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lunedì 27 ottobre 2014

Wendy Guerra e i suoi libri inediti a Cuba


Wendy Guerra - una vera scrittrice cubana - sogna che un giorno i suoi libri siano pubblicati in patria, anche i più pericolosi, persino Todos se van (2006, uscito in Italia con il titolo Tutti se ne vanno) e i romanzi che affrontano i problemi della vita quotidiana. L'autrice di Nunca fui primera dama (2008), inedito in Italia, ha detto nel corso della Fiera Internazionale del Libro di Santiago: "La situazione attuale a Cuba significa che la mia società non è preparata a leggere le mie opere". Infatti, in patria, è stato pubblicato soltanto Posar desnuda en La Habana. Diario apócrifo de Anaís Nin, romanzo storico - erotico su un viaggio caraibico della scrittrice statunitense negli anni Venti.
Wendy Guerra ha aggiunto che nel suo paese "si leggono clandestinamente molte opere di scrittori non graditi al governo", non solo i suoi romanzi, accade anche con "Pedro Juan Gutiérrez, Leonardo Padura, Reinaldo Arenas, Guillermo Cabrera Infante". Wendy Guerra è stata premiata in Spagna e in Francia per il libro Todos se van, che in Italia è passato sotto silenzio, come spesso accade con la vera letteratura. Da noi siamo vaccinati contro i libri importanti, non li amiamo, preferiamo il Fabio Volo di turno o l'autobiografia di Paolino Ruffini. Credo di essere stato uno dei pochi a recensire il romanzo, ma non è servito a molto. Wendy Guerra è nata a Cuba nel 1970, ha lavorato in televisione, fino a quando non è stata allontanata per motivi politici. "Soffro il silenzio delle parole e delle cose proibite. Amo narrare la nostra vita con un minimo di fiction. Nei confronti del mio paese sono come una donna adultera. La mia letteratura è vicina ai nostri corpi e alle nostre menti, è una letteratura umana", ha detto.
Tutto questo contrasta non poco con la totale libertà di movimento e di pubblicazione (anche se soltanto via Internet) concessa a Yoani Sanchez, che non è una scrittrice ma una blogtrotter. In ogni caso, vale la pena di aggiungere che molti di questi scrittori cubani non allineati pubblicano all'estero soltanto se ben remunerati, forse perché intravedono nella loro posizione una rendita da far fruttare. Personalmente ho tradotto per passione l'ultimo libro di poesie di Pedro Juan Gutierrez, ma quando gli ho fatto una proposta economica per pubblicarle in Italia, lo scrittore ha rifiutato sdegnato. Non solo: mi ha intimato - tramite la sua agente - di non pubblicare niente di suo in italiano. Forse non conosce il detto: la poesia non dà da mangiare. Forse crede che la libertà di espressione si guadagni rimpinguando il conto in banca. Siamo alle solite: se questi sono il nuovo che avanza, preferiamo il vecchio che arranca.

sabato 29 giugno 2013

I giovedì culturali dell’ambasciata di Spagna


di Wendy Guerra

A dicembre dello scorso anno ho conosciuto l’attuale ambasciatore di Spagna a Cuba, Juan Francisco Montalbán mi è stato presentato durante una mostra di pittura realizzata da Pedro Juan Gutiérrez in una delle sontuose palazzine restaurate del nostro centro storico. Nella foga dei suoi discorsi a questa inaugurazione, ho colto il bisogno di creare legami con l’arte e l’intellettualità dell’isola. Nei mesi successivi, conoscendo o frequentando artisti e intellettuali cubani, sotto la guida del suo assessore alla cultura Pedro Platas, hanno creato un ponte andata e ritorno per la cultura di entrambi i paesi: i giovedì culturali dell’ambasciata di Spagna, spazio che, per il futuro, merita tutta la nostra attenzione.

Come osserva l’ambasciatore: questi giovedì nascono da un bisogno, il bisogno, da parte dell’ambasciata, di compiere tutti gli sforzi possibili per la creazione di un legame tra i due paesi e la ricerca di tutti i possibili spazi amici tra il popolo spagnolo e quello cubano. È il classico lavoro diplomatico che avevamo bisogno di conformare alla realtà cubana. Sono queste le indicazioni e i desideri con cui è giunto nella nostra terra Montalbán, un uomo che interpreta la cultura come passaggio superiore per la comprensione e la scoperta del nostro mondo.

