domenica 31 marzo 2013

Yoani e la libertà


di Carlos Alberto Montaner
da Diario De Cuba - 31 Mar 2013

Se la dittatura cubana avesse permesso a Yoani Sánchez di esercitare il suo diritto di entrare e uscire dal paese sin dal primo invito ricevuto per recarsi all’estero, adesso non sarebbe così celebre e importante.


Yoani Sánchez è arrivata a Miami. Si tratta della tappa più difficile del suo lungo tour. Ovunque, come i toreri più famosi, ha riscosso un grande successo. Trionferà anche in Florida, ma dovrà faticare un po’ di più.

Ho l’impressione che Yoani sia ben vista e rispettata dalla maggioranza dei cubani - io sono tra i suoi ammiratori -, ma non mancano i detrattori, per diversi motivi, alcuni davvero irrazionali.

Yoani ha concesso dozzine di conferenze, centinaia di interviste, e ha affrontato con successo le turbe dei simpatizzanti della dittatura castrista inviate dall’ambasciata cubana in ogni luogo dove è stata invitata a parlare. In oltre mezzo secolo di tirannia nessuno meglio di lei è riuscito a smontare i miti del regime e a mostrare il miserabile modo di vivere dei cubani.

Paradossi della vita: in qualche modo le rozze contestazioni contro Yoani da parte di questi aggressivi gorilla, spiacevoli quando provocano incidenti, sono servite a mantenere l’interesse dei mezzi di comunicazione e a provocare il sostegno di importanti settori politici e sociali.

Questi energumeni, abituati al terrore cubano, dove non c’è traccia di libertà, non comprendono che cercare di far tacere Yoani, insultando e calunniando una giornalista indipendente, una ragazza fragile che può contare soltanto sulle sue parole e sul suo coraggio, nei paesi liberi è un comportamento controproducente.

Le armi di Yoani sono state la sincerità, una logica schiacciante, l’innata capacità comunicativa e la sua stessa attraente personalità. Sono proprio le stesse caratteristiche che, lentamente, hanno catturato, in primo luogo, la curiosità dei grandi media e delle istituzioni - Time, El País, The Miami Herald, Foreign Policy, Columbia University -, e, subito dopo, l’ammirazione di milioni di lettori in tutto il mondo che trovavano nelle sue cronache un’equilibrata descrizione del povero manicomio cubano.

Il regime dei Castro, convinto (o almeno deciso a convincere la maggioranza delle persone) che dietro ogni critica c’è la mano degli Stati Uniti, del capitalismo o di oscuri interessi economici, si è impegnato, senza alcun successo, a cercare di dimostrare che Yoani è una marionetta della CIA, del Gruppo Prisa o di un altro produttore di giochi di prestigio.

Niente di tutto questo. Como spesso accade, il talento di Yoani, il destino imprevedibile e l’attacco alla dittatura, l’hanno messa nell’occhio del ciclone dei grandi centri di diffusione dell’informazione. Il successo di Yoani è dipeso anche dall’attenzione che le ha riservato lo stesso presidente Obama, quando la giornalista era già molto famosa, rispondendo a un questionario destinato al suo blog.

Potrebbe essere accaduto ad altri importanti blogger che scrivono all’interno di Cuba - Claudia Cadelo, Iván García, Luis Cino, tra i migliori scrittori -, ma è stata Yoani a catalizzare l’interesse dell’opinione pubblica internazionale, cosa che ha provocato persecuzione e maltrattamenti da parte del regime.

È incredibile come la dittatura non apprenda la lezione: coloro che hanno danneggiato maggiormente l’immagine del Governo sono state le vittime dei suoi abusi. Nel corso di questa infinita tirannia, Huber Matos, Armando Valladares, Eloy Gutiérrez Menoyo, Gustavo Arcos, Ricardo Bofill, María Elena Cruz Varela, Reinaldo Arenas, Laura Pollán, Raúl Rivero, Oswaldo Payá, e adesso sua figlia Rosa María, tra i tanti altri cubani coraggiosi, hanno trovato ascolto ed eco per le loro denunce come conseguenza delle persecuzioni subite.

Se la dittatura cubana avesse permesso a Yoani Sánchez di esercitare il suo diritto di entrare e uscire dal paese sin dal primo invito ricevuto per recarsi all’estero, adesso non sarebbe così celebre e importante.

Perchè non l’ha fatto? Per arroganza e per stupidità. Per aver creduto di poter annientare senza conseguenze le persone. Fortunatamente, non è sempre così facile. La sua è la voce potente dei deboli. “Un principio giusto dal fondo di una grotta può fare molto di più che un esercito”, diceva Martí. Benvenuta Yoani, alla libertà!


Traduzione di Gordiano Lupi


Carlos Alberto Montaner è uno dei più importanti scrittori e giornalisti latinoamericani. In Italia ha pubblicato La moglie del colonnello (Anordest Edizioni, 2012).

venerdì 29 marzo 2013

Yoani a Miami

Yoani sul Malecon di Miami

Miami, venerdì 28 marzo 2013 - Yoani Sánchez è arrivata a Miami nella serata di giovedì. Scrive su Twitter: “Eccomi a Miami. Voglio stare un paio di giorni con la mia famiglia prima di dare inizio al programma pubblico”. Poco dopo aggiunge: “Dopo anni di separazione finalmente ho potuto riabbracciare mia sorella. Ho rivisto la mia bella nipote, mia sorella, mio cognato! Che bella famiglia possiedo!”.

Yoani con i parroci de la Ermita

Il primo aprile, a Miami, Yoani riceverà la Medalla Presidencial, assegnata dal Miami Dade College (MDC) come riconoscimento per la sua attività in difesa dei diritti umani, inoltre la blogger terrà una conferenza davanti a studenti e leader comunitari. Il suo intervento sarà trasmesso in diretta Internet. La riunione avrà luogo nella emblematica Torre de la Libertad del MDC, simbolo dell’inizio dell’esilio cubano negli Stati Uniti, dopo l’ascesa al potere di Fidel Castro nel 1959. Mezzo milione di cubani in fuga sono entrati negli Stati Uniti negli anni Sessanta - Settanta proprio da quel sito simbolico. La Medalla Presidencial è stata assegnata in passato a persone come Lech Walesa, Michail Gorbachov, Bill Clinton, Muhammad Yunus, Madeleine Albright, José María Aznar e Alvaro Uribe.

Yoani tra arcivescovo e parroco

Miami è importante come tappa del viaggio di Yoani, perché qui risiede la più grande comunità cubana della diaspora. Per prima cosa Yoani si è recata alla Ermita de la Caridad, per le celebrazioni del Giovedì Santo, e ha concesso la sua prima intervista a MartiNoticias: “Miami è la città cui sono più legata sentimentalmente, tra tutte quelle che ho visto e che vedrò, durante il mio giro del mondo in 80 giorni. Il sud della Florida è diventato una parte molto importante di Cuba, oltre a essere la componente più denigrata dalla propaganda ufficiale. Miami rappresenta l’incontro con la mia famiglia ed è qui che voglio studiare il modo migliore per ricostruire la frammentata nazionalità cubana. Sono andata alla Ermita de la Caridad perché è un luogo obbligato dove togliersi la polvere del cammino. Miami è come essere a Cuba, ma con libertà e democrazia. Stiamo vivendo un momento importante, perché la tecnologia ha aiutato a distruggere i falsi miti sul regime cubano. Dobbiamo ringraziare figure importanti come Berta Soler e Rosa María Payá, adesso in Spagna, se molte menzogne sono state smascherate”.

