giovedì 28 febbraio 2013

Il castrismo non esiste, amore mio

di Orlando Luís Pardo Lazo
28 febbraio 2012

Esiste l’odio nel tuo cuore. Quella è la vera storia di Cuba. Una storia di diffidenza provocata dal potere. Di violenza linguistica che si traduce in violenza sui corpi. Una storia di estrema aridità, di non solidarietà come unica garanzia del socialismo. Un processo di perdita dell’identità nazionale in chiave di nazionalismo atrofizzato, come prima fase di una disumanizzazione che ci porta a lottare fino alla morte non per liberarci ma per essere più schiavi.

Esiste la comodità di sopravvivere. L’indolenza di guardare da qualche altra parte. Di non essere colpevoli. La codardia di consideraci vittime incapaci di essere protagonisti. L’ipocrisia di confidare astrattamente in Dio, ma mai nella Verità e nella Vita reale che proprio Lui ci ha dato.

Esiste la bruttezza cubana. Proprio così. In un teatro totalitario tutto è brutto persino la ridicolaggine. Impossibile provare misericordia nel bel mezzo di un simile panorama. Cominciando dalla gente, quella rozza statistica di incredibili tabù sotto il manto materialista di un’umiliante mancanza d’immaginazione.

Esiste il niente con il contagocce. Invecchiare privi di un solo senso capace di sostenerci. La paura che ci fa diventare prima mediocri e subito dopo meschini, virtuosi della vertigine (il presente che fugge dal suo futuro senza neppure osare guardare oltre), incapaci della benché minima salvezza. Ed esiste, certamente, la morte che viviamo mentre aspettiamo il Giorno F che sarà proprio il giorno del nostro funerale.

Il castrismo non esiste, amore mio.

Esiste solo la nostra indecente mancanza d’amore in quanto persone, popolo, paese postumo o pessima patria che per fortuna si è già perduta.

Traduzione di Gordiano Lupi

Cálmate de Legna Rodríguez Iglesias

Cálmate

me digo

concéntrate

me digo

toma las riendas de tu vida

azuza a los perros

ordénales que corran

bien lejos de aquí

corre

me digo

bien lejos de aquí

me digo

sigue las señales de los perros

más allá del final

pero tú no querrás escribir

un solo poema en tu vida

tú querrás escribir mil poemas

por lo menos

escupe el chicle

me digo

tira el chicle

me digo

o masticas o tomas las riendas

es tu negocio.

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Legna Rodríguez Iglesias nació en Camagüey, en 1984. Ha publicado una novela, dos libros de cuentos, un libro de literatura infantil y varios libros de poemas. Entre estos últimos, Tregua fecunda (Unión, La Habana, 2012), El momento perfecto (Ediciones Matanzas, Matanzas, 2012) y Chupar la piedra (Abril, La Habana, 2013). Este poema pertenece a su libro Chicle (Ahora es cuando).


TRADUZIONE DI GORDIANO LUPI


Calmati

di Legna Rodríguez Iglesias (L’Avana)



Calmati

mi dico

concentrati

mi dico

prendi le redini della tua vita

incita i cani

ordina loro di correre

molto lontano da qui

corri

mi dico

molto lontano da qui

mi dico

segui le indicazioni dei cani

al di là della fine

ma tu non vuoi scrivere

una sola poesia nella tua vita

tu vorresti scrivere mille poesie

per lo meno

sputa la gomma

mi dico

tira la gomma

mi dico

o mastica o prendi le redini

è il tuo compito.

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Legna Rodríguez Iglesias è nata a Camagüey, nel 1984. Vive all’Avana. Ha pubblicato un romanzo, due raccolte di racconti, un libro di letteratura infantile e diverse raccolte di poesie. Tra queste ricordiamo: Tregua fecunda (Unión, La Habana, 2012), El momento perfecto (Ediciones Matanzas, Matanzas, 2012) e Chupar la piedra (Abril, La Habana, 2013). Questa poesia fa parte del libro inedito Chicle (Ahora es cuando).

martedì 26 febbraio 2013

Frammenti del Mariel


di Carlos Victoria - da Sinalefa n. 25


Il Mariel fu uno sparo. Un colpo che risuonò lungo un’isola passiva, legata, impregnata del sudore degli slogan. Un fragore che riuscì a svegliare persino me, uno scrittore che non era ancora scrittore, o che non è mai stato scrittore, pure se avevo scritto sempre fin dall’adolescenza (anche prima), e che in quel momento, aprile del 1980, a volte mi ubriacavo o mi ero appena svegliato dalla sbornia della notte precedente. Vivevo così da molti anni, operaio forestale nella parte visibile, e in quella occulta, tenace scribacchino di pagine di racconti, poesie e romanzi destinati a non vedere la luce. Io vivevo, adesso lo ricordo, come se la vita non contasse niente. Mi avevano detto così tante volte che non valevo niente, che negando ciò che chiamavano patria, socialismo, rivoluzione (o uno qualunque di quei tanti nomi) io negavo la mia stessa condizione umana, la mia dignità, il mio talento creativo, che alla lunga cominciai a credere che niente valesse la pena, né quei nomi, né la mia isola, neppure io. Bevevo e scrivevo. Scrivevo e bevevo. Soltanto i parenti, alcuni familiari, le persone care, mi facevano capire che non ero un fantasma, a volte con amore, altre con odio, perché un uomo in perpetuo stato di letargo può diventare odioso. Fu in quel preciso istante che risuonò lo sparo. Vedere Cuba sconvolta da quella febbre, dove si scatenarono gli istinti più bassi (maltrattare e colpire un compatriota perché decide di abbandonare la sua terra), vedere per la prima volta la reale possibilità di una fuga, di una vita che somigliava solo vagamente a ciò che intendevo per vita, mi risvegliò un istinto che credevo morto. L’istinto del cambiamento. Forse il più rischioso e il più prezioso di tutti gli istinti. Ci sono persone, molte persone, che non lo intravedono mai. Poveri loro. Oggi ricordo solo pochi dettagli di quei pazzi giorni. Ci sono cose che si dimenticano, anche per istinto. E sono passati venticinque anni.

Ricordo come in una nebbiolina gli atti di ripudio, tra botte, sputi (mia madre ne ricevette uno sulla guancia), uova e pietre scagliate con furore. Ricordo situazioni tragicomiche di donnaioli che si facevano passare per finocchi, di madri di famiglia che si fingevano lesbiche o puttane, di persone onorate che presentavano alla polizia documenti falsi che indicavano insoliti comportamenti delinquenziali, precedenti abietti, misfatti. Pure questo è Cuba. La violenza mischiata alla farsa. Ricordo soprattutto centinaia di imbarcazioni, enormi moltitudini di persone che affollavano le prue. Ricordo detenuti veri, bulli in carne e ossa, esibire i loro tatuaggi al sole, malfattori stupefatti, che la notte prima avevano dormito in carcere, rassegnati a dover scontare lunghe condanne, che adesso improvvisamente si lanciavano in mare. Ricordo, certo, la costa dell’isola, un istante di dolore e sollievo tipico di quando si dice addio a una passione che ha finito per consumarti anche le ossa. Così si allontanano gli amanti logori, divorati dalla disillusione. Chi non ha mai sofferto per un amore divenuto tortura e da cui è necessario scappare, vivo o morto, non sa di che cosa parlo. Ricordo che la costa era solo una linea. Poca vegetazione. Le onde finirono per cancellarla. Dopo cominciò un’altra vita. La parte migliore si descrive nei libri, nella fiction. Dice Cavafis (ma forse l’ho sognato, o ha detto qualcosa di diverso) che chi manda in rovina la sua vita in un luogo, finisce per mandarla in rovina anche in un altro. Mi sono sforzato di credere che non è vero. Grazie al Mariel abbandonarono Cuba decine di artisti e scrittori. Alcuni morirono. Altri cambiarono percorso e finirono per non tornare più a creare, soffocati da desideri lussuriosi, droga, dissipazione, malattie mentali, pigrizia e febbre politica, che contamina tutto quel che tocca. Molti di noi abbiamo resistito, ignorati dalla tenace sinistra e dalla tenace destra. Non arriviamo mai in tempo: sempre troppo presto o troppo tardi. Ma almeno raggiungiamo uno spazio dove possiamo essere noi stessi.