Pertanto, a partire dal mese scorso, il grande edificio occupato dall’ambasciata spagnola all’Avana ha aperto le sue porte al pubblico cubano (due giovedì al mese). Secondo l’estro creativo dell’assessore Pablo Platas, anima del progetto e curatore di svariate mostre esposte a Palazzo Velasco Sarrá. Per Pablo è importante aprire il palazzo, ascoltare gli autori, progettare come un’intera generazione di pittori possa dominare l’ambasciata, con le loro opere su tela, alluminio, acetato. Sculture e quadri riempiono oggi lo spazio che era prima destinato a un lavoro prettamente diplomatico.

Subito la voce inconfondibile di Pedro Juan rompe il silenzio con un testo magnifico, composto in maniera scrupolosa; mappa di idee su crisi o stagnazione, censura e ripercussione del carattere autoriale sulla letteratura universale, tematiche che spianano a poco a poco la strada essenziale di questa “altra” letteratura, che lui stesso ha percorso con successo e mezzi propri, a partire da un contesto marginale, epico, criptico, colto, erotico, chiarendo in questo modo il suo stile, il suo tratto e il suo marchio inconfondibili.

Un ripasso intelligente al resoconto di quella che lui chiama “la letteratura conflittuale” cubana, di tutti i tempi e in tutti i luoghi in cui esista uno scrittore “maledetto”, quello socialmente non classificato in nessun posto, né a Miami né a Cuba. Racconta inoltre i legami storici e terribili esistiti in questo passaggio oscuro tra scrittura e censura.

“In Spagna l’Inquisizione riuscì a impaurire così tanto gli scrittori, che fino alla seconda metà del secolo XX nella letteratura spagnola non esiste erotismo. Io attribuisco a questa situazione inquisitoriale spagnola lo strascico anti sessuale e moralista, pudico, che ancora oggi fa da zavorra a buona parte della letteratura latinoamericana, un condizionamento borghese, pretenzioso, monotono e sconnesso dalle nostre verità più profonde.”

Quanto sappiamo di questi due protagonisti che oggi parlano dal podio? Quali notizie abbiamo avuto qui delle loro critiche, premi, come seguire lo sviluppo autoriale di Leonardo e Pedro Juan nell’ultimo decennio?

A Cuba esiste forse una tecnica, una formula, un’arte per dissimulare i successi di scrittori scomodi per le istituzioni? È stata inventata una commissione straordinaria per non diffondere le notizie su certi autori che hanno una notevole risonanza internazionale?

L’acuto intervento di Leonardo Padura comprova la sua tesi sull’arbitrarietà nelle decisioni di pubblicazione. “Non esiste attualmente una politica di ciò che deve o non deve essere pubblicato. Ritengo che abbiamo ottenuto spazio sufficiente affinché a Cuba si pubblichi tutto”. In effetti, è rimasto molto sorpreso nel vedere uscire a poco a poco ognuno dei suoi libri, uno dopo l’altro, dal momento che riteneva, nella quasi totalità dei casi, che sarebbero stati censurati, specie “L’uomo che amava i cani”.

Non è un caso che tutti i partecipanti a questo primo giovedì dell’ambasciata abbiano appreso lì come è stato il cammino di entrambi per riuscire a scrivere e convivere con la creatività, la censura, il mercato e la produzione letteraria a Cuba. Lo stile pacato e per nulla ansioso di Padura, la sua linea comportamentale coerente, sagace e chiara, irradia la buona salute del suo percorso letterario consolidato e fertile.

Vederli conversare, spiegarci il loro punto di vista; trovarli a discutere insieme del nostro progetto culturale è un lusso di cui i presenti sono stati testimoni. Ricordiamo che entrambi hanno formazione ed esperienza giornalistica, evidente nella morfologia e nel contenuto delle loro carriere, sarà per questo che arrivano sempre al dunque, senza dilazioni, senza retorica, senza paura.

Leonardo ha toccato dei punti cardine, che sarebbe molto importante trascrivere e pubblicare con urgenza: soluzioni personali che hanno portato a risultati di gruppo – non collettivi -, internet e l’equivalenza negli stipendi dei cubani, la pirateria, i diritti d’autore, l’era digitale nella letteratura – tra altri importanti argomenti –, ma di tutto quello che ha detto una questione sembra improrogabile, perché inerente un fenomeno di cui si è parlato poco: le conseguenze pagate dal lettore. Secondo Padura, i nostri lettori sono stati, alla fin fine, le vittime più grandi in questa catena di controllo all’interno del mercato editoriale: “Credo che il lettore cubano sia rimasto disinformato rispetto a quello che scrivono i suoi stessi compatrioti, a quello che scrivono gli autori che in questo momento pubblicano nel mondo, al fatto che il lettore cubano non ha idea di dove si stia muovendo la letteratura universale e molte delle sue opere, insieme a molte altre della letteratura locale, per l’impossibilità economica di pubblicare determinati scritti…”

La serata è terminata con l’intervento del musicista cubano Yasek Manzano. L’incontro successivo ha avuto come ospiti Roberto Diego e lo specialista in arti plastiche Rafael Acosta per discutere sul mercato dell’arte cubana di oggi.