Yoani a L'Aia, mostra quanto è lontana Cuba

Yoani ha scritto su Twitter: “Mi sento emozionata davanti alla statua di padre Felix Varela, un padre della patria”. Felix Varela era un parroco indipendentista che lottò insieme alla gioventù cubana a metà del secolo XIX, si lanciò nella battaglia con le armi in mano, e la sua storia si trova scritta negli affreschi e nelle vetrate della Ermita de la Caridad. Yoani è stata ricevuta nella Ermita de la Caridad dall’arcivescovo Thomas Wenski e dal parroco Juan Rumín Domíguez.


Gordiano Lupi

mercoledì 27 marzo 2013

Il mito

di Yoani Sánchez


Fa freddo a L’Aia. Dalla finestra vedo un gabbiano che ha trovato un pezzo di biscotto lanciato sul marciapiede. Nel caldo rifugio di un bar diversi attivisti parlano delle loro rispettive realtà. Da un lato del tavolino un giornalista messicano spiega quanto sia rischioso fare il reporter in una realtà dove le parole si possono pagare con la vita. Tutti ascoltiamo in silenzio, immaginando la redazione di notizie in mezzo a una sparatoria, i colleghi sequestrati o assassinati, l’impunità. Quando interviene un giornalista del Saharawi le sue parole producono lo stesso effetto della sabbia negli occhi: diventano rossi e affiorano le lacrime. Anche gli aneddoti narrati dal nord coreano mi fanno commuovere. È nato in un campo di prigionia dal quale è riuscito a fuggire solo quando aveva 14 anni. Seguo ogni storia, vivo tutto sulla mia pelle. Nonostante le diversità culturali e geografiche, il dolore resta tale a ogni latitudine. In pochi minuti passo da una sparatoria in una manifestazione a una tenda nel deserto per finire con il corpo di un bambino imprigionato da un recinto di filo spinato. Riesco a mettermi nei panni di ognuno di loro.

Trattengo il respiro. Adesso tocca a me parlare. Racconto gli atti di ripudio, le detenzioni arbitrarie, le pratiche diffamatorie per distruggere le reputazioni. Parlo di una nazione che sale a bordo di una zattera per attraversare lo stretto della Florida. Narro di famiglie divise, di intolleranza, di un paese dove il potere si eredita per diritto di sangue e di figli che sognano soltanto la fuga. Appena ho finito il mio discorso mi tocca sentire le solite frasi udite migliaia di volte. Ascolto le prime parole e so già dove andranno a parare: “ma voi non potete lamentarvi, avete la migliore educazione del continente”… “sì, sarà così, ma non potete negare che Cuba da mezzo secolo tiene testa agli Stati Uniti”, “bene, non avete libertà, ma non vi manca la salute pubblica”…e via con un lungo repertorio fatto di stereotipi e di false conclusioni estrapolate dalla propaganda ufficiale. La comunicazione si interrompe, lascia il posto al mito.

Un mito alimentato da cinque decenni di deformazione della nostra storia nazionale. Un mito irragionevole che si basa sulla cieca convinzione; che non accetta spiriti critici, pretende solo adepti. Un mito che rende impossibile che tanti ci comprendano, che si sintonizzino con i nostri problemi. Un mito che riesce a far sembrare positivo per la nostra nazione ciò che nessuno accetterebbe mai nel proprio paese. Un mito capace di far venir meno la normale simpatia che ogni essere umano prova per la vittima. Un mito che ci soffoca con una forza maggiore del totalitarismo sotto il quale viviamo.

Il gabbiano si porta via il suo pezzo di dolce nel becco. Al tavolino si torna a parlare di Africa del Nord e Messico. Non ha più senso spiegare la mia Isola. A che serve, se tutti sembrano sapere ogni cosa di noi, anche se non hanno mai vissuto a Cuba? Mi commuovo ancora ascoltando la cruda vita dei miei colleghi attivisti, mi metto di nuovo al loro posto. Ma chi si mette nei nostri panni? Chi cerca di distruggere quel mito che ci sta soffocando?

L’Aia, 27 marzo 2013

Traduzione di Gordiano Lupi

Eliécer Ávila lancia Somos+


Il giovane Eliécer, da poco entrato nelle fila della dissidenza, ha lanciato un nuovo progetto politico.



Eliécer Ávila Cicilia, il giovane noto a chi si occupa di cose cubane per aver messo in difficoltà Ricardo Alarcón nel 2007, oggi si è presentato come "un umile servitore" per lanciare il progetto “Somos +”, volto a "costruire uno Stato moderno, con un governo che imposti una politica diversa nei confronti dei cittadini (...) per unire le famiglie che stanno soffrendo lontananza e separazione".
Ávila ha affermato: “La maggioranza dei cubani non condivide l'operato del governo. Visto che siamo la maggioranza, vogliamo poter esprimere le nostre opinioni. E in ogni caso sarebbe lecito farlo, anche se fossimo soltanto una minoranza".
Eliécer Ávila Cicilia ha descritto la nuova organizzazione in un documento video lanciato in rete dalla Polonia (dove si trova adesso): "Somos mas non sarà un partito politico, ma un movimento. Alla base ci saranno democrazia e rispetto dei diritti umani. Vogliamo riunire tutti i cubani che vivono all'interno e all'esterno dell'Isola. Vogliamo creare uno Stato moderno, prospero, tollerante e democratico. Vogliamo conoscere a fondo la realtà vissuta da ogni cubano per cercare di trasformarla. Il mio obiettivo personale è quello di rientrare a Cuba come uomo politico e di poterne uscire quando lo riterrò opportuno, indossando la solita veste".
Eliécer Ávila Cicilia si presenta come il vero uomo politico per la nuova Cuba, così come Yoani Sanchez è l'intellettuale, la giornalista, la scrittrice del cambiamento, lui è il teorico di una politica nuova.


Gordiano Lupi

giovedì 21 marzo 2013

Majestic


di Luis Orlando Pardo Lazo
15 marzo 2013


Oggi New York si è un poco aperta davanti alla mia inquietudine.

Il mio cuore si perde d’animo quando arriva il crepuscolo. La città diventa effimera. Cuba emerge con l’oscurità. Tendo le mie mani e respiro a voce alta, ma è come se non potessi più amare il mio amore.

Compro tessere telefoniche per chiamare il mondo (in realtà, me le comprano). Entro ed esco da uno spettacolo meraviglioso a Broadway (in realtà, mi invitano e io spreco stupidamente una simile opportunità). La gente fuori si scatta foto tra mille apparenze e colori vivaci (io continuo a tenermi alla larga, non mi faccio adescare da molteplici sguardi e maliziosi occhiolini). Cerco di prendere un taxi ma tutti sono pieni. Tossisco ripetutamente e il raffreddore mi fa colare il naso. I grattacieli sono giocattoli. Perdonatemi, sono proprio davanti a me, anche se non ci posso credere (troppo Hollywood confonde il senso del reale). Alle mie spalle morte e repressione: banali, vili, inverosimili. Come Cuba in quest’ora del mondo in cui sono scappato (solo per essere cacciato come un coniglio).

Nel campus della Columbia University, alcuni nordamericani gridano slogan castristi contro Yoani Sánchez. A parer mio è tutto uno show. Non devono averla neanche letta (neppure io la leggo adesso: a partire da questo momento soltanto l’azione cambierà lo stato criminale della nostra società, che sta distruggendo le sue migliori famiglie a colpi d’orrore). Ma persino un atto di ripudio a New York è affascinante, non è facile paragonare questa piccola protesta pop con la bestialità che nelle strade cubane organizza il Ministero degli Interni: per quel che so, contrattano salariati e operai (giovi la ridondanza) in cambio di una merendina e un succo di frutta (in Brasile è stato proprio il nostro eccellentissimo ambasciatore a reclutare i facinorosi in cambio di borse di studio gratuite sull’Isola della Libertà).