Traduzione di Gordiano Lupi


Carlos Victoria (Camagüey, 1950 – Miami, 2007). Scrittore cubano, collaboratore de El Nuevo Herald, autore di sette libri di narrativa. Raccolte di racconti: Las sombras en la playa, El resbaloso y otros cuentos, El salón del ciego, Cuentos 1992 - 2004. Romanzi: Puente en la oscuridad, La travesia secreta, La ruta del mago. Nel 1993 ha ricevuto il Premio Letras de Oro. Ha vissuto a Miami dal 1980 - anno dell’esodo del Mariel di cui parla in queste pagine - fino alla morte, sopravvenuta all’età di 57 anni a causa di un’improvvisa malattia.

mercoledì 20 febbraio 2013

Yoani Sánchez davanti al Senato brasiliano



20 febbraio 2013 - Yoani Sánchez ha chiesto davanti ai senatori brasiliani la fine dell’embargo commerciale degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Al tempo stesso si è detta favorevole alla liberazione delle cinque spie cubane (che il regime chiama eroi) che stanno scontando la loro pena detentiva negli Stati Uniti. “Il governo cubano deve smettere di spendere denaro per organizzare una campagna finalizzata al loro ritorno sull’Isola”, ha detto la blogger. Yoani ha risposto anche a una domanda insidiosa sulla base navale di Guantanamo, posta da un deputato di sinistra. “Non sono d’accordo, da cittadina, che esista un luogo dove non si rispetta la legalità”.

I deputati brasiliani di tutti i partiti si sono scusati per le proteste messe in scena da una minoranza nei confronti della sua presenza. Qualche deputato è giunto ad affermare che Yoani Sánchez è il volto che, in breve tempo, prenderà il comando politico dell’Isola.

In sintesi l’intervento di Yoani.


Embargo

“Sono contenta delle vostre domande perché mi permettono di rispondere a molte campagne di diffamazione. La mia posizione sull’embargo è chiara: deve finire prima possibile. Lo dico da sempre, in tutte le interviste, ogni volta che mi è stato chiesto ho risposto in questo modo. Deve terminare perché rappresenta un’ingerenza esterna per cambiare una situazione che soltanto il paese interessato deve poter modificare. In secondo luogo non è servito a niente. Se l’idea originale era quella di creare scontento nella popolazione per favorire una ribellione che portasse al cambiamento, non ha funzionato. Come metodo di pressione è un totale fallimento. Terzo motivo, non ultimo in ordine di importanza, non deve più rappresentare una scusa per i fallimenti economici del governo cubano e il motivo per giustificare la repressone politica e sociale”.

Cinque eroi

“Sul problema dei cinque membri del Ministero degli Interni che si trovano nelle carceri nordamericane, dobbiamo chiarire che non erano cinque, perché la Rete Avispa di spionaggio era composta da una dozzina di persone. Questa va detto, perché il resto dei membri ha collaborato con i tribunali ed è stato messo in libertà. Soltanto 5 di loro sono ancora in prigione. Il governo del mio paese sta spendendo molti soldi per finanziare viaggi per il mondo, acquistare spazi sulla stampa internazionale per diffondere la posizione ufficiale, inoltre si perdono molte ore scolastiche per parlare di queste cinque persone. Preferirei che i cinque agenti segreti venissero liberati, così finirebbe il grande sperpero di risorse e le casse dello Stato tirerebbero un sospiro di sollievo. Potremmo risparmiare denaro e impiegarlo per risolvere i veri problemi che sono sul tappeto”.

La vignetta è di Garrincha
- E questi chi sono?
- I mercenari dell'Avana

Guantánamo

“Sono una persona che ama il rispetto della legalità, quindi non posso essere d’accordo che esista un luogo dove non viene rispettata”.

Il finanziamento del suo tour

“Sono venuta in Brasile con un biglietto economico acquistato grazie alle offerte pervenute via Internet da diversi blogger delle reti sociali. Tutto si può verificare nella pagina web del documentario di Dado Galvao. Me ne vado dal Brasile grazie a un biglietto pagato da Amnisty Internacional che mi permetterà di raggiungere l’Europa, dove parteciperò a un festival di cinema ad Amsterdam che ha per tema i diritti umani. Da lì andrò a New York, invitata da diverse università che finanzieranno il mio soggiorno. Quando andrò in Spagna, sarà il congresso di reti sociali i-Redes, dove vinsi un premio che non ho mai potuto ritirare, a pagare il biglietto. Di ritorno in America, andrò in Florida. Mia sorella, tecnica di farmacia, pagherà il biglietto. Quindi viaggio gratis grazie alla solidarietà di tante piccole persone come me”.

La blogger cubani è stata ricevuta da un centinaio di deputati per una riunione che alcuni simpatizzanti castristi non hanno gradito, visto che sono rimasti a gridare offese e slogan all’esterno del Senato. I deputati hanno difeso Yoani dalle critiche e alcuni di loro si sono detti certi che la blogger in breve tempo “assumerà il comando dell’Isola”, perché “può rappresentare il futuro di una nuova Cuba in un regime democratico”.

Gordiano Lupi

martedì 19 febbraio 2013

Yoani Sánchez bloccata dai filocastristi



Manifestazioni inscenate da gruppi filo castristi brasiliani hanno impedito la realizzazione del primo evento al quale avrebbe dovuto partecipare Yoani Sánchez, autrice del blog Generación Y. A Feira de Santana (Recife), gli organizzatori hanno dovuto sospendere la proiezione del documentario Conexión Cuba-Honduras, che comprende un’intervista alla Sánchez, perché militanti di alcuni partiti di sinistra hanno sabotato l’evento. Il documentario, diretto da Dado Galvao, parla della limitazione della libertà di espressione, mentre il regista fa parte di un gruppo di attivisti che da tempo cerca di far uscire la blogger dal suo paese. Cinquanta manifestanti hanno esibito cartelli in difesa del governo dei Castro, occupando la sala del Museo del Saber, dove il documentario avrebbe dovuto essere presentato, gridando slogan castristi al fine di impedire qualsiasi dibattito. Al grido di “Sánchez traditrice” e “Viva la Rivoluzione”, hanno impedito alla blogger cubana di parlare e hanno obbligato gli organizzatori ad annullare l’evento. I manifestanti esibivano bandiere del Partido de los Trabajadores (PT) e del Partido Comunista do Brasil (PCdoB).

Yoani Sánchez ha accettato di discutere con i manifestanti, ma le è stato permesso di pronunciare solo poche parole, quindi è stata di nuovo interrotta dalle grida. “Dopo aver taciuto per molto tempo, dopo aver vissuto in una società nella quale la maggioranza dei miei compatrioti aveva scelto di non parlare a voce alta, un bel giorno non ho resistito e ho deciso di creare un blog. Generación Y è il nome del blog, che racconta la vita quotidiana a Cuba. No ha slogan, perché non mi piacciono gli slogan”, ha detto Yoani Sánchez. Ha detto a coloro che l’accusavano di appoggiare l’embargo statunitense nei confronti dell’Isola che non è vero: “Potete cercare su Google il mio nome e troverete molte dichiarazioni favorevoli alla fine del blocco economico”. Yoani ha aggiunto: “L’embargo è la causa di molti problemi. Io ho detto che per colpa dell’embargo ci sono molti servizi Internet che non possiamo usare, ma è anche vero che a Cuba non c’è un maggior accesso a Internet per decisione politica del governo cubano”. Molti slogan ingiuriosi hanno accolto queste parole, i manifestanti hanno gridato a più riprese: “Venduta” e l’hanno accusata di ricevere finanziamenti dal governo statunitense.


Il filmato del poco che è risucita a dire

A Salvador de Bahía l’accoglienza dei filocastristi non è stata migliore. Yoani è stata ricevuta da alcuni scalmanati che mostravano foto di Fidel Castro e Che Guevara, chiamandola “mercenaria” e “agente della CIA”. “Me lo aspettavo. Sapevo che tutto questo sarebbe potuto accadere, fin dal primo momento”, ha commentato Yoani in una sala del museo dove è stata condotta per allontanarla dai manifestanti. “Ho atteso un anno per venire a vedere la pellicola di Dado (Galvao), ma purtroppo mi è stato impedito”, ha aggiunto la blogger. Pare che L’Avana abbia messo in atto un piano per controllare tutti i passi della dissidente, diffamarla e boicottare le sue attività.
Gordiano Lupi

domenica 17 febbraio 2013

Yoani in partenza per il Brasile

L’Avana, 17 febbraio 2013 - La blogger cubana Yoani Sánchez è in partenza per il Brasile. Riportiamo alcune sue dichiarazioni apparse sul suo spazio Twitter.


