Festival di Cannes con la prestigiosa Palma d’Oro) Tarantino scrisse la sceneggiatura di un’altra pellicola di gangster, True Romance (Una vita al massimo, ndt). Ma questa volta c’erano pallottole e baci e, al contrario delle precedenti, l’amore trionfava in questa versione di un Virgilio con pistole esaltato dalla droga preferita da Hollywood adesso che l’alcol è cosa per vecchi. Quella droga si chiama cocaina ma anche champagne in polvere: prima quando si parlava di polvere di stelle si alludeva a un’emanazione cosmica. Adesso la coca è cosmica e, a volte, comica.

L’educazione di Quentin Tarantino è tutta a base di cinema ma sempre davanti allo schermo. Fu persino maschera di un cinema porno estremo. Da allora, dichiara, ha odiato le scene erotiche. Non ne vediamo neppure una (se si esclude True Romance che non diresse) nelle sue due pellicole. Ne Le iene compaiono appena due donne: una cameriera astenica e una signora in automobile munita di pistola letale. Questa scena è così rapida e fa parte di un flashback che pare quasi la visione retrograda di un sogno, o di un incubo. Inoltre, nelle sue pellicole, ci sono più discorsi che azione. Non molto usuale nelle storie di gangster.

Lo scrittore cubano Guillermo Cabrera Infante, autore del pezzo

Le iene comincia in un ristorante durante un pranzo dei due futuri duri. Ma la sola cosa di cui discutono instancabilmente concerne l’opportunità di lasciare o meno una mancia! Dopo assistiamo a interminabili discussioni sulla convenienza di una rapina a mano armata, più tardi, realizzata la rapina, sul fatto se sia il caso di eliminare un poliziotto a cui hanno tagliato un orecchio. (Una cosa è certa, le orecchie, morse, calpestate in un giardino - in Velluto Blu - tagliate ne Le iene, sono diventate decisive per il cinema americano moderno come per Van Gogh. La macchina da presa si comporta come Gauguin.).

Le parole ne Le iene e Pulp Fiction abbondano come nelle pellicole di David Mamet, che provengono tutte dal teatro e nelle quali, al contrario del dictat tradizionale di Hollywood (il dialogo serve solo per far progredire l’azione), le parole sono l’azione e bisogna vedere le uniche due pellicole di Tarantino come allegorie della parola e delle espressioni volgari. In definitiva ci troviamo di fronte a un cinema morale, lo stesso Tarantino confessa il suo attaccamento al defunto Codice Hays seguito per decenni da Hollywood. Per lui, come per il J. Edgard Hoover della FBI, il crimine non paga. Si tratta di arrivare a Dio con la blasfemia come il Robert Bresson di Pickpocket (Diario di un ladro, ndt). Questa volta l’allegoria della violenza possiede una morale contro la violenza. Ne Le iene e in Pulp Fiction muoiono solo i violenti. Era molto che non accadeva a Hollywood. Dai tempi del Codice Hays.


Tarantino, aspirante attore, è prima di tutto scrittore. La prima cosa che scrisse, portata al cinema, fu True Romance, realizzata da Tony Scott. Qui compare come un’opzione che diventa ossessione Patricia Arquette, cui la pellicola conferisce un’aria da bionda con i capelli d’oro che aveva, per esempio, Lana Turner ne Il postino suona sempre due volte. Ma ne Le iene non c’è una sola donna e la banda dei sei produce soltanto una relazione equivoca. Come dice Gore Vidal: “L’unione intima di uomini, sia nello sport come nell’esercito, produce sempre omosessuali”. In questo caso la gang di malviventi termina nella distruzione fisica e in un abbraccio finale di due uomini. Tuttavia, questa pellicola, la sceneggiatura di True Romance e l’intera concezione di Pulp Fiction non derivano dallo schermo cinematografico ma dal piccolo schermo per visualizzare video. Fu lavorando in un negozio di vendita e noleggio di videotapes che Tarantino concepì le sue due opere maestre. Questo negozio fu la cosa più vicina a Hollywood che il giovane Tarantino riuscì a raggiungere. Un sogno infantile di Quentin.

Un bambino nato spettatore di cinema, sua madre lo portava a vedere ogni genere di film, persino Conoscenza carnale, una pellicola che non era adatta ai minori di 18 anni. Quentin aveva solo cinque anni. La pellicola annoiò moltissimo Tarantino. Nessuno si spiega come la madre di Quentin (che gli aveva messo questo nome perché sapeva che sarebbe diventato famoso da grande, ma a lei nessuno disse mai che il Quentin più famoso è il carcere di San Quentin) riuscisse a far entrare un minorenne nelle sale dove si proiettavano queste pellicole che interessavano il piccolo Quentin più per i pop-corn che per le stelle femminili che splendevano sul grande schermo. Il momento culminante della biografia di Tarantino è proprio quando fu assunto in quella rivendita di video adesso diventata famosa. “Era il lavoro ideale”, spiega. “Potevo vedere tutti i film gratis e inoltre mi restava tempo per leggere e scrivere”. Cosa vedeva Quentin? “Tutte le pellicole del mondo”. Cosa leggeva Tarantino? “I libri più economici, ancora più economici dei tascabili”. Leggeva, secondo quel che dice, pulp fiction.