Parlo con gli esiliati. Negli ultimi anni mi hanno seguito su Internet, cosa che mi sembra sconcertante. Conosco il volto grafico della blogosfera libera cubana, il magnanimo Rolando Pulido, anima eccezionale. Mastichiamo qualcosa (sono molti giorni che mangio pochissimo e non dormo: credo che solo così resusciterò), il mio corpo ha bisogno d’essere sfiorato da uno sguardo d’amore. Gli esiliati sanno che molto presto non saranno più esiliati, dovremo fondare un paese nuovo senza odio e senza passato, dove il partito comunista sarà obbligato a subire almeno 50 anni di limitazioni elettorali (senza vendette, che non porterebbero neppure un briciolo di liberazione, ma portando a galla tutta la verità sui danni provocati a Cuba dalla permanenza al potere di una o due persone).


A volte i post - esiliati si divertono con le mie sparate in 140 caratteri e, anche se i loro spiriti sono molto più brillanti rispetto agli abitanti dell’Isola, non possono sapere che i miei tweets più comici provengono da un’asfissiante disperazione. Lo dico per la prima volta davanti all’arrogante fiume Hudson: solo all’Avana potrei amare il mio amore, proprio perché solo L’Avana sarebbe la morte del mio amore.

Il freddo penetra nelle mani, che finiscono la giornata arrossate e dolenti. Vorrei morire di tubercolosi nel secolo XIX, anagramma del XXI. Vorrei leggere nel New York Times che la Rivoluzione Cubana è stata una sorta di illusione collettiva, che tutti i cubani hanno vissuto sempre immersi nella luce e nella libertà (ogni frontiera è fascismo), che nel letamaio restano solo i Castro e un account cadavere come cenotafio dittatoriale (chi eredita i Followers di un account quando il titolare del sito muore mentendo senza scrupoli con il fantasma del suo recupero). Vorrei potermi muovere solo in metropolitana oppure, per favore, insegnami tu durante questa settimana. Vorrei essere un homeless, uno dei tanti che ho visto a mezzanotte. Un giorno voglio scendere dal carro con tutta la sua carovana di sicurezza per darvi un biglietto in dollari cambiato con i miei pesos convertibili all’Avana. Un giorno, e non si tratta di una squallida metafora, Orlando Luis Pardo Lazo sarà un altro homeless in questa città e tu non riuscirai neppure a rendertene conto. Dammi solo il tempo di completare il mio ciclo cosmico di distruzione.

Sono finito come scrittore.

Mi spiace. Sono molto felice.


Traduzione di Gordiano Lupi

martedì 19 marzo 2013

Yoani: Cuba sta cambiando...

Yoani: Cuba sta cambiando, ma non per volontà di Raúl Castro


"Non credo che Cuba abbia rinunciato a fomentare aggressione e violenza contro i governi a lei non affini. Dubito che abbiano messo da parte la pistola".

I blogger Yoani Sánchez e Orlando Luis Pardo Lazo hanno partecipato a New York a una serie di incontri sul giornalismo civico e sulla cultura digitale a Cuba. Durante un seminario sulle reti sociali e sulla tecnologia della comunicazione, organizzato dalla Universidad NCY e The New School University, il giornalista di TV Martí, Ricardo Quintana, ha realizzato la seguente intervista alla fondatrice del blog Generación Y.

R.Q- Dici di temere il rientro. Quali sono le tue paure?

Y. S- La fucilazione mediatica, la pressione sulla mia famiglia, l'aumento dei controlli. Penso che saranno momenti difficili per me, per parte della blogosfera indipendente e del settore alternativo cubano.

R.Q- In quale modo le reti sociali a Cuba possono proteggere gli attivisti che, per esempio, vengono minacciati dal governo?

Y.S- Un attivista arrestato, detenuto, controllato, picchiato o minacciato può essere protetto dalle reti virtuali e sociali grazie alle denunce formulate dagli esiliati cubani.

R.Q- Come può contribuire l'esilio allo sviluppo di questa comunicazione nelle reti?

Y.S- Raccomando a tutti coloro che vanno a Cuba di portare qualcosa di tecnologico, che aiuti anche un solo cubano a rendersi indipendente dal monopolio statale sull'informazione.

R.Q- Qual è il sistema migliore per diffondere informazioni sull'Isola?

Y. S- Un modo di informare molto semplice si spiega in poche parole. Leggi una notizia e ti rendi conto che un parente, amico o conoscente cubano non è in grado di conoscere il tema. Invia subito la notizia per SMS, chiamalo e riferisci quel che sai, invia informazioni per e-mail. L'informazione è potere.

R.Q- Hai detto che vuoi fondare un tuo organo di stampa. Come pensi di realizzare questo sogno?

Y.S-Uno degli obiettivi di questo tour è quello di poter andare nei luoghi dove mi hanno assegnato premi, di carattere giornalistico, per la difesa dei diritti umani... sono premi in denaro, non molto consistenti, ma servono per cominciare. Inoltre farò un periodico digitale, quindi i costi sono modesti.

R.Q Hai aspirazioni politiche?

Y.S- Voglio solo lavorare nel campo della notizia, dell'informazione, della costruzione di un'opinione, della revisione della storia nazionale. Tutto questo voglio farlo assumendomi le mie reponsabilità, ma non credo di poter rivestire incarichi pubblici.

R.Q- Cuba sta cambiando?

Y.S- Cuba sta cambiando. Non per volontà di Raúl Castro ma per merito dei cubani che stanno modificando il loro modo di pensare. Bisogna adattare le poitiche e le relazioni diplomatiche al fatto che i cubani stanno esercitando sempre di più la critica, si esprimono contro il governo e si stanno trasformando in cittadini.

R.Q- Vuoi visitare la sede delle Nazioni Unite, a New York, il prossimo 23 marzo. Quale messaggio porterà Yoani Sánchez a questo organismo internazionale?

Y.S- Un messaggio antagonista. Cuba non è cambiata. Oggi si vive la falsa illusione che le riforme rauliste stiano cambiando Cuba, che siamo vicini a un sistema democratico, che si può allontanare l'attenzione da Cuba e indirizzarsi verso paesi che si trovano in situazioni peggiori. Non la ritengo una buona idea. Finirebbero per lasciarci soli e indifesi in un momento crociale, proprio quando il governo ha aperto piccoli spiragli di autonomia economica ma continua a mantenere il pugno di ferro.

R.Q-Cuba si è guadagnata il diritto a essere esclusa dall'elenco dei paesi che patrocinano il terrorismo internazionale?

Y.S- Non credo che Cuba abbia rinunciato a fomentare aggressione e violenza contro i governi a lei non affini. Dubito che abbiano messo da parte la pistola.

R.Q- Cosa mi dici della tua prossima visita a Miami, il primo aprile?

Y.S- Ho una gran voglia di arrivare a Miami. Non solo perchè lì vive parte della mia famiglia, persone che non vedo da quasi due anni, ma anche perchè fino a oggi mi sono meravigliata nel vedere come i cubani che ho incontrato in Brasile, Messico, Repubblica Ceca, Spagna, conservino Cuba in quei luoghi. Mi immagino Miami come un vero e proprio concentrato di un'Isola dalla quale in questo momento sono assente. Probabilmente a Miami ritroverò Cuba.

R.Q- Cosa vuoi dire ai cubani dell'Isola dagli Stati Uniti?

Y.-S- Osate, ne vale la pena. Vale la pena sopportare il costo, il rischio, la vigilanza, la pressione, la stigmatizzazione sociale, perchè è troppo gratificante esprimere il proprio pensiero. La libertà non ha prezzo.