“Comincia da questo viaggio la realizzazione di una serie di progetti personali e collettivi che non ho potuto compiere prima a causa del divieto di uscire dall’Isola da parte delle autorità cubane negli ultimi cinque anni. Vado in Brasile come una piccola persona, con il mio sguardo civico sulla realtà del mio paese, con le mie parole, che sono la mia protezione più grande. Sto trascorrendo il mio ultimo giorno di febbraio all’Avana, una città fredda che non riesco a scrollarmi di dosso, perché la mia realtà. Adesso è il momento di fare tutte le esperienze che mi erano state negate da un assurdo sistema migratorio. La mia permanenza all’estero sarà un’opportunità per parlare di ciò che accade a tanti altri cubani che non possono uscire dall’isola. Denuncerò con forza i limiti che ancora presenta la riforma migratoria promulgata il 14 gennaio scorso. Molti amici mi chiamano per ricordarmi l’enorme responsabilità che ci prendiamo sulle nostre spalle uscendo da Cuba. Spero di poter conoscere molte cose nuove, ma anche di poter usare Twitter dal vivo e in diretta, non per sms e alla cieca, come succede adesso che vivo nel paese dei non connessi”.


Yoani dopo il Brasile, andrà in Perú, Colombia e Messico, dove è stata invitata a partecipare alla riunione della Sociedad Interamericana de Prensa (SIP). Subito dopo sarà anche in Spagna, Stati Uniti, Repubblica Ceca, Polonia, Svizzera, Germania e Italia. Non necessariamente in questo ordine.


"Che domenica strana! Mi sono alzata alle quattro del mattino, ho osservato L’Avana dal mio balcone per catturare e fissare nella retina tutto quel che potevo. Una giornata molto invernale: cielo grigio, freddo. Per fortuna sono circondata dal calore di amici e familiari. Il saluto è stato molto emotivo. Amici, parenti, mio figlio, il mio amore. Ci siamo detti arrivederci e ci siamo abbracciati. Riesco a oltrepassare la barriera del punto di controllo migratorio. Adesso devo solo salire sull’aereo e attendere il decollo. Incontro una viaggiatrice peruviana che si dimostra solidale con me. Mi sostiene moralmente anche adesso. A me, a dire il vero, tremano ancora le ginocchia. Perché la libertà viaggiare deve fare notizia? Perché ottenere un passaporto diventa una sorpresa? Per colpa di un assurdo sistema migratorio durato decenni. La reazione dei passeggeri nei miei confronti è molto calda. Abbracci, foto insieme… sento già odore di libertà. Il mio nome non risuona negli altoparlanti. Nessuno mi porta in una stanza per spogliarmi o minacciarmi. Tutto procede bene. Non c’è miglior lettura che portare in aereo Un vecchio viaggio di Manuel Pereira. Questa volta non volerò soltanto tra le ali dell’uccellino azzurro di Twitter. Sembra proprio che volerò in aereo! Mi hanno detto che l’aeroporto di Panama, dove faremo scalo, possiede una zona wi - fi… non posso crederci! Ho paura che in questo periodo la mia isola non farà un passo avanti in tema di pluralismo ideologico e che permarrà l’estremismo politico. Ho paura che le detenzioni arbitrarie continueranno a rappresentare uno strumento di repressione. La mia preoccupazione è per chi resta. Ho paura che la penalizzazione della diversità non finisca e che continuino gli atti di ripudio. Spero che la mia piccola voce che ha raggiunto la cittadinanza si oda ancora più forte, diventi più ferma e chiara. Ho molte speranze, anche se l’angoscia e la preoccupazione sono componenti essenziali di ogni viaggio da Cuba. Credo che mi rilasserò un poco soltanto quando l’aereo partirà”.

La valigia di Yoani

Il suo libro da aereo...

Traduzione di Gordiano Lupi

martedì 12 febbraio 2013

Parlando con Yoani Sanchez

IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI

Yoani in meno di tre mesi farà tutti i viaggi che il regime le ha vietato in cinque anni

Esce da Cuba il 17 febbraio destinazione Brasile. Sarà in Canada, Stati Uniti, Messico, Repubblica Ceca, Olanda, Spagna, Italia...

Intervista tratta da Burgos on line

Yoani Sanchez è una blogger indipendente molto critica con il regime castrista, due anni fa le è stato negato il visto di uscita da Cuba e non ha potuto ritirare il premio del Primo Congresso Internazionale delle Reti Sociali. Questa volta, invece, tra meno di un mese, potrà assistere alla terza edizione che si svolgerà a Burgos, in Spagna. Fervono i preparativi a casa di Yoani, in partenza per il primo viaggio fuori da Cuba negli ultimi 5 anni. Come la maggioranza dei cubani, Yoani Sánchez (L'Avana,1975) non ha una connessione Internet domestica, ma nonostante questo è una delle blogger più influenti del mondo e conta quasi 400.000 persone che seguono i suoi messaggi su Twitter. Ammirata fuori da Cuba, accusata di ogni tipo di cospirazione da parte del suo governo, afferma che non vorrebbe perdersi per niente al mondo il terzo evento iRedes, che terminerà l'8 marzo nel Fórum Evolución, insieme al professor José Luis Orihuela, con un dibattito intitolato "Reti sociali per la libertà". Il programma del congresso è completo e si può consultare su www.iredes.es.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Yoani.

Questo viaggio si sarebbe dovuto svolgere due anni fa. Che cosa è accaduto?

In quel momento il Governo Cubano mi negava il permesso di uscita temporanea dal paese. Accadeva dal 2008, anno in cui vinsi il premio Ortega y Gasset di giornalismo.Quando vinsi il Premio iRedes avevo collezionato 12 o 13 divieti di uscita. Ho insistito a lungo, ma alla fine mi sono convinta che non ce l'avrei fatta a partecipare. Un assurdo burocratico mi bloccava sull'Isola - come accadeva a molti altri cubani -, niente di nuovo, ma nel mio caso le restizioni erano incomprensibili, perchè non ero laureata in Medicina, non avevo condanne giudiziare e non conoscevo segreti di Stato. Il divieto derivava dal fatto che scrivevo un blog in maniera libera, esprimendo il mio pensiero sulla realtà.

Cosa significa per te la possibilità di uscire da Cuba?

Adesso sembra che finalmente sono libera di andare dove mi attendono da due anni. Dopo 5 anni di lotta legale, una battaglia intensa dal punto di vista giuridico, giornalistico e civico, poter ottenere il passaporto e una promessa da parte del funzionari del Dipartimento Immigrazione che mi lasceranno uscire, rappresenta il coronamento di un sogno. Ho lottato tanto per raggiungere questa meta, ma mi rendo conto che la riforma migratoria - in vigore dal 14 gennaio - é insufficiente, perchè la libertà di movimento non è ancora un diritto individuale inalienabile. Si tratta sempre di una concessione, discrezionale, che ti possono togliere in ogni momento. Ti resta in bocca un sapore agrodolce. Conosco amici, colleghi, dissidenti, che non sono stati autorizzati a viaggiare.

Le cosiddette aperture rauliste stanno cambiando Cuba?

Si stanno facendo riforme dal 2008, ma soprattutto di carattere economico. Abbiamo avuto un ampliamento del lavoro privato, sono state assegnate terre incolte ai contadini, è stata autorizzata la vendita di case e di auto, che sembra una cosa normale, ma da noi è stata proibita per decenni. La cosiddetta Riforma Migratoria è il primo passo che va oltre la sfera economica, passa sul piano sociale e può influenzare il tema politico. Ho dei dubbi sulla natura del gesto. A mio parere era insostenibile il costo politico di continuare a mantenere l'isola come un castello feudale circondato da una muraglia che si chiudeva su se stessa per volontà dei governanti. Siamo nel secolo XXI, il mondo è senza frontiere, restava soltanto Cuba a vietare entrata e uscita ai cittadini. Non dimentichiamo le motivazioni economiche. Il governo spera che i cubani escano dal territorio nazionale, si trattengano all'estero per un po' di tempo, quindi tornino in patria con i frutti del loro lavoro. Non possiamo capire ancora quanto questo cambiamento modificherà la nostra realtà.

Possiamo dire ancora che i cambiamenti mancano di profondità e velocità?