Il dibattito rimane aperto, a patto che esistano gestori culturali, spazi come questo e intellettuali disposti a esporre, sinceramente, le loro preoccupazioni, un pubblico desideroso di discutere e conoscere la realtà di queste questioni raccontate dalla voce dei loro protagonisti.

Traduzione di Silvia Bertoli

martedì 18 giugno 2013

Tornare a Cuba

di Wendy Guerra

«Ciao, sono all’aeroporto, sono arrivata ma mi stanno per pesare e forse aprire le valigie. Mi potete aspettare con calma per favore? Qui va per le lunghe e devo spegnere il cellulare.»

È l’attacco inequivocabile dei rientri a Cuba. Sembrava che tutto fosse cambiato, ad alcune persone nemmeno le pesano, invece no, questo mese, entrando all’Avana, è successo a tre dei miei colleghi.

Anche se arrivi entusiasta, con la voglia di creare, pazzo per la gioia di ritrovare Cuba, vieni subito disarmato nel ‘raccontami vita, morte e miracoli’ dell’aeroporto. È la dogana, il luogo in cui gli impiegati dimenticano di essere cubani come te, con le stesse mancanze, con il bisogno di importare i beni di prima necessità che a Cuba non si trovano. Queste persone eseguono degli ordini, ma con un atteggiamento distante, vuoto; sembrano stranieri intenti a domandarci perché portiamo quel che portiamo nel paese in cui siamo cresciuti insieme carichi di necessità oggettive.

Che cosa direbbe Rousseau il Doganiere che, essendo lui stesso un artista straordinario, ebbe un posto come ispettore delle merci di frontiera a Parigi (da cui il suo soprannome douanier), e nella sua valigia fece entrare in quegli anni tanta pittura da dare una mano a completare la tavolozza a tutta la sua generazione, quella che ne poteva comprare ben poca da impiegare nei quadri che sono oggi gioielli universali.

Che cosa ho portato? Un enorme catalogo generale del Museo d’Orsay, un altro sull’impressionismo astratto, quello con la retrospettiva dell’opera di Inés Tolentino che lei mi ha regalato. La poesia completa di José Triana (con dedica dell’autore de La noche de los asesinos), un grosso dizionario francese-spagnolo. Ho portato creme, profumi e spezie, incensi, una lampada a olio per scacciare le zanzare quest’estate. Ho portato medicine per lo stomaco, per l’influenza, le allergie, i dolori, la nausea; molti medicinali per ripartire e sopportare l’estate lontano da Parigi, varietà di tè, olio d’oliva, una bottiglia di vino rosso, taccuini per gli appunti, i miei dolci preferiti e colorati de La Durée (casa fondata nel 1862); matite, penne, scarpe e vestiti, costumi da bagno, una cartuccia di inchiostro per la mia vecchia stampante, biancheria intima, indumenti pesanti, un piccolo paiolo, una caffettiera nuova, guarnizioni per il mio frigorifero, libri di diversi autori della mia generazione, quelli che qui non trovo e che si prestano all’infinito. Ho portato un cestino per il cucito, una borsa dell’acqua calda, l’apparecchio per misurare la pressione e alcuni quaderni a righe. Due disegni che ho comprato a un giovanissimo pittore di strada che disegnava ricurvo a 13 Rue du Four. Due dischi di magnifiche versioni delle Sonate di Scarlatti. Smacchiatori, lucido da scarpe neutro e alcune goccette per disinfettare l’acqua. Fortuna che non ho portato l’originale di William Navarrete, lui ha insistito e aveva ragione, ora l’avrebbero letto domandandosi perché un collega porta l’originale dell’altro. Il mio asciugacapelli, il mio shampoo. Questi sono gli oggetti che raccontano le vicissitudini della mia quotidianità, la stessa necessità collettiva di avere e offrire tutto ciò di cui c’è bisogno agli amici, oggetti che viaggiano ancorati al fondo della valigia per prolungare il confortante tempo della creatività su quest’isola che amo e difendo come poche cose nella mia vita, quest’isola che tratteggio a bordo dell’aereo, idilliaco pezzo di terra che di colpo mi viene strappato dalla confisca della frontiera. La colpa è di tutti quando non c’è niente e tu ti lasci privare di ciò che hai portato, è un problema di tutti ma, quando aprono la tua valigia, i doganieri si comportano come fossero degli svedesi sbigottiti.