Intervista tradotta da Gordiano Lupi
da Martì Noticias

sabato 16 marzo 2013

Yoani Sánchez teme il ritorno a Cuba


Yoani Sanchez e Orlando Pardo Lazo a New York


New York, 16 marzo 2013 - Yoani Sánchez ha detto ieri a New York di temere le rappresaglie che potrebbe subire al suo rientro a Cuba, dopo il tour che ha avuto inizio in Brasile il mese scorso e che l’ha portata a visitare Spagna, Repubblica Ceca e Messico.

“Ho molta paura di quel che potrà accadere al mio ritorno”, ha ammesso la blogger durante una conferenza stampa all’Università di New York, seconda apparizione negli Stati Uniti, dopo aver parlato alla Columbia University.

“Il governo cubano si comporta come un padre dispotico. Tratta i suoi cittadini come se fossero bambini. Quando escono di casa e si comportano male, ricevono sempre un castigo. Quale sarà il castigo per questa bambina inquieta chiamata Yoani Sánchez? Forse non mi faranno più uscire, magari aumenteranno la campagna di diffamazione e la fucilazione mediatica contro di me sui media nazionali. In ogni caso questo viaggio sarà il mio scudo protettivo, non sarà una protezione totale né permanente, ma almeno nei primi mesi sarà una difesa contro il braccio repressivo del regime, forse mi eviterà di essere arrestata. Non ho nessuna intenzione di vivere fuori da Cuba, come un esiliata volontaria, conosco già l’esperienza dell’emigrazione, perché ho vissuto due anni in Svizzera, dal 2002 al 2004, ed è stata un’esperienza importante della mia vita, ma non penso di ripeterla. Al contrario di quel che afferma il titolo di un romanzo di Milan Kundera, per me la vita non è altrove, ma in un’altra Cuba. Continuerò a lavorare al mio diario personale, Generación Y, ma voglio creare un nuovo media digitale per raggiungere un maggior numero di persone con poco accesso a Internet, diffondendo CD o memory card”.

Yoani ha parlato anche del nuovo Papa, l’argentino Francisco, si è rallegrata che sia latinoamericano, anche se ha detto di essere agnostica. Ha commentato la morte di Hugo Chávez: “Era una notizia attesa dai primi giorni dell’anno. Bastava leggere tra le righe della retorica ufficiale. I miei compatrioti hanno sentimenti contrastanti su questo argomento. Alcuni temono che la morte di Chávez possa portare Cuba al collasso economico, ma altri ritengono che la sua scomparsa possa fungere da catalizzatore per le riforme e che obbligherà Raúl Castro a procedere sulla strada del cambiamento. In realtà le riforme di Raúl vanno nella direzione giusta, ma al momento sono di portata limitata, non sono integrali, e si riducono al piano economico. Manca l’aspetto legato alla libertà di espressione del pensiero e ai diritti umani”.

Yoani Sánchez, il giorno precedente, alla Columbia University, aveva detto: “Ho un piano che molti considerano pericoloso: fondare un nuovo media informativo libero a Cuba. Non significa che abbandonerò Generación Y, ma che oltre al mio esorcismo personale voglio fare qualcosa di nuovo e di più importante. A Cuba abbiamo un reato chiamato propaganda nemica, un reato assurdo, che si concretizza quando una persona diffonde opinioni diverse da quelle portate avanti dai media ufficiali. Per questo, passare da un blog personale a un giornale indipendente con ben altre caratteristiche può essere pericoloso”.

Una vignetta di Omar Santana:



Gordiano Lupi

venerdì 15 marzo 2013

Il mormorio del fiume Hudson

di Orlando Luis Pardo Lazo
http://orlandoluispardolazo.blogspot.it/


Perche mormora, sapete?

Il fiume Hudson al mattino presto mormora. Descrive una sorta di curva sotto il ponte o contro i suoi pilastri ed è in quel momento che le sue acque di metallo raggiungono la terrazza dove mi riparo dal freddo dell’antichissima New York (città dalle mille pellicole nella mia immaginazione provinciale). E dove cerco di fuggire un po’ alla volta dal ricordo della mia Avana, almeno ci provo, ma lei non muore nella mia anima.

Sarebbe crudele che a questo punto della non storia la mia città non mi permettesse di dimenticarla. Sono un uomo. Ho vissuto dentro di lei per 40 anni. È ora di riposare. Sono esausto. I miei occhi sono diventati così tristi per tutto quello che hanno visto, adesso pretendono che tu guardi me. Hanno cambiato persino di colore, come la sera che si spegne in una noia infinita. È l’ora del riposo. Avana, comprendimi per favore. Per una maledetta volta resta alle mie spalle.

Se il fiume Hudson non mormorasse di primo mattino sulla fine del mondo, io dovrei gettarmi dall’alto di un edificio di mattoni del secolo diciannovesimo. Ci sono persone così belle e libere in questa città. Ti cercano con una certa luce di speranza. La primavera non osa alterare il grigio di gioia di Washington Heights e le sue terrecotte disperate nelle facciate. Questo quartiere d’un tratto mi ricorda il Lawton della mia infanzia. Ammetto di non sapere quel che dico, ma è così. Erano 40 anni che abitavo segretamente un simile angolo di pianeta. Uno spaccato di follia. Una visione, un miraggio. Miracolo. Adesso arrivi tu.

Le finestrelle di vetro - bara lasciano passare voci che provengono dal piano di sotto o dal prossimo stato di questo super - paese. Finalmente, dopo tanto tempo passato a contare stelle e ad aggiungerne sempre una in più per Cuba (sono cresciuto in mezzo a simili discorsi), non so dire quante brillino nel rettangolo azzurro. La bandiera nordamericana, diciamolo prima che sia troppo tardi, è una delle più belle del mondo. Per un’inezia preferisco la cubana, non so perché. Forse per la sua sensazione di squilibrio geometrico o di incompletezza.

Ho visto mendicanti coperti con tappeti da circo a New York e a Washington (deciderò di vivere a Washington quando sentirò che il mio cuore sta per morire: non è una città, è uno stadio e io amo gli spazi che superano la loro stessa estensione). Pochissimi mendicanti, ma proprio per questo li ho visti. Nelle strade di Centro Avana ce ne sono molti di più. E puzzano in modo peggiore. In ogni caso fa freddo e la notte è lunga. Mi compatisco. Penso che non ho abbastanza denaro neppure per comprare uno di quei tappeti. Sono un manichino da poco uscito dalle mani di uno Stato del quale nessuna delle persone che incontro smette di parlare per un solo istante. Mi trovo a New York solo per un motivo: per spogliarmi di ogni possessione e rimanere come il sogno di una semplice voce. La voce di coloro che hanno una voce ma sono sul punto di perderla per sempre in un simulacro di paese. Il mio paese compromesso tra gli alti poteri del crimine e l’economia, ma anche l’eccesso porpora di chi pensa di poter incubare dio nell’arcivescovato. La mia voce è consapevole di essere la tua voce, perché così ha sempre fatto, fratello, da Cuba. La tua voce da Cuba, dove vorresti che fosse, ma adesso non tornerai più ad ascoltarla, amore mio.

Hudson river, mormorio da lupo della steppa. C’è una furia da fine del mondo nel mio tonight, che mi spinge a frantumare il vetro delle finestre, fare a pezzi tende e negozi là fuori, sprofondare nella trachea di un subway che mi ricorda la luce smorta della linea 23. Nelle caffetterie le ragazze del quartiere sono tutte sinistre e leggono a street car named desire per ore. Io digito l’aritmia di una controrivoluzione antiaccademica, intollerabile nell’isola come nell’esilio. Non manipolabile, per questo stesso motivo: intoolerable. Let me go home. Io vado.