Nel 2013 abbiamo visto cambiamenti importanti, ma le riforme non sono ancora integrali. Nella sfera politico - sociale, per esempio, niente è cambiato. Per esempio, sono state concesse più licenze per il lavoro privato, le persone possono commercializzare i loro prodotti... Ma è ancora penalizzata la differenza ideologica, proibita la libera associazione, punita la libera espressione. Continua una politica aggressiva e di esclusione nei confronti di chi esprime idee diverse da quelle governative. Le riforme creano spazi di autonomia economica ma non si parla ancora di autonomia civica e politica.

Le elezioni a Cuba. Perchè le hai definite una farsa?

Non possiamo sperare che simili elezioni producano un cambiamento. L'Assemblea Nazionale non viene eletta ma ratificata. Abbiamo una lista di 612 candidati per 612 posti. Non scegliamo tra A o B, ma si vota un elenco predisposto. Inoltre i candidati vengono fuori da un procedimento di selezione che è un vero e proprio filtro ideologico. Non può passare neppure un candidato non conforme dalle strette maglie della Commissione di Candidatura. I criteri di scelta dei candidati sono la lealtà alla Rivoluzione, a Fidel e al Partito. Il nostro parlamento ratifica ordini che provengono dall'alto.

Abbiamo visto Fidel Castro votare. Che significato ha quella immagine?

Preoccupante, direi. Non era tra i deputati della precedente legislatura e il fatto che sia incluso in questa può destare un certo allarme. Non vorrei che venisse eletto nel Consiglio di Stato. Sarebbe un passo indietro, perchè non è in condizioni fisiche e mentali per governare, come abbiamo visto dalle immagini diffuse. Inoltre la sua presenza può essere un freno a molte misure che potrebbero essere approvate nel corso del 2013. Di fatto, penso che queste apparizioni stiano seppellendo il mito di Fidel Castro. Appare fragile, poco lucido, parla con voce flebile, e per molta gente che continua ad apprezzarlo è un duro colpo all'immagine che avevano di lui come guerrigliero vittorioso. Fidel sta contribuendo a distruggere il suo stesso mito.

Possiamo pensare a una data in cui avremo la democrazia a Cuba?

Purtroppo questa data non sembra ancora vicina. Raúl Castro sta tentando con tutti i mezzi di mantenere al potere il clan familiare facendo piccole aperture economiche, ma conservando un rigido controllo politico e militare sul paese. In ogni caso ogni piccola apertura sarà importante. Pensiamo al 2008, quando il Presidente Generale permise ai cubani di aprire una linea telefonica mobile, adesso è il miglior strumento per convocare gruppi dissidenti e per inviare messaggi di testo su Twitter. Parlare di cambiamento in senso democratico a Cuba è difficile, perchè vedo intorno a me molta apatia e indifferenza. La non conformità si esprime in un'alta percentuale di immigrazione. la gente preferisce lanciarsi in mare a bordo di una zattera e affrontare gli squali nello stretto della Florida piuttosto che lottare contro un repressore per strada. C'è molto timore diffuso, tanta alienazione. A parte poche onorevoli eccezioni, la maggioranza della popolazione si nasconde dietro la maschera della simulazione.

Quale ruolo avranno le reti sociali per la conquista delle libertà?

Viviamo nel paese occidentale con minor grado di connessione al web, i collegamenti Internet sono molto limitati, ma blogger e reti sociali rappresentano lo stesso un trampolino di lancio verso le libertà. Le informazioni che non vengono diffuse dai media nazionali escono da nostri blog, dalle riviste on line e si diffondono per le strade di tutta l'Isola. Le reti sociali saranno uno strumento per un dibattito necessario che va oltre le istituzioni. Internet si sta trasformando nella piazza pubblica dove potremo comportarci da cittadini, visto che nel mondo fisico, corporeo, non ce lo lasciamo fare. Internet è un laboratorio di allenamento civico.

In quale modo viene limitato l'accesso a Internet a Cuba?

Nessun cubano può avere un contratto Internet domestico. Risulta impossibile. I soli ad avere accesso alla rete sono i funzionari fidati, gli stranieri e alcune persone molto selezionate. In diverse università e istituzioni è possibile accedere alla rete, ma molte pagine sono censurate, lente, zeppe di filtri e controlli. I cittadini devono pagare un'ora di connessione servendosi degli hotel, a prezzi stratosferici. Sei dollari per un'ora, a volte persino 12, in un paese dove il salario medio mensile è di 20 dollari. Un vero e proprio lusso. Per questo motivo preparo molte cose off line e uso Internet solo per pubblicare e scaricare documenti, ma resta il fatto che sono una blogger cieca, non riesco a rendermi conto di tutto quel che accade.

La Spagna e l'Italia sono paesi democratici. A cosa possono servire nell'Europa democratica e liberale le reti sociali?

Non sottovalutiamo la componente ricreativa e la possibilità di ritrovare amicizie perdute. Le reti servono anche per fare pressione sui governi affinchè operino con maggior trasparenza ed efficienza. Sono lo strumento ideale per dire ai politici: "Vi stiamo osservando e non ci piace quel che fate". Le reti sono una forma di governo collettivo e forse possono aiutare ad approfondire la democrazia, a limare le imperfezioni che il sistema presenta e a creare nella mente dei politici l'idea che non sono una razza eletta ma che uno spazio pluralista li controlla e li valuta per quel che fanno. Certo, le opinioni e le proposte non devono restare nel mondo virtuale, ma l'impulso dei cittadini deve fare in modo che si concretizzino nel mondo reale. Armati di schermo e tastiera è facile sognare, persino delirare, ma sarebbe importante far diventare realtà il cambiamento teorizzato. Dobbiamo cercare di obbligare i politici ad aprire il governo alle reti sociali che devono interagire con chi li amministra.

Cosa si attende dalla sua presenza di tre giorni a Burgos, in Spagna?

Ho tanti sogni. Voglio incontrare molte persone, abbracciare tutti coloro che non ho potuto salutare in questi ultinmi 5 anni. Conoscere persone che ammiro molto, autori... Non vedo l'ora di incontrare José Luis Orihuela, una sorta di stella che guida molti blogger cubani. Burgos è il mio primo viaggio in Spagna, paese che non ho mai visitato, anche se la mia famiglia proviene dalla Penisola Iberica. Imparerò molto, conoscerò cose nuove, usando tutti i sensi disponibili... Apprendere sarà importante per trasmettere nuove conoscenze ai blogger cubani che mi attendono. Sono molto interessata al dibattito, alla polemica e alle domande che mi saranno rivolte. Conserverò questo patrimonio nello zainetto invisibile che porto sulle mie spalle.

Quale futuro hanno i mezzi di comunicazione tradizionali in piena rivoluzione telematica?

Dovranno cambiare molto, senza dubbio. Ma non credo che i nuovi mezzi rappresentino la morte del giornalismo tradizionale. Certo, il giornalismo dovrà fare i conti con le maggiori richieste del cittadino, ma sopravviverà inventadosi nuove strade per raggiungere il lettore.

El País , quotidiano con cui collabori, ha diffuso recentemente una foto falsa di Hugo Chávez arrivata da Cuba. In rete c'è chi ti indica come la responsabile della diffusione...

Si è trattato di un fatto deplorevole e di un errore enorme. I quotidian spesso sbagliano rincorrendo le notizie, per cercare di arrivare primi. Ma va tenuto conto che El País ha fatto un mea culpa abbastanza profondo, no? Io non ho niente a che vedere con questa notizia. Collaboro con il quotidiano come inviata all'Avana, ma non ero al corrente della foto.

Nel web sei spesso sotto accusa. Come vivi questo fatto di essere al tempo stesso ammirata e odiata nel tuo paese?

Se si trattasse solo di questo sarebbe una cosa normale. Il problema è che sulla mia persona e sul mio prestigio si è accanito qualcosa che conosco molto bene, una sorta di polizia del pensiero che negli ultimi tempi è diventata molto sofisticata, potendo disporre di strumenti digitali. La tecnologia non ha un'etica in se stessa, ma assume l'etica di chi la usa. Può servire a diffondere idee di libertà, ma anche a far tacere chi presenta un pensiero alternativo. Ricevo le stesse accuse che sento rivolgere da sempre contro i dissidenti. Sarei un agente della CIA, un'infiltrata dell'Impero, una donna del Pentagono... A Cuba contro la mia persona si è scatenato un fucilamento mediatico, una vera e propria lapidazione della personalità. Non avendo accesso a Internet, mi arriva tutto molto tardi e forse è un bene, così non perdo tempo a rispondere a certe calunnie. Non sono paranoie della mia mente. Sono al corrente di certe cose perchè me le hanno raccontate persone che hanno fatto parte del meccanismo. A Cuba vengono pagati soldati cibernetici per stare tutto il giorno su Internet a denigrarmi, disturbare i siti dove pubblico e infastidire blogger e giornalisti indipendenti. Non posso fare niente contro queste macchinazioni governative. Posso solo concentrarmi nel mio lavoro.

