martedì 30 luglio 2013

Sempre 26! (direbbe Carlos Puebla)

Il 26 luglio era il giorno della Festa della Rivoluzione Cubana. Il Movimento 26 Luglio, promotore della Rivoluzione, prese il nome dal giorno dell'assalto al Cuartel Moncada. Fidel Castro è sempre stato bravo a trasformare le sconfitte in eventi. Omar Santana ironizza sulla festa. Nel palazzo cadente campeggia la bandiera rosso e nera del Movimento 26 Luglio, mentre due vecchine cubane si passano il latte in polvere che una parente ha spedito da Miami.
 
 
 
(gordiano lupi)

lunedì 29 luglio 2013

Leadership

di Yoani Sanchez 


da www.lastampa.it/generaciony
 
Noel rimette in sesto le pale di un ventilatore. Ha il suo piccolo laboratorio in un porticato del quartiere Cerro. Ripara ferri da stiro elettrici, frullatori, rimette a nuovo i motori obsoleti e quando capita anche le pentole per cuocere il riso e gli scaldabagni. Non è un lavoro che fa guadagnare molto. Parte dei clienti gli chiedono servizi a credito e dopo non si fanno più vedere; altri vogliono pagare a rate ma non finiscono di pagare. Tuttavia, oltre a un minimo sostentamento, quel lavoro procura a Noel un’esperienza unica. Ogni giorno, si trova a contatto con la gente, con molta gente. Parla, discute, gli raccontano cosa hanno trasmesso i programmi ripetuti dall’antenna parabolica illegale, soprattutto ascolta, apre gli orecchi e sente quel che gli dicono. Per questo motivo nella sua piccola stanza piena di grasso e cavi si è trasformato in un interprete di opinioni, in un leader nato, apprezzato per le sue capacità e rispettato per le sue parole.
Cuba è piena di gente come Noel, anonima, semplice, che conosce la realtà a un livello che nessun ministro potrebbe eguagliare, neppure ricorrendo ai consulenti più competenti. Persone che non si vedono sugli schermi televisivi e non sono un numero nelle parate, ma possiedono il carisma naturale e il giusto collegamento con la popolazione per guidare i cambiamenti. Per il momento conosciamo solo le persone con le quali cui abbiamo interagito e che abbiamo incontrato personalmente, ma sono molte di più. Non redigeranno mai un piattaforma politica, ma conoscono a menadito i problemi più urgenti che riguardano la nostra società. Non firmeranno una richiesta per esigere miglioramenti sul tema dei diritti umani, non apriranno un blog, non praticheranno il giornalismo indipendente o la giurisprudenza autonoma. La parola “attivista” li spaventa e chiamarli oppositori metterebbe fine alla vita che conducono adesso. Sono - senza bisogno di dirlo - tutto questo e molto di più. Sono cittadini coscienziosi, che hanno a cuore la situazione del loro paese.

Il futuro della nostra nazione sarà condizionato da cubani come questi. Vedremo arrivare alla sfera pubblica tante persone che oggi si trovano tra un ufficio e un laboratorio, davanti a un’aula o intenti a riempire moduli in qualche amministrazione statale. Quando capiranno che sarà possibile esprimere pubblicamente le loro opinioni, verranno fuori da ogni parte. Quando decideranno di fare quel passo sarà importante che non trovino diffidenza né volontà polemica, ma soltanto il nostro abbraccio. Perché mentre Noel ripara una pala rotta di un ventilatore, io sento che un giorno avrà anche la capacità di unire i pezzi divisi e in frantumi della nostra realtà. Metterà la stessa attenzione con cui attacca il materiale plastico e prepara il motore nella leadership sociale che domani potrà esibire.  

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

giovedì 25 luglio 2013

Il catechismo secondo Mujica



Il linguaggio diplomatico, anche se distante e calcolato, lascia intravedere tutti i cambiamenti di un’epoca. Ricordo che per anni è stato possibile prevedere ogni parola che i presidenti stranieri avrebbero detto una volta giunti a Cuba. Nel copione dei loro discorsi non poteva mancare il riferimento alla “inossidabile amicizia tra i nostri popoli…”. Inoltre veniva sempre messa in evidenza la piena sintonia tra i progetti politici del capo di Stato ospite e la sua controparte cubana. Il percorso era uno, i compagni di rotta non potevano allontanarsi di un millimetro, come appariva chiaro dalle loro dichiarazioni. Erano tempi in cui dovevamo apparire come un blocco compatto, privo di sfumature e differenze.
Tuttavia, da alcuni anni, le dichiarazioni di chi giunge sull’Isola su invito governativo non sono più le stesse. Si sentono pronunciare frasi come: “alcune cose ci dividono, ma preferiamo cercare ciò che ci unisce”. Le nuove dichiarazioni sostengono che “rappresentiamo una molteplicità” e che “lavoriamo a un progetto unitario, mantenendo le rispettive differenze”. Evidentemente, le relazioni bilaterali del ventunesimo secolo non possono più essere caratterizzate da un discorso unanime e monocromatico. È ormai di moda esibire la diversità, anche se nella pratica viene messa in atto una strategia di esclusione e di negazione delle differenze.
José Mujica ha compiuto un altro passo in avanti rispetto ai discorsi dei presidenti ricevuti nel Palazzo della Rivoluzione. Ha sottolineato che “prima dovevamo recitare lo stesso catechismo per essere uniti, mentre adesso, nonostante le differenze, riusciamo ugualmente a essere compatti”. Noi che ascoltavamo increduli il programma diffuso dalla televisione nazionale ci siamo chiesti immediatamente se la dottrina alla quale si riferiva il capo di Stato uruguayano fosse il marxismo o il comunismo. Secondo quel che adesso viene affermato, due presidenti possono stringersi la mano, cooperare, farsi fotografare insieme sorridenti, anche se hanno ideologie diverse o contrastanti. Una lezione di maturità, senza dubbio. Il problema - il grave problema - è che certe parole vengono pronunciate e pubblicate in una nazione dove i cittadini non possono avere altro “catechismo” se non quello imposto dal partito al potere. Un paese dove in maniera sistematica viene divisa la popolazione tra “rivoluzionari” e “traditori della patria”, sulla base di considerazioni puramente ideologiche. Un’Isola dove i governanti fomentano l’odio politico tra la gente senza prendersi la responsabilità per quei semi d’intolleranza che seminano, irrigano e concimano coscientemente.
La diplomazia cubana è così. Accetta di ascoltare da un ospite straniero frasi che non farebbe mai pronunciare a una persona nata in questa terra. 