E la mia casa torna a essere il mio corpo che ospita una mente spaventata. È ovvio che il governo ci sta cacciando con metodi rozzi, affinano la mira come se fossimo anatre che fuggono in primavera. E lo siamo. Una notte del millenovecento e qualcosa, tre giorni fa, a Washington ho visto anatre nell’acqua gelida del monolite. Ho visto anche un refuso nel Memorial Lincoln. Ho visto fumo nelle fogne. Volantini dello State Department. E una solitudine da clausura che ho provato con dolore nelle ossa fino a quando una persona mi ha detto una cosa e subito dopo si è messa a ridere, restaurando l’ordine delle cose nell’universo. L’universo come una palla da biliardo che rotola come un bufalo vile.

A volte ulula. Wail. World Wilde wail che non permette di distinguere l’Hudson da un’ambulanza (quelle ambulanze dalle colonne sonore con sassofono e sesso che vedevo quando vivevo là, all’altro lato della baia e il cielo con fiocchi microscopici di fine inverno).

Ogni tipo di scrittura è un commiato doloroso. New York si prepara per il nostro massacro. Stanno per annientare noi cubani. Il deserto deve imperare, la vita è di troppo. Lo sto annunciando con un piacere intermittente che non esploderà sopra di te. Non ti darà il tempo di fuggire un’altra volta. In un certo senso, fino a quando non morirà violentemente l’ultimo dei cubani, Fidel Castro non riuscirà a morire.

(Quest’ultimo discorso è la cristallizzazione più intima della bellezza esposta davanti allo sconcerto di chi non sa udire. Che mi ascoltino dunque i miei personaggi. Ipatria, Olivia, Sally, infine…)

Sto per finire. Sono molti giorni che non riesco ad aggiungere un’immagine al mio disordine. Ho la tentazione di inventare parole. Altri nomi per un altro romanzo. Rosemary, Samantha, Kate. Sempre ragazze in fondo… Non potrei scrivere su ragazzi neanche un dialogo alla Padura Fuentes. Il ragazzo sono io e mi vado stemperando sempre più verso la fine.

Amén, miei cari. Lasciatemi andare.


Traduzione di Gordiano Lupi



Orlando Luis Pardo Lazo (1971) è forse il più letterario dei blogger alternativi cubani e per questo non è facile tradurre i suoi testi in un buon italiano. Orlando è un poeta che gioca molto sulle assonanze linguistiche, speso intraducibili in italiano. Gestisce due blog: Boring Home Utopics (http://vocescubanas.com/boringhomeutopics/) - che pubblica le sue stupende fotografie dell’Avana - e Lunes de Post Revolución (http://orlandoluispardolazo.blogspot.com) – che contiene riflessioni poetico narrativa sulla Cuba contemporanea. Scrittore e fotografo di ottimo livello, fuori dai circuiti ufficiali perché non allineato, risiede in Centro Avana. Ha pubblicato alcune riviste cartacee e telematiche uscite irregolarmente. A Cuba ha pubblicato alcune pregevoli raccolte di racconti: Collage Karaoke (Letras Cubanas, 2001), Empezar de Cero (Extramuros, 2001), Ipatrías (Unicornio, 2005), Mi nombre es William Saroyan (Abril, 2006) e Boring Home (autoproduzione, 2009). Boring Home è la sua ultima opera - polemica e trasgressiva - presentata in maniera alternativa alla Fiera del Libro dell’Avana da Yoani Sánchez, ovviamente non solo fuori dal programma ma persino all’esterno della struttura, nel parco adiacente alla fortezza dove si teneva la Fiera. La sua mail è: orlandoluispardolazo@gmail.com

giovedì 14 marzo 2013

Yoani Sánchez negli USA

Comincia il tour statunitense che porterà la blogger a New York, Washington e Miami



New York, 14 marzo 2013 - Yoani Sánchez arriva oggi a New York per partecipare a diversi incontri accademici e conferenze. Si tratta della prima visita della blogger cubana negli Stati Uniti, quinta tappa di un calendario intenso, un vero e proprio tour che toccherà molti paesi di America Latina ed Europa. Yoani parlerà questa sera alla Scuola di Giornalismo della Columbia University, evento moderato da Mirta Ojito. Subito dopo, parteciperà anche a un seminario di tre giorni organizzato dall’Università di New York, Asociación para el Estudio de la Economía Cubana (ASCE) e Centro de Estudios Latinoamericanos y Caribeños. L’evento servirà ad analizzare lo sviluppo delle reti sociali e di altri strumenti alternativi di comunicazione che stanno prendendo campo a Cuba per controbattere le restrizioni governative all’uso di Internet. Yoani Sánchez parlerà insieme a Orlando Luis Pardo Lazo, blogger e scrittore cubano. Pardo è una voce critica indipendente che tre anni fa ha fondato la rivista digitale clandestina Voces.


“La visita di Yoani è un evento. Lei è il simbolo vivente del movimento dissidente”, ha commentato Pardo. “La sua visita è importante come quella che fece a suo tempo Oswaldo Payá Sardiñas”.
L’ultimo incontro di Yoani a New York avrà luogo lunedì prossimo presso la Escuela de Leyes Benajamin N. Cardozo della Universidad Yeshiva. Tra martedì e mercoledì, Sánchez sarà a Washington, dove incontrerà rappresentanti federali e attivisti per i diritti umani.
Il primo aprile, nella Torre della Libertà di Miami, Yoani riceverà la Medalla Presidencial assegnata dal Miami Dade College per il suo lavoro a favore dei diritti umani.


Gordiano Lupi

mercoledì 13 marzo 2013

YOANI CONTESTATA IN MESSICO


13 marzo 2013 - La blogger Yoani Sánchez è stata contestata ieri sera da un piccolo gruppo di simpatizzanti del governo cubano mentre stava tenendo una conferenza stampa davanti al Senato messicano. Yoani Sánchez, invitata dai senatori del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), stava parlando sull'importanza della libertà di espressione, quando è stata interrotta da una donna che si è dichiarata simpatizzante del Movimiento Mexicano de Solidaridad con Cuba.

“Questo non è il luogo dove invitare una simile persona”, ha protestato la donna, avvicinandosi al tavolo dove si trovava la giornalista per mostrarle una bandiera statunitense coperta di dollari.

“Vada a vivere in Centro Habana (…), questo è il frutto della propaganda del mio paese”, le ha risposto Yoani Sánchez.

A Cuba, tutta la stampa è sotto il controllo statale, persino i due periodici nazionali (Granma e Juventud Rebelde), mentre l'accesso a Internet e ai media telematici è molto ristretto.

Altri simpatizzanti del regime cubano presenti all'evento hanno insultato Yoani Sánchez con espressioni ingiuriose di vario tipo, alcuni di loro sventolavano biglietti di banca.

“Ho vissuto simili atti di ripudio per tutta la vita. Purtroppo fanno parte di un copione che riguarda la mia esistenza e quella di ogni cittadino cubano. Sono abituata a persone che aggrediscono, insultano, offendono e non hanno nessuna intenzione di ascoltare e dibattere civilmente", ha detto Yoani Sánchez prima di concludere la conferenza.

Gordiano Lupi

lunedì 11 marzo 2013

Museo del comunismo


di Yoani Sánchez – da http://blogs.elpais.com/cuba-libre


Mi si stavano congelando le orecchie a Praga quando dal finestrino del tram numero 14 sono riuscita a scorgere un cartello con un orsetto Misha che imbracciava un Kalashnikov. Mi è subito venuta a mente quella icona dei Giochi Olimpici di Mosca del 1980 e tutta la serie di cartoni animati di cui subito dopo è stato protagonista. Erano i tempi in cui noi bambini cubani sapevamo più cose della tundra russa che dei campi del nostro paese, conoscevamo meglio i lupi rispetto ai roditori che popolano i campi di canna da zucchero, vedevamo più mele che arance. Era l’epoca in cui il Cremlino faceva sentire la sua costante presenza sulle nostre vite, con soldati e tecnici inviati da migliaia di chilometri di distanza, ma anche con un sussidio così generoso da consentire sperperi memorabili da parte di Fidel Castro. Tutto questo ha attraversato la mia mente in un secondo mentre leggevo l’annuncio di una singolare mostra che prometteva un viaggio nel passato attraverso l’estetica promossa dall’URSS.