Cosa pensi del caso di Ángel Carromero e della morte di Oswaldo Payá, che hai seguito direttamente come giornalista?

La morte di Oswaldo Payá (e di Harold Cepero, nda) è stata un evento molto triste per la storia nazionale. Non siamo ancora del tutto coscienti della gravità della sua perdita, perchè il momento storico è così importante che non abbiamo fatto le debite analisi. Con Oswaldo Payá abbiamo perso una persona importante per il futuro di questo paese, un possibile mediatore, una figura di transizione, un leader della Cuba democratica... Un grave colpo, perchè non ci sono molte persone del suo valore. Per quel che concerne il caso Carromero, concordo con la famiglia Payá che si dovrebbe fare un'inchiesta indipendente perchè il governo cubano controlla polizia e magistratura, quindi resterà sempre il dubbio della manipolazione sulle circostanze dell'incidente. Ogni giorno che passa si perdono prove e testimoni.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

domenica 10 febbraio 2013

Mancanza di fissatore


di Yoani Sánchez
da www.lastampa.it/generaciony


L’ascensore è un concentrato di odori a qualunque ora. Quando arriva il pesce al mercato razionato resta impregnato per giorni di un penetrante puzzo di spigola. Restano nell’ascensore anche gli aromi dell’uomo che vende pizze a domicilio nei piani alti e i profumi dei bebè che le madri portano a passeggio. A volte si sente una fragranza dolciastra, molto intensa, che si appiccica ai vestiti di chi sale e scende nella piccola cabina di metallo. Tutti sanno che un effluvio così intenso proviene da una vicina molto civetta che sembra “fare il bagno” con colonie e creme ogni volta che scende in strada. Per questo motivo la battuta del giorno riguarda “il tremendo fissatore di cui dispongono i suoi profumi…”. Questa frase è utilizzata anche fuori dal contesto di cosmetici e balsami, per indicare quando un determinato effetto è duraturo e continuato.

Infatti, tutta la nostra realtà è priva di fissatore. Oggi inaugurano un servizio e quattro settimane dopo comincia a perdere qualità e viene ridotto. Annunciano ai quattro venti un maggior numero di corse ferroviarie o una miglior frequenza degli autobus, ma dopo pochi mesi tutto torna come prima. Vengono inaugurate nuove istituzioni culturali o ricreative e in appena sei mesi cadono in abbandono a causa del degrado e di una totale mancanza di proposte. Mantenere uno standard accettabile risulta impossibile, persino per molti lavoratori privati che sembrano aver ereditato dal settore statale una propensione alla decadenza. La saggezza popolare consiglia di usare o visitare certi luoghi nelle prime 72 ore dall’inaugurazione, perché dopo… non saranno più gli stessi.


La mancanza di fissatore riguarda i restauri architettonici, che in breve tempo presentano facciate danneggiate dall’umidità e infiltrazioni dai tetti, come i procedimenti burocratici che funzionano con efficienza soltanto il primo giorno. A Cuba l’effimero è la regola, così come la fugacità è il destino della qualità. Prova di questo assunto sono i servizi offerti dalle nostre succursali di poste e banche. Periodicamente, si annuncia una trasformazione amministrativa per guadagnare efficienza, ma il miglioramento dura poco. Appena il tempo di assaporare il progresso che è già svanito. Come un’opera d’arte effimera - o un profumo economico - i risultati spesso svaniscono e non ci lasciano neppure il tempo di renderci conto che esistono.


Traduzione di Gordiano Lupi

venerdì 8 febbraio 2013

Riforma migratoria cubana - Tra chi parte e chi resta


Gisela Delgado, Ángel Moya e José Daniel Ferrer non possono uscire. Yoani Sánchez va in Brasile. Eliécer Ávila è già in Svezia. Berta Soler potrà ritirare il Premio Sacharov…

Gisela Delgado

L’Avana, 8 febbraio 2013

Il governo cubano ha negato il passaporto a Gisela Delgado, direttrice del progetto Biblioteche Indipendenti, annotando che “rientra in un elenco di persone che fanno parte di gruppuscoli controrivoluzionari”. La decisione negativa è giustificata dalle regole del secondo comma della legge, che prevede la possibilità di vietare l’uscita dal territorio cubano a chi possa compromettere la sicurezza nazionale. Il governo cubano ha negato il passaporto anche ad Ángel Moya e José Daniel Ferrer, ex prigionieri della Primavera Nera, dissidenti del Gruppo dei 75. La motivazione è che sono agli arresti domiciliari, in licencia extrapenal, dopo gli accordi con la Chiesa e la mediazione spagnola del 2010 - 2011.


Altri cubani critici con il governo, come Yoani Sánchez, hanno avuto il passaporto. La blogger sta organizzando un viaggio in Brasile, che avrà luogo il 18 febbraio, la prima uscita in territorio straniero dopo aver ricevuto venti divieti in cinque anni. Il primo a uscire da Cuba è stato il giovane dissidente Eliécer Ávila, che ha approfittato della riforma migratoria per recarsi a Stoccolma. Una notizia inattesa ma positiva proviene dal Twitter di Yoani Sánchez: “Hanno dato il passaporto a Berta Soler, leader delle Damas de Blanco. Potrà ritirare il Premio Sacharov!”.

Yoani in Brasile

 Dado Galvão e Yoani

“Le riforme economiche di Raúl Castro hanno stuzzicato l’appetito dei cubani che adesso pretendono di più”, ha detto Yoani Sánchez, in un’intervista pubblicata giovedì 7 febbraio sul quotidiano brasiliano Folha de Sao Paulo, dove arriverà lunedì 18 febbraio, per partecipare a un incontro organizzato dal senatore brasiliano Eduardo Suplicy, membro del Partito dei Lavoratori, e dal documentarista Dado Galvão. Questo viaggio di Yoani in Brasile non sarebbe stato possibile senza la riforma migratoria voluta da Raúl Castro che ha eliminato la necessità del permesso di uscita dall’isola. Un improvviso cambio di rotta e di comportamento, visto che fino a oggi il governo cubano aveva negato la possibilità di viaggiare alla blogger, impedita a partecipare a ogni convegno o presentazione.


“Yoani potrà spiegare all’opinione pubblica brasiliana come si violano i diritti umani a Cuba”, ha detto Galvão. Yoani andrà a Victoria de la Conquista, stato di Bahía, per assistere alla pellicola Conexión Cuba Honduras, insieme a diverse autorità e al senatore Suplicy. Il film sarà proiettato nell’auditorio dell’Università Statale di Bahía. Yoani visiterà anche San Paolo e Río de Janeiro, dove rilascerà interviste ai mezzi di comunicazione nazionali e parteciperà al lancio del suo libro De Cuba, con cariño. “Nessuno sta cospirando contro il governo di Cuba” ha detto il cineasta. “ le nostre iniziative si svolgeranno alla luce del sole. Vogliamo solo far sapere, comunicare le nostre idee e lottare per una Cuba pluralista e rispettosa dei diritti umani…”, ha concluso il cineasta brasiliano.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

mercoledì 6 febbraio 2013

Ana e l'arte di simulare

di Yoani Sánchez


“Nessuno fa più niente gratis", dice il personaggio di una commedia che fa parte della programmazione cinematografica cubana del nuovo anno. Diretta da Daniel Díaz Torres, La película de Ana è stata segnalata come il miglior lungometraggio di fiction del 2012 dall'Associazione Cubana della Stampa Cinematografica. In ogni caso, a parte i riconoscimenti ufficiali e gli altri premi che di sicuro vincerà, per il momento ha riscosso soprattutto il grande favore del pubblico che ha visto il film tra sorrisi e applausi. La protagonista, Laura de la Uz, interpreta un'attrice che passa da un ruolo mediocre all'altro, tra brutte avventure per adolescenti e pessime telenovelas per casalinghe. Per risolvere i problemi materiali, soprattutto per la necessità di comprare un frigorifero, decide di calarsi nei panni di una prostituta per un documentario girato da alcuni produttori austriaci. Quello che doveva essere un ruolo dei tanti, una sequenza di stereotipi e di eccessi, finisce per diventare la miglior interpretazione di Ana.