Ma che cosa dobbiamo intendere per pulp? Nella sua prima accezione pulp è un magazine stampato su carta economica. Inoltre “qualunque magazine dedicato a una letteratura sensazionalista, effimera… stereotipata, di solito scritta con un obiettivo puramente commerciale”. Il termine si può applicare alla maggior parte del contenuto delle pellicole, siano o meno violente, thriller, western e persino le pellicole d’amore che appassionavano la signora Tarantino. Ma non alle pellicole di suo figlio. Tarantino, che è molto astuto, scelse Pulp Fiction come titolo solo perché dotato di fascino, inoltre il vero significato del termine pulp è caduto in disuso. In ogni caso anche quando il termine era in auge, negli anni Venti, e si poteva applicare, per esempio, alla rivista Black Mask (La maschera nera, nome che calzava a pennello per Arsenio Lupin) non si poteva usare per i suoi principali collaboratori, Dashiell Ammett e Raymond Chandler. La fiction del pulp si salvava, soprattutto, grazie allo stile. E chi era il massimo stilista allora in voga? Ernest Hemingway, logicamente. Tutta la letteratura di Black Mask derivava da un racconto di Hemingway pubblicato anni prima, Gli assassini.

In questa narrazione breve, un’opera maestra, la violenza era implicita e diventava esplicita solo nel dialogo dei due assassini (adesso si chiamano hit men) che entravano in una sala da pranzo del profondo ovest vestiti come due comici da vaudeville. Il loro dialogo prima era duro, poi minaccioso e finalmente letale. Proprio come il dialogo tra Vince Vega (John Travolta) e Jules (Samuel Jackson) davanti ai tre ragazzi che sappiamo dovranno eliminare, così come sappiamo ne Gli assassini, cosa faranno dello Svedese i due ospiti dai cappotti attillati, Al e Max. Ora, Jules, che è nero, prima di colpire i suoi bianchi, recita alcuni versetti di Ezechiele che predicono come un oracolo la caduta di Israele. Pulp Fiction comincia in maniera umoristica: ridere prima di morire. Tutta la pellicola mantiene un tono di umorismo nero anche se Tarantino ci obbliga a prenderla sul serio e il suo stile oscilla tra l’umorismo e la violenza più orribile. A parte la morte dei ragazzi che si sono dimenticati di consegnare il denaro al killer più grande, c’è un morto per incidente dentro un’auto, l’amante del killer patisce un collasso per aver inalato cocaina con morfina, un boxeur vende un incontro per scommettere su se stesso e alla fine vince, tradendo il killer, una copia pederasta sodomizza il killer, il boxeur si vendica di un sodomita, mentre il killer castra chi l’aveva sodomizzato sparandogli due colpi tra le gambe e, finalmente, la violenza che torna al principio, perché Pulp Fiction è raccontata per mezzo di storie che ritornano e fanno della pellicola una sorta di tour dell’orrore. Tarantino ha imparato da Hemingway a raccontare la sua seconda pellicola e anche se allude all’etichetta di pulp fiction questa Pulp Fiction è fiction ma non è pulp. È, al contrario, una pellicola di semplice azione come Le iene, ma raccontata in maniera sofisticata, come le vecchie pellicole della Warner Brothers, quelle che prima facevano pagare al pubblico per il crimine. Adesso il crimine non solo paga ma vince premi davanti alle presunte pellicole artistiche, quelle che hanno preso il cinema come una pretenziosa settima arte. Dice Tarantino, che è molto generoso negli apprezzamenti, proprio come lo fu Orson Welles, di un’altra pellicola: “È una pellicola che reinventa il cinema”. Questo si può dire de Le iene, ma soprattutto di Pulp Fiction. Il cinema che reinventa il cinema.


Traduzione di Gordiano Lupi
Nota del traduttore: Il pezzo è stato scritto nel 1995 ed è riferito soltanto alle prime due pellicole di Quentin Tarantino. Il giudizio di Guillermo Cabrera Infante (1929 - 2005) è giocoforza parziale, ma il grande scrittore cubano esule a Londra si mostra molto lungimirante e aperto verso le nuove tendenze cinematografiche.