Con il tempo contato, come ogni giorno trascorso nella Repubblica Ceca, mi sono recata al numero 10 di Na Prikope decisa a dare un’occhiata al museo. La prima sorpresa l’ho avuta all’ingresso, quando la donna che vendeva i biglietti è stata così cortese da lasciarmi passare gratis, perché - mi ha spiegato - provenivo da Cuba. Data la vicinanza degli oggetti contenuti in quelle sale con la mia realtà, avevo diritto a una visita omaggio, perché in fin dei conti avrei fatto soltanto un viaggio nel mio quotidiano. Perché avrei dovuto pagare per vedere cose che fanno parte del mio mondo? In realtà è stato proprio così. Percepivo meraviglia e sorrisi negli altri visitatori, mentre guardavo quelle bandiere rosse, ascoltavo l’inno dell’Internazionale e osservavo le statue in pose gloriose, con una familiarità a prova di stupore. Era come vedere esposti gli utensili della mia cucina o la biancheria intima che conservo nel cassetto. In realtà, niente di quel che vedevo poteva essere per me un oggetto da museo, visto che nel mio scenario consueto certi oggetti, modi di dire e di presentare un’immagine sono ancora presenti. Un viaggio nel consueto, un’escursione tra cose conosciute e tante volte sperimentate. Un museo del passato, per questa viaggiatrice proveniente da un identico tempo remoto.

Tuttavia, la vicinanza con quel che vedi non sempre ti fa sentire a tuo agio. Per questo motivo, mano a mano che procedevo nel percorso, mi sentivo mancare l’aria. Le medaglie, il contadino con il pugno alzato e le orribili scatole di conserve con etichette anonime. Tutto intorno a me ha contribuito a farmi venire un prurito che è partito dal volto per estendersi al resto del corpo. Erano trascorse solo due settimane dalla mia partenza da Cuba, ma già percepivo un’evidente allergia nei confronti di certe cose. In quel museo c’erano anche le uniformi militari con il tipico cappello che i nostri ufficiali hanno indossato per decenni. I distintivi per i lavoratori migliori e le medaglie per i soldati morti in guerra, così identiche a quelle che vengono elargite nel nostro paese, che ho dovuto guardarle diverse volte per sincerarmi che non mostrassero la scritta “Repubblica di Cuba”, invece che “URSS” o “RDA”.

In questa maniera, avanzando tra manifesti scritti nel peggiore stile del realismo socialista, sono arrivata davanti alla riproduzione di un ufficio del KGB. Il telefono rozzo, gli archivi metallici, i cassetti etichettati con una lettera che contenevano i cartellini. Piccole cartoline ingiallite dal tempo con i nomi delle persone sorvegliate. Era il catalogo dei cittadini scomodi, dei critici e di coloro che un tempo sono stati nel mirino della polizia politica. Ho avuto la tentazione di cercare la “Y” per frugare tra le tessere a caccia di un nome. Ma proprio in quel momento l’asfissia provocata da quel Museo del Comunismo ha raggiunto livelli insopportabili. Sono dovuta correre in strada, a prendere una boccata d’aria fredda e libera di Praga.


Traduzione di Gordiano Lupi

Gaspar, El Lugareño: La Patria es una Naranja (por Félix Luis Viera)

Gaspar, El Lugareño: La Patria es una Naranja (por Félix Luis Viera):  Foto del website Noticias de San Pedro ------------------------------------------------- Nota del blog: Cada lunes, en Gaspar, El ...

Yoani: fonderò un giornale libero!


Puebla, 11 marzo 2013

Yoani Sánchez ha detto ieri a Puebla, in Messico, di non temere la lapidazione e gli insulti che il governo del suo paese potrebbe riservarle quando tornerà in patria con l'intenzione di fondare un mezzo di comunicazione libero".

"Sono pronta a pagare questo prezzo. Non temo gli insulti. Conosco bene il tipo di castigo: fucilazione mediatica, lapidazione pubblica, aumento delle diffamazioni, stigmatizzazione della mia immagine, demonizzazione", ha detto la blogger durante una conferenza stampa messicana.

Yoani Sánchez ha partecipato questo fine settimana alla sessione semestrale della Sociedad Interamericana de Prensa (SIP). Al termine dei lavori ha detto che tornerà a Cuba per fondare un mezzo di comunicazione al quale parteciperanno persone e organizzazioni con cui è entrata in contatto nel corso delle sue attività fuori dall'Isola.

“Ritorno a Cuba per fondare un giornale. So che è impossibile, che legalmente è vietato, ma non voglio pormi dei limiti. La vita mi ha insegnato che il muro cade solo prendendolo di petto e spingendo con vigore. Nessuno mi trasformerà in un'esiliata obbligata", ha detto.

Yoani Sánchez si è detta certa che la sua intenzione di fondare un giornale indipendente sarà punita al suo rientro, "perchè con me il governo cubano si comporta come un padre dispotico", ha aggiunto. Nonostante tutto, eserciterà il suo lavoro giornalistico all'interno dell'Isola, al termine del suo viaggio: "Il mio giornale sarà scritto dall'interno di Cuba, con tutta la precarietà materiale e giuridica. Io sarò al mio posto. Il mio progetto può contare sulla protezione delle persone che ho conosciuto e che incontrerò nel corso del mio tour in America e in Europa.

All'esterno dell'hotel dove si svolgono le riunioni della SIP alcuni giovani hanno inscenato una protesta contro la blogger a base di cartelli e insulti, gridando "Viva Fidel!". Alcuni manifestanti sono stati bloccati sulla porta dove si svolgeva la riunione.

Yoani ha concluso: "Noi cubani non meritiamo la realtà che stiamo vivendo. Per esempio, l'involuzione tecnologica, la mancanza di libertà, le limitazioni al diritto di esprimere le proprie idee. Ci meritiamo di essere cittadini del XXI secolo, dobbiamo poter sfruttare la modernità. Internet è inaccessibile per un cubano medio che non può permettersi gli alti costi di una connessione censurata e deficitaria. La telefonia mobile ci salva dalla disinformazione e ci permette di raccontare quel che non va nella nostra Isola. E' molto importante il sostegno che proviene dall'estero ed è vitale che i telefoni mobili dei blogger cubani siano ricaricati da amici e da persone solidali con la nostra lotta. Ho subito molte minacce per posta elettronica, ma andrò ugualmente in Argentina, nella prima settimana di aprile. Ci sarà tempo per gli abbracci e per gli insulti".


Gordiano Lupi

domenica 10 marzo 2013

Yoani, una figura fragile con spirito d’acciaio


Reportage di Martí Noticias - www.martinoticias.com


Instancabile dopo un viaggio interminabile, in aereo da Madrid a Città del Messico e per strada fino a Puebla, Yoani si è riposata soltanto pochi minuti, appena il tempo di farsi una doccia prima di partecipare alla riunione di metà anno della Sociedad Interamericana de Prensa

La prima impressione quando ci troviamo di fronte Yoani Sánchez è di conoscerla da sempre. Non solo perché dal giorno in cui è uscita da Cuba l’hai vista sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, ma perché di persona Yoani risulta gioviale e affabile. Pare quasi di ritrovare una cugina che non vedi da tanto tempo. Instancabile, dopo aver fatto un viaggio interminabile, in aereo da Madrid a Città del Messico e per strada fino a Puebla, Yoani si è riposata solo pochi minuti, il tempo di farsi una doccia, prima di partecipare alla riunione di metà anno della Sociedad Interamericana de Prensa (SIP). Forse la sua grande energia proveniva dalla consapevolezza di entrare nella storia: per la prima volta in oltre 50 anni una giornalista residente a Cuba poteva presentare un rapporto davanti alla Commissione per la Libertà di Stampa e Informazione. La redazione di Martí Noticias ha potuto passare soltanto pochi minuti in privato con la blogger cubana prima della sua presentazione. Yoani, che ama definirsi “una piccola persona”, ma possiede una presenza e una disinvoltura sorprendenti in una donna così piccola. ha un sorriso spontaneo, mentre il suo abbraccio sincero è la sola cosa che fa intuire, solo per un istante, una “personcina” apparentemente fragile.