Come un gioco di specchi, il film sovrappone realtà e finzione, emozione e interpretazione. Neppure l'umorismo e le battute scherzose tolgono gravità al dramma della doppia personalità come strumento di sopravvivenza. Ana si complica la vita, si trova coinvolta completamente in un mondo che in realtà non conosce, ma che la esalta e la attrae fino in fondo. Fa posare i familiari a loro insaputa; filma i vicini di casa per dare corpo a un'improvvisata sceneggiatura e mente in continuazione. Diventa la vera e propria regista di una pellicola realizzata su diversi piani, pensati per assecondare le aspettative dei produttori stranieri. Tuttavia, a ogni luogo comune si unisce la durezza della sua vita, priva di affetti, senza bisogno di essere troppo drammatizzata.

La película de Ana ci provoca una vergogna femminile, nazionale, umana. Un senso di fastidio quando pensiamo a tutte quelle persone che cercano di farsi passare per altre. L'uomo che fuma un sigaro - anche se non gli piace - perché i turisti lo fotografino e lo paghino per quel gesto. Il funzionario che indossa la maschera della simulazione ideologica ormai divenuta una cosa sola con il suo volto. Persino coloro che alimentano la simulazione, perchè hanno perso la capacità di distinguere tra la parte di storia che si sono inventati e la realtà. Proprio come Ana che, tolto il trucco e spenta la macchina da presa, continua a recitare e a fingere.

Traduzione di Gordiano Lupi

Il Foglio parla de La ninfa incostante

La mia traduzione sul Foglio Quotidiano di Ferrara



Maurizio Stefanini - IL FOGLIO del 5 febbraio 2012
Il merito è tutto di Guillermo Cabrera Infante.

lunedì 4 febbraio 2013

Fidel riappare in pubblico


L'Avana, 4 febbraio 2013 - La ricomparsa in pubblico di Fidel Castro è stata l'unica sorpresa dei comizi elettorali cubani, durante una votazione a partito unico, senza opposizione, priva di campagna elettorale. L'esito è più che certo: conferma del Presidente incaricato (per discendenza di sangue) Raúl Castro.

“Sono sicuro che il popolo cubano è un popolo rivoluzionario, che ha fatto enormi sacrifici. Non devo provarlo, lo prova la storia. 50 anni di embargo non sono serviti a distruggere il nostro sistema", ha detto Fidel Castro, 86 anni, comparso in alcune immagini divulgate dalla televisione cubana.

Il padre della rivoluzione ha sottolineato l'importanza della nuova Associazione di Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), da lunedì presieduta da Cuba, voluta con forza da Hugo Chávez, convalescente all'Avana dopo aver subito una nuova operazione.

Nelle foto, Fidel Castro veste una camicia scura a quadri e un maglione scuro (marca Lacoste, un po' contraddittoria, visto il suo anticapitalismo), mentre conversa con la stampa cubana nel collegio elettorale del quartiere avanero de El Vedado, dove ha sempre votato prima della malattia che l'ha colpito nel 2006. Juventud Rebelde pubblica 5 foto che lo ritraggono mentre conversa, curvo e munito di bastone, con un gruppo di persone, ma lo vediamo anche mettere la scheda nell'urna elettorale.

Fidel non compariva in pubblico dal 21 ottobre, quando accompagnò all'Hotel Nacional il cancelliere venezuelano, Elías Jaua.


Raúl Castro, 81 anni, ha votato in un paese di campagna della zona di Santiago de Cuba, 900 a oriente dell'Avana, per dare l'impressione di occuparsi dei problemi provocati dal passaggio dell'uragano Sandy.

Otto milioni e mezzo di cubani voteranno, senza sorprese, per eleggere i 612 candidati del listone predisposto per l'Assemblea Nazionale e i 1.269 membri delle 15 assemblee provinciali. Il processo - che alcuni definiscono democratico - culminerà con la scontata rielezione di Raul Castro per un mandato di altri 5 anni, l'ultimo, vista la nuova legge che prevede un massimo di 10 anni per l'incarico presidenziale.

L'opposizione cubana - considerata fuori legge e mercenaria - ha definito il procedimento elettorale "una farsa" e ha invitato ad astenersi, votare scheda bianca o annullarla scrivendo slogan anticastristi.

"Che strane elezioni sono mai queste? Si eleggono candidati già predisposti e tutti hanno il solito pensiero. E' una farsa elettorale", ha detto la blogger Yoani Sánchez.

Gordiano Lupi

domenica 3 febbraio 2013

Bebé e il signor Don Pomposo


di José Martí
(160° anniversario della nascita)
Omar Santana dipinge un Raul Castro - Maiale e cita Orwell.

Bebé è un bambino bellissimo, di cinque anni. Ha i capelli biondi che gli scendono arricciolandosi lungo le spalle, come nella stampa dei Figli del Re Eduardo, che il malvagio Gloucester fece uccidere nella Torre di Londra per diventare re. A Bebé lo vestono come il piccolo duca Fauntleroy, che non si vergognava di farsi vedere per strada a parlare con i bambini poveri. Gli mettono pantaloncini corti stretti alle ginocchia, camicetta con collo da marinaio, di stoffa bianca come i pantaloni, calze di sera colorata e scarpe basse. Siccome gli vogliono molto bene, lui vuole molto bene alle altre persone. Non è un santo. No davvero! Fulmina con lo sguardo la domestica francese quando non gli vuole dare più dolci, una volta durante una visita si è messo a sedere con le gambe incrociate e un giorno ha rotto una brocca molto bella, mentre rincorreva un gatto. Ma quando vede un bambino scalzo gli vorrebbe dare tutto quello che possiede, porta un po’ di zucchero ogni mattina al suo cavallo e lo chiama cavallino dell’anima mia, si trattiene per ore con i vecchi domestici, ascoltando i racconti della loro terra africana, di quando loro erano principi e re, avevano molte mucche e molti elefanti. Ogni volta che Bebé vede sua madre, si getta tra le sue braccia, oppure siede in uno sgabello e attende che lei racconti come crescono i fiori, da dove proviene la luce del sole, di che cosa è fatto l’ago con cui cuce, se è vero che la seta del suo vestito è prodotta da alcuni vermi e se i vermi fabbricano la terra, come ha detto ieri in sala quel signore con gli occhiali. E la madre gli dice di sì, che ci sono dei vermi che si costruiscono casette di seta, lunghe e rotonde, chiamate bozzoli; e che è ora di andare a dormire, come i vermetti, che se ne stanno nel bozzolo, fino a quando non escono fuori che sono diventati farfalle. Allora sì che è bello Bebé, all’ora di coricarsi, con i calzini abbassati, e il colorito rosa, come i bambini che si lavano moto, e la camicetta da notte: assomiglia proprio agli angioletti dipinti, è un angioletto senza ali. Abbraccia a lungo sua madre, l’abbraccia molto forte, con la testolina bassa, come se volesse rifugiarsi nel suo cuore. Fa salti e capriole, salta sul materasso con le braccia rivolte in alto, per vedere se raggiunge la farfalla azzurra che è dipinta nel tetto. Si mette a nuotare come fa nel bagno, imita chi pialla la sponda del letto, perché da grande vuole fare il falegname; oppure gioca sul letto con un filo per cucire, con i riccioli biondi intrecciati alle calze colorate.

Ma questa notte Bebé è molto serio, non fa giravolte come tutte le notti, non si attacca al collo della madre perché non se ne vada, né pretende che Luisa, la domestica francese, racconti la storia del gran mangione, che morì solo e si mangiò un cocomero. Bebé chiude gli occhi, ma non è addormentato, Bebé sta pensando.

La verità è che Bebé ha molti pensieri, perché come ogni anno deve andare a Parigi, dove i buoni medici devono dare a sua madre le medicine per guarire la tosse, quella cattiva tosse che a Bebé non piace sentire: gli si inumidiscono gli occhi a Bebé quando sente tossire sua madre e l’abbraccia molto forte, come se volesse tenerla tutta per sé. Questa volta Bebé non va da solo a Parigi, perché lui non vuole fare niente da solo, come l’uomo del melone, ma ci va con un suo cuginetto orfano di madre. Lui e il cuginetto Raúl vanno insieme a Parigi, a vedere l’uomo che parla con gli uccelli, il negozio del Louvre dove regalano palloncini ai bambini, e dopo si recano al teatro Guiñol, dove i burattini parlano, il poliziotto cattura il ladro e l’uomo buono dà uno scappellotto all’uomo cattivo. Raúl va con Bebé a Parigi. I due ragazzi partono sabato con il piroscafo grande, che ha tre ciminiere. In quella stanza ci sono Raúl e Bebé, il povero Raúl, che non ha i capelli biondi, non veste come un piccolo duca e non porta calze di seta colorata.