«Che cosa portano gli artisti? Ma che si credono questi artisti? Chi pensano di essere per portarsi tutte queste cose? Perché non si cercano uno specialista che li capisca, che sappiano perché portano funi, parole stampate, indumenti pesanti, colori e compresse per combattere la nevrosi che crea ogni cosa, questa crisi che ti attende al tuo arrivo, qualcuno che ci capisca qualcosa di questi strumenti e di questi aggeggi per creare che nemmeno loro conoscono.»

Guardo le valige, mi fermo, di certo alcune di queste cose ci sono anche qui o a un certo punto si potranno procurare, ma la mia ossessione di non restare senza qualcosa di indispensabile mi fa portare tutto. Ho pagato un supplemento per il peso e qui lo dovrò ripagare.

«Non hai portato elettrodomestici o un DVD, un disco rigido, un cellulare da vendere?»

Non ho portato altro che quello che mi permette di rimanere qui e ora, a creare, a cercare il prossimo motivo per non andarmene da un luogo in cui faccio tutto il possibile per sentirmi bene.

Questo è il paese ideale per lavorare, qui il tempo ha altre caratteristiche, un altro peso, il clima e la luce ti stimolano a concepire idee incredibili. È importante che le cose si rimettano al loro posto.

Nella valigia di Cuba c’è tutta la mia vita. Chiudete tutto e lasciatemi passare che qui dentro viaggia la mia anima.

Traduzione di Silvia Bertoli

sabato 8 settembre 2012

Tutti se ne vanno di Wendy Guerra


Wendy Guerra
Tutti se ne vanno
Le Lettere – Euro 18 – Pag. 240
www.lelettere.it

Wendy Guerra è un’eccellente scrittrice cubana, nata nel 1970 all’Avana, laureata in regia cinematografica e radiotelevisiva presso la Facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell’Istituto Superiore d’Arte. A Cuba, tra le cose positive costruite dopo il 1959, non si diventa registi per caso, ma esiste un vero e proprio corso di studi dove si studia tecnica e storia del cinema, grazie a lezioni impartite da veri maestri che si sono cibati di neorealismo, Godard, Fellini e cinema nordamericano indipendente. Wendy Guerra è un’allieva di Tomás Gutiérrez Alea, il suo stile letterario abbonda di piani sequenza descrittivi e di rapide pennellate che costruiscono caratteri e situazioni. Todos se van, tradotto in maniera egregia da Antonella Ciabatti per la collana Latinomericana, diretta da Martha Canfield per i tipi de Le Lettere, è scritto sotto forma di diario e comincia con una citazione tratta dal Diario di Anna Frank: “Potremmo chiudere gli occhi davanti a tutta questa miseria, ma pensiamo a coloro che ci erano cari, e per i quali temiamo il peggio, senza poterli aiutare”. Inutile dire che l’autrice parla di Cuba sotto metafora.

Wendy Guerra performance

Il diario è diviso in due parti. Nella prima parte abbiamo una bambina di nove anni che racconta la sua infanzia come un viaggio attraverso il dolore, contesa tra i genitori divorziati, in balia di un padre violento che la picchia, non la manda a scuola e spesso torna a casa ubriaco. “Ho pagato un prezzo molto alto per crescere da sola mentre tutti se ne andavano dall’isola”, afferma la protagonista. E vive un’esistenza costellata di abbandoni, per motivi sentimentali o politici, economici e di semplice vita quotidiana. La ragazzina cresce mentre tutti se ne vanno. Inesorabilmente. La seconda parte del romanzo è la più disperata. La bambina diventa adolescente proprio mentre i regimi socialisti vanno in crisi e crollano uno dopo l’altro, fino alla caduta del muro di Berlino. Wendy Guerra racconta con magistrali pagine di taglio cinematografico e con tono lirico la fine di un sistema, le fughe e la solitudine di una ragazzina che osserva il mondo cambiare mentre vede gli amici scappare.