In mezzo a una moltitudine di giornalisti e fiancheggiata da una scorta governativa messicana, che non è servita a niente, Yoani è consapevole di essere libera e si sente forte.


Il discorso di Yoani
Come aprire dall’interno il catenaccio cubano

“Ringrazio tutti per avermi affidato il ruolo di vicepresidente regionale per la libertà di stampa a Cuba, ma voglio ricordare i miei colleghi giornalisti che nell’Isola dei Castro soffrono una terribile mancanza di libertà. I mezzi d’informazione di massa cubani non sono pubblici, ma proprietà privata del partito comunista. In ogni caso ho molta fiducia nel nuovo e crescente appetito che mostrano i miei compaesani, nella voglia di esprimere le loro opinioni, grazie anche a nuove risorse tecnologiche che consentono una distribuzione informativa immediata e difficile da censurare, come le memory card e le reti sociali. La Cuba di oggi rappresenta un insieme di contraddizioni dove un apparente cambiamento legislativo serve solo a mantenere un governo autoritario al potere e un sistema che penalizza la diversità di opinione. In ogni caso Cuba è un luogo dove vive un popolo che non vuol tacere e che desidera far sentire la sua voce. I cambiamenti possono accadere nei posti più impensati. Il mio lavoro di giornalista può essere contagioso, perché in tutti i media ufficiali mi stanno seguendo, mi leggono persino al Granma, per controbattere le cose che dico… credo che i miei testi possano trasformare le persone. Facciamo attenzione a non credere troppo nei cambiamenti del governo cubano, perché sono soltanto una via di fuga economica per continuare a controllare il potere. La stampa internazionale deve seguire Cuba, perché l’attenzione che proviene dall’esterno è la sola modesta forma di protezione di cui godono i giornalisti indipendenti e i blogger”.

Yoani ha fatto una lunga passeggiata nella stupenda città di Puebla, ha visitato il centro storico coloniale considerato patrimonio dell’umanità, infine ha pranzato con colleghi giornalisti di tutto il mondo. Si è mostrata sorridente e gioviale, senza accusare sintomi di stanchezza, sorprendendo tutti per la capacità di sostenere una conversazione e al tempo stesso pubblicare su Twitter a ripetizione.

“Questo viaggio mi ha cambiato la vita. Mi sento un elettrone libero”, ha concluso.


Gordiano Lupi

venerdì 8 marzo 2013

Yoani Sánchez ritira il premio Iredes 2011

Premio Iredes a Burgos – Seconda Giornata



Burgos, 8 marzo 2013 - Yoani Sánchez ha ritirato il suo premio che l’attendeva a Burgos dal 2011 e che non aveva potuto ricevere per il divieto di uscire dal paese. Riportiamo alcune dichiarazioni della giornalista che ha dialogato con José Luis Orihuela sul tema “Reti sociali per la libertà”.


“Sono molto contenta di ricevere questo riconoscimento. Lo dedico a tutti coloro che lottano per la libertà di Cuba. Sto vivendo giornate molto intense, fatte di relazioni e contatti personali, ma il problema di Internet continua ad affascinarmi. A Cuba si va avanti soltanto grazie all’ingegno e alla fantasia. Per esempio, pubblichiamo su Twitter inviando messaggi da un telefono mobile, usiamo uno strumento grazie a una serie di numeri di servizio, ma lo facciamo alla cieca, senza poter vedere gli effetti.


Noi che gestiamo un blog non possiamo narrare determinati momenti, non ci è concessa l’immediatezza, può passare anche una settimana prima di poter pubblicare un post. Inoltre a Cuba abbiamo molte cose da dire, ma a molti mancano le conoscenze tecniche per sfruttare bene Internet. A me piace molto insegnare, per questo ho cominciato a impartire corsi della durata di una giornata sulla telefonia mobile, per evitare di essere intercettata dalla polizia. Abbiamo il problema dei troll, una vera e propria piaga che mi fa soffrire, non tanto per le menzogne che scrivono quanto perché non lo fanno spontaneamente.


In ogni caso sono abituata agli insulti, perché da bambina portavo gli occhiali. Non mi fermerò, statene certi, anzi vado avanti con maggior entusiasmo. A Cuba è molto difficile fare inchieste, non resta che usare il nostro termometro personale. So che mi leggono i funzionari che gestiscono i media ufficiali. Il governo cubano ha cercato di bloccare i portali alternativi, ma non c’è riuscito, d’altra parte non c’è niente di più affascinante delle cose proibite”.



Gordiano Lupi

giovedì 7 marzo 2013

Diario dal carcere I. Prigione di Valle Grande.

Dietro le sbarre


Finalmente il governo cubano mi ha messo dietro le sbarre. Dopo 4 anni di “arbitrario processo legale”, dove sono state violate le regole più elementari del sistema giuridico. Ho dovuto difendermi da molteplici accuse, perpetrate con l’evidente intenzione di distruggere la mia immagine davanti all’opinione pubblica. Il mio processo doveva servire da monito per scrittori e artisti cubani, perché il solo scopo era quello di far tacere il mio blog Los hijos que nadie quiso. Non hanno fatto i conti con una logica diversa: una volta cominciato a scrivere la realtà quotidiana non è possibile tornare indietro.

Nonostante la sofferenza e il dolore provocato, soprattutto alla mia famiglia, sono orgoglioso di trovarmi nel luogo dove sono andati a finire tanti buoni cubani. Da qui tenterò di far arrivare i miei post e continuerò a svolgere il mio modesto ruolo per ottenere un’apertura democratica a Cuba, porterò avanti la mia lotta e la resistenza nei confronti del regime totalitario. Sono soltanto un cittadino che ha deciso di togliersi la maschera e di denunciare quel che accade nel mio paese nel solo modo in cui posso farlo, scrivendo.

Adesso mi trovo in mezzo a uomini che hanno commesso diversi delitti ma sono vittime di razzismo, percosse e ingiustizie sociali. Quando sentono dire che presto Cuba cambierà vedo i loro occhi illuminarsi. Altri reclusi sono stati privati della libertà personale per un reato chiamato “pericolosità sociale”, fattispecie non proprio legale che esiste solo nel nostro paese. Sono individui puniti in anticipo, solo per il sospetto che possano commettere qualche illegalità, per la maggior parte persone di colore e senza un lavoro statale.

Oggi comincia una nuova tappa nella mia vita e nel cammino che ho scelto. La speranza dei cubani, la loro perseveranza nella lotta porterà il cambiamento necessario per trasformarci in uno Stato prospero e democratico.

Non aggiungo altro e “con la mia grafia alta e inclinata” rivolgo il mio abbraccio e ringrazio tutti coloro che si dimostrano solidali e sostengono la mia causa.