Bebé e Raúl oggi hanno fatto molte visite: sono andati con la mamma di Bebé a vedere i ciechi, che leggono con le dita su certi libri scritti con lettere molto spesse; sono andati nella strada dove ci sono le sedi dei quotidiani per vedere come i bambini poveri, che non possiedono una casa dove dormire, comprano giornali per poi rivenderli e pagare la loro casa; sono andati in un hotel elegante, dove gli inservienti indossano casacche azzurre e pantaloni gialli, per far visita a un signore molto alto e magro, lo zio di mamma, il signor Don Pomposo.

Bebé sta pensando. Tiene gli occhi chiusi e pensa: si ricorda di tutto. Com’è lungo lo zio di mamma… sembra un palo del telegrafo! Ha una catena dell’orologio da tasca così grande e sciolta che sembra una corda per saltare! Ha una pietra così brutta infilata nella cravatta, che pare un pezzo di vetro! E alla mamma non la lasciava muovere, le metteva un cuscino dietro le spalle, uno sgabello ai piedi, e le parlava come dicono che si parli solo alle regine! Bebé si ricorda di quel che dice il domestico più vecchio, che le persone parlano in questo modo a mamma perché mamma è molto ricca, ma a mamma questa cosa non piace perché mamma è buona.

Bebé torna a pensare a quel che è successo durante la visita. Quando è entrato nella stanza il signor Don Pomposo gli ha dato la mano, come fanno gli uomini con i papà; gli ha messo il cappellino sul letto, come se fosse una cosa santa, e gli ha dato molti baci, ma erano baci così brutti che si appiccicavano al volto, come se fossero macchie. E a Raúl, al povero Raúl, non l’ha neppure salutato, non gli ha tolto il cappello e non gli ha dato un bacio. Raúl se ne stava sulla sedia a dondolo, con il cappello in mano e con i grandi occhi spalancati. In quel momento Don Pomposo si è alzato dal divano colorato: “Guarda qui, Bebé, cosa ho conservato per te: questa cosa costa molti soldi, Bebé, ma te la regalo volentieri perché tu voglia sempre bene a tuo zio”: E ha tirato fuori di tasca un mazzo che conteneva oltre trenta chiavi, ha aperto un cassetto che aveva il solito profumo della toilette di Luisa, e ha consegnato a Bebé una sciabola dorata, - oh, che sciabola! oh, che grande sciabola! - e gli ha allacciato ai fianchi il cinturone di vernice - oh, che cinturone elegante! - e gli ha detto: “Vai, Bebé: guardati allo specchio; questa è una sciabola davvero bella ed è soltanto per te, per il mio bambino”. E Bebé, tutto contento, si è voltato in direzione di Raúl, che lo guardava, guardava la sciabola, con gli occhi più grandi che mai, e con un’espressione molto triste, come se stesse per morire: “Oh, che sciabola brutta, davvero brutta! oh, che zio cattivo!”, Bebé stava pensando proprio queste cose. Bebé era immerso nei suoi pensieri.

Adesso la sciabola è là, sopra la toelette. Bebé alza la testa poco a poco, perché Luisa non lo senta, e vede l’impugnatura brillante come il sole, perché la luce della lampada si riflette tutta sull’impugnatura. Le sciabole dei generali nel giorno della processione erano fatte proprio in quel modo. Pure lui, quando sarà grande, diventerà generale, avrà un vestito di stoffa bianca, porterà un cappello di piume, monterà un cavallo viola come il vestito dell’arcivescovo e guiderà molti soldati. Lui non ha mai visto cavalli viola, ma non importa, vorrà dire che li manderanno a fare. E chi penserà a fare i cavalli per Raúl? Nessuno, nessuno: Raúl non ha una mamma che gli compra i vestiti da piccolo duca, Raúl non ha zii alti che gli comprano sciabole. Bebé alza la testolina poco a poco: Raúl si è addormentato e Luisa se n’è andata nella sua stanza per mettersi il profumo. Bebé sgattaiola fuori dal letto, si dirige verso la toelette in punta di piedi, alza piano la sciabola, perché non faccia rumore…e che cosa fa? Che cosa fa, Bebè? Si mette a ridere, si mette a ridere, il mascalzone! Fino a quando non raggiunge il cuscino di Raúl e gli mette la sciabola dorata sul cuscino.


Traduzione di Gordiano Lupi

Garrincha omaggia José Martí
- Apostolo, la sola cosa che ho per celebrare il suo compleanno è...
- Il vino di banana! (gasp)

José Martí (1853 – 1895), l'Apostolo, considerato l’eroe dell’indipendenza cubana, morì combattendo contro i colonizzatori spagnoli. Fu poeta di radice whitmaniana, anticipatore della poetica modernista (di lui si ricordano i Versos Sencillos del 1891, dai quali venne estrapolato il testo della canzone Guantanamera). Non fu solo poeta, ma anche narratore per l’infanzia (fondò la celebre rivista La Edad de Oro), saggista, uomo politico e romanziere. Tutta l’educazione della gioventù cubana passa attraverso l’insegnamento capillare della sua opera. Bebé e il signor Don Pomposo è una fiaba pubblicata per la prima volta sulla rivista La Edad de Oro.

sabato 2 febbraio 2013

Il nastro infinito

di Yoani Sánchez - da http://blogs.elpais.com/cuba-libre/


Chiunque prenda una striscia di carta, piegando le sue estremità e faccia compiere a una di esse mezzo giro di torsione, sa che otterrà una figura unica. Si chiama Nastro di Moebius, in onore di uno dei matematici tedeschi che lo scoprì. Ma al di là di un intrattenimento e di un omaggio alla scienza, l’oggetto che avremo tra le mani rappresenta una sfida per comprendere forme e spazio. Se facciamo scorrere il polpastrello lungo una delle facce del foglio ci rendiamo conto che non esiste un interno e un esterno, ma che il nastro ha un solo lato. Torniamo sempre al punto di partenza, cominciando il percorso da uno stesso cammino.

Il film Una notte della regista inglese Lucy Mulloy, è molto simile a quella strana figura geometrica. Ispirato a una storia vera, realizzato per il grande schermo, al momento della proiezione produce una realtà simile a quella delle sue origini. I giovani in carne e ossa le cui esistenze sono narrate dalla pellicola sono stati interpretati da due attori esordienti che hanno finito per realizzare il sogno dei protagonisti reali. Il punto di partenza - ogni volta - di questo peculiare Nastro di Moebius è l’emigrazione. Il desiderio di fuggire da Cuba, anche se frustrato dai personaggi, si concretizza nel destino dei suoi interpreti. Quando Anailín de la Rua e Javier Nuñez hanno deciso di non raggiungere il Tribeca Film Festival e di restare a Miami, invocando la Ley de Ajuste Cubano, stavano piegando le punte di due dimensioni ben diverse: la fiction e la realtà, trasformandole in un identico e continuo lato delle loro vite.

Nonostante l’assenza di parte del suo cast, Una notte è uscito da quel festival con tre premi. Migliore regista esordiente, miglior attore - ex aequo tra i due protagonisti maschili - e anche migliore fotografia. L’ultimo premio è davvero meritato, visto il ritratto veritiero di interni ed esterni che fungono da cornice narrativa. La crudezza e la miseria di un’Avana che davvero poco assomiglia alla città degli annunci turistici, che mostrano sempre il Capitolio, il bellissimo Focsa o l’elegante Piazza della Rivoluzione. Invece di tutto questo, il film mette in evidenza la decadenza architettonica e urbanistica dei quartieri poveri, dimenticati dai processi di restauro e dalle rotte dei visitatori stranieri.

Le locationes sono state scelte per diventare parte inseparabile della storia, quindi lo scenario è un protagonista fondamentale. Alcuni personaggi secondari sono importanti, ma inferiori alla forza dell’ambientazione. Tra di loro, l’uomo che vende medicine illegali e nasconde il prezioso tesoro di farmaci in un letto finto; o il travestito dagli abiti attillati che staziona in uno di quei portali avaneri pieni di polvere e di oblio. Anche la donna malata di AIDS, in agonia come la sua stessa abitazione. Niente è esagerato in maniera fittizia, nessuna parete screpolata intenzionalmente, come la sporcizia non è messa a bella posta davanti alla macchina da presa. La decadenza è autentica e fa male quando si tocca.