Yoani Sanchez
(da Generacion Y)

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

lunedì 22 luglio 2013

Libero parla di FUERA DEL JUEGO

Maurizio Stefanini su LIBERO del 14 luglio 2013
Recensione a FUERA DEL JUEGO, da me tradotto - EDIZIONI IL FOGLIO



MISSILI, MORINGA, VIAGGI AEREI E TANTI DUBBI


La vignetta di Garrincha affronta con ironia il problema dei missili scoperti a Cuba, a bordo di una nave nordcoreana, nascosti da un carico di zucchero. Ne ha parlato anche Yoani Sanchez nel post Missili di zucchero pubblicato su Generacion Y e da me tradotto per la Stampa. L'umorista cita la famosa moringa, pianta che Fidel Castro ritiene idonea a risolvere ogni problema, e l'ancor più famoso discorso di Alarcon all'Università dell'Avana, quando si scontrò con lo studente Eliecer Avila sul tema dei viaggi fuori da Cuba. "Se tutti viaggiassero, ci sarebbe una congestione nei cieli. Immaginatevi che caos negli aeroporti!", disse il povero ex Presidente del Parlamento, mandato allo sbaraglio ad affrontare i giovani da qualcuno che stava preparando la sua eliminazione politica. Alla luce di quanto accaduto - defenestramento di Alarcon e nuova vita da dissidente di Eliecer - sembra proprio che si sia trattato di uno scontro organizzato per far compiere un passo falso al vecchio leader. La riforma migratoria di Raul Castro, infatti, ha finito per sconfessare le patetiche giustificazioni di Alarcon e ha abbracciato le tesi del futuro dissidente (ai tempi membro della Federazione Giovanile del Partito Comuinista). Si tratta soltanto di una vignetta, ma la sostanza alla base del ragionamento comico potrebbe far trarre un sacco di conclusioni che lasciamo ai politologi e ai cubanologi. Io, dopo tutto, sono soltanto un letterato, un amante di poesia, narrativa, cinema e cultura cubana. Non è il mio mestiere trarre conclusioni politiche, magari affrettate...

Traduciamo la vignetta.

Raul - Quelle cose sulla nave coreana sono soltanto alcuni contenitori di moringa che non abbiamo voluto spedire con un aereo, altrimenti il povero Alarcon si sarebbe innervosito...

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

venerdì 12 luglio 2013

Yoani Sanchez in Italia

Parla con calma, chiara, senza generare equivoci su quanto dice, bella, vivace nello sguardo, piena di sogni che è certa siano forieri di prossimi cambiamenti.
   «Non è una crisi» dice, ed insiste più volte su questo concetto, «è l’inizio di una rinascenza». Parafraso il resto. “È dalla sofferenza che nasce sempre qualcosa di buono. Così come prima del parto il dolore è forte, sembra un dolore finale e cocente e pieno di incertezze… poi il figlio nasce e vivrà dei sogni che avremo saputo trasferire in lui”.
   Yoani è speranza, ottimismo, determinazione a non dover e volere essere conforme, certa di una strada di libertà che è fede che non incespica mai, quella che passa e che si respira a pieni polmoni. Significativo l’esempio del recinto di pecore… non puoi imprigionarle, qualcuna vorrà uscire e andarsene e non si dovrà fermarla… Credo non sia privo di riferimento preciso questo netto rifiuto all’inscatolamento, alla massificazione che veramente poco conosce la parola  “libertà”.
   Ha ricordato tutte le persone che le sono state d’aiuto, vicine nel cuore, nella solidarietà, nella lotta senza armi che ha visto la sua parola colpire più di un sasso. “Mi ha salvato l’elettronica, il mio blog, aver potuto parlare al mondo anche se siamo controllati e non abbiamo internet nelle nostre case”.
   Ha parlato dei grandi, di tutti i grandi, Mandela, Gandhi ma ha dato particolare rilievo a chi non assurgerà mai agli onori della cronaca. Ha parlato delle donne di Cuba, del loro coraggio di vivere e lottare, di gruppi di dissidenti che ogni volta che si riuniscono, rischiano l’arresto.
   Era la Yoani che volevo vedere, che avevo letto dalle traduzioni e libri di Lupi… sono stata felice, felice e grata.
 
Patrizia Garofalo