Dalla prigione di Valle Grande, 1 Marzo 2013

Ángel Santiesteban Prats


Traduzione di Gordiano Lupi


Nota del traduttore: Ángel Santiesteban Prats è stato trasferito nel carcere di Guanabacoa, dove si trova ancora oggi recluso.

mercoledì 6 marzo 2013

Il caso Santiesteban

di Amir Valle
Seconda Parte

Angel e suo figlio Eduardo

2. La ragnatela giudiziaria di un’infamia

False prove

Il 29 luglio del 2009 Ángel Santiesteban viene arrestato, con l’accusa di aver violentato la sua ex moglie, Kenia Rodríguez, dalla quale è separato da 4 anni e che adesso vive con un membro del Ministero degli Interni. Viene dimostrato che nel giorno della supposta violenza Ángel non si trovava in casa della donna, inoltre lei rifiuta di sottoporsi al controllo medico per convalidare l’accusa. Una seconda denuncia della ex moglie, Kenia Rodríguez: questa volta lo scrittore è accusato del furto di gioielli di famiglia. La donna rifiuta di riconoscere i gioielli in fotografia e la denuncia resta lettera morta. Arriva una terza denuncia di Kenia Rodríguez per furto di denaro. Ángel Santiesteban dimostra ancora una volta che non si trovava nel luogo dei fatti. L’ex moglie non fornisce prove e la denuncia non produce conseguenze. Un mese dopo Ángel Santiesteban si trova vicino (60 metri) alla sua ex moglie. È accusato di molestie, ma questa volta la denuncia non viene accettata. Quindici giorni dopo, un corto circuito proveniente da un’apparecchiatura elettrica deteriorata provoca un incendio in casa di Kenia Rodríguez, che per fortuna non è dentro l’abitazione. In ogni caso, l’ex moglie denuncia ancora Ángel Santiesteban, questa volta per tentato omicidio. Ángel viene liberato perché dimostra che non si trovava in quel luogo al momento dei fatti, ma il giorno dopo viene convocato alla stazione di polizia e deve pagare una multa pari a 1500 pesos. Inoltre gli viene vietato di andare al Festival de La Palabra (Festival della Parola), a San Juan, Puerto Rico, dove era stato invitato.

Passano pochi giorni, il suo caso viene assegnato a un nuovo Giudice Istruttore e tutto cambia. Vengono riattivate le vecchie denunce e lo scrittore si trova a dover rispondere per una serie di accuse che potrebbero portarlo a subire una pesante condanna (54 anni di detenzione!).

Irregolarità giudiziarie

Viene presentato un solo testimone, che comincia a gridare di non obbligarlo a fare dichiarazioni contro Ángel Santiesteban. Il testimone si reca a casa di Ángel e spiega davanti ad alcuni vicini che è stato obbligato a deporre falsità contro di lui. Le parole del testimone vengono registrate in un video. L’accusa ritira il testimone di comodo dalla causa.

Il fascicolo con gli atti di causa non si trova da nessuna parte, anche se per legge dovrebbe essere a disposizione della difesa. Finalmente, si viene a sapere che è stato consegnato a un ufficiale di nome Ribeiro, a Villa Marista, prigione centrale della Sicurezza di Stato (polizia politica di Cuba).

Tra settembre e ottobre 2011, l’avvocato difensore rinuncia all’incarico per aver ricevuto intimidazioni e minacce dopo aver accettato di difendere lo scrittore. Ángel contatta un nuovo legale: Miguel Iturria Medina, che riesce a dimostrare la falsità delle accuse più gravi, subito ritirate dal fascicolo penale. Il Tribunale chiede una pena pari a 15 anni di detenzione, contro i precedenti 54.

Dopo 3 anni di attesa, nel mese di ottobre 2012, si celebra il processo pubblico. L’avvocato difensore dimostra l’inconsistenza delle poche prove presentate, incluso la relazione di un perito calligrafo che fonda la colpevolezza di Ángel sul fatto che scrive con una “certa” inclinazione, e compone le parole “con una grandezza molto sospetta”. Arriva la condanna annunciata per Ángel Santiesteban: cinque anni di detenzione. La difesa è sconcertata, perché ha dimostrato la falsità di ogni prova presentata e il legale dello scrittore dichiara che il massimo della pena per il suo assistito poteva essere una multa, anche facendo riferimento ai meriti sociali e alla fedina penale intonsa.

3. Vergognose evidenze di un’infamia

Da quando è cominciata la sporca campagna di criminalizzazione dello scrittore cubano Ángel Santiesteban Prats, sono in molti a sostenere che il giudizio per presunti reati comuni contro questa nota figura della letteratura cubana è stato un processo ingiusto. Sono state compiute gravi irregolarità per far calare il silenzio sui veri motivi di una rappresaglia da parte della polizia politica: le forti critiche contro Raúl Castro e le accuse contro il totalitarismo del regime pubblicate da Ángel nel blog “Los hijos que nadie quiso” (“I figli che nessuno ha voluto”).

Indichiamo di seguito le violazioni più scandalose, dimostrate dall’avvocato difensore, Miguel Iturria Medina, durante il Ricorso in Cassazione contro il verdetto di Primo Grado del Tribunale Provinciale Popolare dell’Avana.

1.- La polizia ha sempre considerato infondate le accuse presentate contro Ángel Santiesteban dalla sua ex moglie, Kenia Rodríguez, ma a un certo punto è stato nominato un nuovo Giudice Istruttore che ha riaperto il fascicolo penale basato sulle precedenti false accuse.

2.- L’accusa ha presentato un testimone falso: Alexis Quintana Quindelán, che ha confessato di aver mentito su istigazione di Kenia Rodríguez che gli aveva promesso in cambio benefici personali. Tale ritrattazione successiva è stata registrata dalla difesa ed è stata pubblicata su Youtube.

3.- Il dossier penale, che per legge doveva essere depositato presso gli uffici della polizia e del tribunale, non si è trovato per mesi, infine è stato rinvenuto dalla difesa a Villa Marista, nelle mani della polizia politica.

4.- Le prove fornite dall’accusa in merito alle violenze e aggressioni che Ángel Santiesteban avrebbe perpetrato nei confronti della sua ex moglie sono state smentite nel corso del giudizio, grazie ad accurate perizie medico - legali. La difesa ha dimostrato un preciso interesse di Kenia Rodríguez a pregiudicare l’integrità morale e sociale di Ángel.

5.- La prova dell’accusa che la presunta azione aggressiva di Ángel Santiesteban contro la sua ex moglie avrebbe provocato danni psicologici sul figlio, Eduardo Ángel Santiesteban Rodríguez, è stata smentita dalla maestra del ragazzo, Yahima Lahera Chamizo, che ha dichiarato all’avvocato difensore come il giovane sia stato fatto oggetto di pressioni da parte della madre per rilasciare dichiarazioni contro il padre. Inoltre, lo stesso ragazzo ha negato ogni tipo di aggressione da parte del padre nei confronti della madre. Nessuna di queste dichiarazioni è stata presa in considerazione dal Tribunale.

5.- Durante la detenzione di Ángel Santiesteban, a novembre 2012, perché insieme ad altri oppositori chiedeva la liberazione di un avvocato dissidente, l’agente della polizia politica chiamato “Camilo”, dopo averlo minacciato di morte gli avrebbe detto: “Ti faremo dare cinque anni di galera!”. La cosa strana è che la sentenza del Tribunale non era ancora stata pronunciata.

6.- La condanna a cinque anni di reclusione è in ogni caso sproporzionata al delitto, visto che la legge prevede per casi simili “da tre mesi a un anno di prigione, oppure una pene pecuniaria”. Inoltre, la legge propende per non privare il reo della libertà personale, ma preferisce misure alternative al carcere.

In definitiva, come affermano molti intellettuali che denunciano questa ingiustizia, si tratta di violazioni sufficienti per rendere invalido il processo che ha condannato Ángel Santiesteban Prats.


Traduzione di Gordiano Lupi