La scenografia serve a incrementare un’atmosfera oppressiva che porta i protagonisti alla fuga. In un istante, anche lo spettatore sente il desiderio di prendere una rustica zattera e di gettarsi in mare per non vedere più tanta povertà fisica e morale. Non si può restare impassibili davanti allo schermo, perché la storia che racconta Una notte è come certe tragedie greche che sin dal principio fanno intuire il dramma. I personaggi principali sono trascinati nella disgrazia quasi senza poter fare niente. Prigionieri delle circostanze, spinti ad agire da una difficile situazione.

Una notte è, sin dal primo minuto, una pellicola senza sotterfugi, incentrata sul racconto di una generazione. Quella stessa generazione che ogni giorno ha ripetuto durante gli alzabandiera scolastici del mattino lo slogan: “Pionieri per il Comunismo! Saremo come il Che!” e che, nonostante tutto, oggi cerca disperatamente altro in cui credere. Sono proprio quei giovani che hanno meno di trent’anni che hanno finito per vivere in una Cuba deteriorata da un punto di vista etico dove l’ideale più condiviso è emigrare. La pellicola si distingue da buona parte della filmografia girata da stranieri sull’Isola, perché non cerca di strappare il sorriso, né si lascia irretire da stereotipi composti da rum, salsa e mulatte. Tutto questo, in una maniera o nell’altra, fa parte della storia, ma presenta un’intensa carica drammatica ed è visto come elemento di alienazione più che di godimento. Anche se dobbiamo dire che non si riescono a superare tutti gli schematismi. Come il musicista che improvvisa per strada mentre un gruppo di persone balla insieme a lui, immagine sin troppo vicina alle visioni stereotipate di Cuba molto diffuse all’estero.

L’amore visto come sfogo, come una zattera alla quale afferrasi in alto mare. Coiti fugaci, il tradimento sotto forma di seni o di organi sessuali, la menzogna nascosta sotto i vestiti e le allusioni sessuali come parte inseparabile del linguaggio urbano. Scarna forma di rappresentare la lussuria nazionale. Ben distante da quel mix di potenza e romanticismo nel quale tante volte si è cercato di racchiudere la passione dei cubani. La regista allude anche a una forma di affetto dolce, che si manifesta in un bacio quasi impossibile, dato nelle circostanze più avverse in cui si muovono i personaggi.

La vita di diverse famiglie si interseca tra i membri più giovani e i loro figli. Uomini che si muovono sempre tra la legalità e l’illegalità. L’eccellente interpretazione di Dariel Arrechada nel ruolo di Raúl, conferma che la scuola cubana di interpretazione continua a dare al mondo un gran numero di talenti. Apprezzabile anche l’uso di volti praticamente sconosciuti sul grande schermo, perché nelle produzioni nazionali si ripetono eccessivamente gli stessi nomi. Persino nella scelta musicale si evitano i luoghi comuni. Gli spettatori assistono a un vero florilegio uditivo, con canzoni che vanno da hip hop e reggaetón fino ai generi più tradizionali. Ritmi più moderni che sono la colonna sonora di molte sequenze.

La regista inglese ha assicurato che non era sua intenzione trasmettere un messaggio politico, ma “raccontare una storia composta di emozioni”. Ma a Cuba, narrare la realtà, ritrarre la vita contemporanea, è peggio che gridare uno slogan contestatario o scrivere centinaia di documenti dissidenti. Per questo Una notte è un colpo durissimo all’illusione, a quel che resta del paradiso ubicato nel Caribe che ancora è nella mente di molti che non lo vivono. Rappresenta anche un punto di partenza per tornare a sperare. Il finale della storia potrebbe essere interpretato come una nuova opportunità per ricominciare, anche se poche cose sono cambiate.

Novanta miglia tra Cuba e la Florida. Così vicino, ma così lontano. Così facile quando si immagina di attraversarle a bordo di una rustica zattera, ma così suicida quando si mette in atto il tentativo. Questo sembrano dire le onde che solcano il braccio di mare tra Cuba e gli Stati Uniti. Un mare che incita e spaventa e che nel film è presente sin dalla prima scena. Mentre stanno per scorrere i titoli di coda vediamo ancora quel mare irrompere in una spiaggia, forse per enfatizzare il punto di partenza nel viaggio di ritorno. Il cerchio che si chiude, il nastro di Moebious che ci riporta al medesimo luogo. A un’Isola che ci attrae verso di lei come una fatidica calamita.


Traduzione di Gordiano Lupi

venerdì 1 febbraio 2013

La notizia di un passaporto


di Yoani Sánchez
pubblicato su LA STAMPA del 1/2/13


Il giorno non era cominciato bene. A dire il vero era partito proprio con il piede sbagliato, come dicono i nostri vecchi quando le cose non vanno. In mattinata le autorità avevano comunicato all’ex prigioniero politico Juan Ángel Moya che non lo avrebbero lasciato uscire dal paese per motivi di “interesse pubblico”. Si trattava del primo escluso da una Riforma Migratoria entrata in vigore lo scorso 14 gennaio, che ha prodotto tante speranze ma anche molta diffidenza. In tarda serata sarebbe toccato a me conoscere il responso. Mi sono recata al Dipartimento Immigrazione ed Estero per sapere se finalmente mi sarebbe stato consegnato quel libretto dalla copertina azzurra, con impresso lo scudo della repubblica. La risposta della funzionaria mi ha confermato che la giornata aveva preso una brutta piega. “Venga la settimana prossima, siamo in ritardo”, mi ha detto con il sorriso sulle labbra.


A Cuba siamo abituati alla poca trasparenza della burocrazia, per questo mi sono lasciata prendere da un attacco di sfiducia. Si saranno pentiti, è stato il mio primo pensiero. Ho considerato che forse la promessa di lasciarmi partire era stata la classica carota per farmi chiudere il blog, zittire le mie opinioni e farmi restare tranquilla in casa fino al giorno della partenza. Ho ripensato a quel che avevo scritto da quando avevo presentato la domanda per ottenere il passaporto e un pensiero cupo si è impadronito di me. Una denuncia sull’esistenza della droga a Cuba; una critica serrata ai tanti segreti che circondano il cavo di fibra ottica Alba-1 e un testo dove chiarivo che non mi sarei trasformata in un’altra persona per poter varcare le frontiere nazionali. Mi ero comportata male nel ciberspazio, quindi era pronto il castigo, ho rimuginato pensierosa per buona parte della giornata di martedì.


Quando gli uffici erano vicini all’orario di chiusura, i custodi sprangavano le cancellate delle istituzioni e i funzionari tornavano a casa, ho ricevuto un messaggio in segreteria. “Risponda al telefono, Ufficio Immigrazione!” esclamava una voce femminile all’altro capo della linea. Mi sono chiesta come potessero sapere che mi trovavo in casa. Chiaro, il Ministero degli Interni, sa tutto… ho scherzato prima di rispondere alla chiamata. Quel giorno infausto aveva cambiato aspetto in maniera inattesa, perché la funzionaria mi chiamava proprio per comunicare che il passaporto era pronto per essere consegnato. Nel breve volgere di poche ore dall’inizio della giornata avevo oscillato a lungo tra ottimismo e pessimismo, quindi ero tornata di nuovo a illudermi. Un concentrato di emozioni simili a quelle provate per cinque anni nei quali per ben venti volte mi è stata negata la possibilità di viaggiare. La diffidenza non si cancella tanto facilmente, il dubbio non può venir meno con una frase.


Mi sono diretta all’Ufficio Immigrazione pensando che in nessun paese al mondo la consegna di un passaporto dovrebbe costituire una notizia. Neppure dovrebbe fare scalpore il fatto che un cittadino possa o meno prendere un aereo. Tuttavia, Cuba è il paese delle anomalie, il luogo dove la normalità non esiste. Per questo, non appena ho commentato su Twitter che avevo ottenuto il mio documento di viaggio, sono stata travolta da una valanga di chiamate, messaggi di incoraggiamento e richieste di interviste. La notte è finita con mia sorella che stava quasi per piangere all’altro capo della linea, dopo un anno e mezzo in cui siamo state separate dallo stretto della Florida.


Oggi mi sono alzata con il libretto dalle pagine filigranate che era ancora vicino al letto. L’ho preso di nuovo tra le mie mani. Il giorno comincia con il piede giusto, ho pensato, mentre lo sfogliavo per l’ennesima volta davanti ai miei occhi.


Traduzione di Gordiano Lupi