Il Diario potrebbe essere in parte autobiografico, in ogni caso l’autrice ha vissuto in prima persona certe situazioni, perché è nata nel 1970 e alla caduta del muro di Berlino compiva diciannove anni. Wendy Guerra racconta la Cuba dei black-out energetici (apagón), dei poveri solar dove vivono famiglie senza possibilità economiche, dei giovani nascosti in umidi sottoscala per ascoltare i Beatles (“erano più proibiti che mangiare carne”), delle raccolte fallimentari di canna da zucchero, delle persecuzioni agli omosessuali, delle ideologie perdute. Racconta “la guerra fredda del silenzio adolescente”, mixata con la guerra fredda della politica, con un isolamento culturale che allontana i giovani sempre più dal sistema. “Il mio Diario è un lusso, è la mia medicina, è ciò che mi mantiene in piedi. Senza di lui non arriverei ai venti anni. Io sono lui e lui è me. Entrambi non ci fidiamo”. Racconta di una ragazzina che vuole scappare dagli slogan e dalle ideologie, che non sopporta più quel che accade, ma si rende conto che fuggire dalla politica significa andare via da Cuba.

Wendy Guerra desnuda

E poi il romanzo è costellato di stupende immagini letterarie: “L’Avana odora di gas liquido e di pesce fresco, che viene dall’aria salata del Malecón”. Tutti se ne vanno racconta anche la paura del futuro, perché crollano i muri, i giovani scappano, ma i vecchi non sanno vivere senza muri e temono quel che potrà accadere. La conclusione non lascia scampo: “Sono all’Avana, ci provo, cerco di avanzare ogni giorno un po’ di più. Ma una volta gelato il mare dei Caraibi, non c’è alcuna possibilità di arrivare in nessun posto. Da questa parte continuo a scrivere il mio Diario, a svernare nelle mie idee, senza potermi spostare, per sempre condannata all’immobilità”. Questo è il destino della ragazzina, ma anche della scrittrice, che pubblica i suoi romanzi in tutto il mondo, ma che - come Cabrera Infante e Reinaldo Arenas - è inedita a Cuba, a parte alcune innocue raccolte di poesie.

Nunca fui Primera Dama (inedito in Italia)

Todos se van (2006) è il debutto letterario di Wendy Guerra, il libro ha riscosso un enorme successo in Spagna, dove ha vinto il premio Bruguera, è stato tradotto in molte lingue, ma in Italia è uscito nel 2007, passando inosservato, come quasi tutti i libri che raccontano il vero volto di Cuba e che sono invisi al regime. Molto spesso mi faccio una domanda alla quale non so dare risposta: l’apparato castrista dirige la nostra politica culturale? Resta il fatto che Wendy Guerra è una grande scrittrice di cui ci priviamo, a vantaggio di inutili e ripetitivi titoli commerciali. La Guerra ha pubblicato anche Nunca fui Primera Dama (Bruguera - Barcellona, 2008), mentre da poco è uscito Posar desnuda en La Habana (Alfaguara, 2012), entrambi inediti nel nostro paese. Ha dato alle stampe tre raccolte di poesie: Platea oscura (L’Avana, 1987), Cabeza rapada (L’Avana, 1996) e Ropa interior (Bruguera - Barcellona, 2008). Scrive un blog interessante intitolato Habaname per il periodico spagnolo El Mundo: http://www.elmundo.es/blogs/elmundo/habaname/.

Posar desnuda en La Habana (inedito in Italia)


Leggiamo un breve estratto da Tutti se ne vanno.


I giorni dell’attesa - 1989 (pagina 197)

Ogni mattina mia madre mi chiama per dirmi quale governo dell’Europa dell’Est è caduto. Si gode tutto ciò come se fosse un grande show. Osvaldo chiama poco da Parigi. Quando lo fa mi chiede di prepararmi al viaggio. Io mi occupo di suddividere i messaggi per le mogli degli altri pittori che se ne stanno andando via poco a poco. Non voglio compromettere nessuno su questo Diario. E neppure raccontare alla lettera i miei piani. C’è bisogno di molto silenzio e di molta discrezione per uscire da Cuba in questo momento. Noi artisti siamo presi di mira. Ci sono più poliziotti che critici in mezzo a noi. Non esco quasi di casa, non vado a trovare nessuno perché la maggior parte dei miei amici se n’è andata. Lucia e sua madre sono a Madrid. Se ne sono andate senza dirlo. Di tutti quelli che avevano iniziato la scuola, saremo in pochi a diplomarci. Jesús continua a vendere i quadri di Osvaldo e a procurare borse di studio per allungare il soggiorno dei pittori che se ne sono andati con lui. Ha ottenuto l’appoggio della fondazione Mitterand. Il suo progetto va avanti. Il libro di Cleo sta per uscire in Francia. Mi resta solo da dire addio. La mia rubrica telefonica è piena di segni rossi. Non posso più fare quei numeri. Non mi risponderebbe nessuno. La città è abitata quasi solo da sconosciuti. Tutti se ne vanno. Mi lasciano sola. Il telefono non suona più. Io aspetto il mio turno in silenzio.



Gordiano Lupi