mercoledì 5 ottobre 2011

Un progetto unitario per la dissidenza cubana


Un gruppo di dissidenti cubani ha presentato martedì 4 ottobre un progetto unitario per spingere la popolazione a unirsi in una lotta pacifica contro il regime. "Vogliamo far capire che abbiamo un progetto comune di cambiamento. Faremo nuovi incontri per decidere quale tattica usare per convincere il popolo a lottare pacificamente contro il governo", ha detto l'ex prigioniero politico José Daniel Ferrer García.

La Dichiarazione di Unità è stata firmata, tra gli altri, da Ferrer, Oscar Elías Biscet, Guido Sigler e Librado Linares, prigionieri politici liberati nel 2011 dopo aver scontato sette anni di prigione, e da Guillermo Fariñas, Premio Sacharov 2010. I dissidenti richiamano l'opposizione a unirsi attorno a determinati punti chiave: lotta pacifica, rispetto dei diritti umani, cambiamento in senso democratico, un nuovo sistema legale e l'unità di tutti i cubani, ovunque residenti. La proposta economica è chiara: "abbandonare il modello sovietico di pianificazione centralizzata per un'economia moderna, sviluppata ed efficiente".

Oscar Elías Biscet ha detto che "tutti i progetti di cambiamento sono validi, ma adesso è il momento di unirsi attorno a un documento comune". Fariñas ha aggiunto che il documento "è aperto a modifiche, cerca di essere unitario ma non impositivo". Si richiede l'apporto di altri dissidenti per avere maggior forza. Hanno partecipato alla conferenza Rene Gómez Manzano, Angel Polanco e sua moglie, Librado Linares e Dania Virgen García. L'attivista per i diritti umani Elizardo Sánchez Santa Cruz e il dissidente Héctor Palacios volevano partecipare, ma non hanno potuto assistere per motivi improcrastinabili. Sono stati invitati a firmare il documento tutti i leader dell'opposizione, ma molti non hanno partecipato per colpa del rigido controllo di polizia cui sono sottoposti. Purtroppo erano assenti noti dissidenti come Oswaldo Payá, Martha Beatriz Roque e Vladimiro Roca.

L'unità dell'opposizione a Cuba è un problema importante e di difficile soluzione, perchè ogni gruppo pretende di essere il più adatto per unire tutti gli altri. Litigiosità storica di un popolo, purtroppo.

Gordiano Lupi

Il Tirreno parla del mio libro su Fidel Castro


Francesca Lenzi su IL TIRRENO del 5 ottobre 2011

martedì 4 ottobre 2011

L’Avana censura le news inviate sul cellulare

Il regime cerca di criminalizzare l’invio di messaggi telefonici tramite telefono cellulare


Niente è più umano e legittimo che dare e ricevere informazioni. Ma non per il governo cubano che teme più di ogni cosa il fatto che il popolo abbia libero accesso alle notizie. A Cuba la libertà d’informazione è vista come un crimine e per questo motivo il regime spende milioni di dollari per cercare di interferire con le notizie che non provengono dal suo apparato di propaganda.

Il governo cubano non conosce l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione. Nessuno sarà perseguitato per motivi di opinione. Una persona è libera di ricevere informazioni, così come può diffonderle, senza limiti di frontiere, tramite ogni mezzo di espressione”.

Il governo cubano cerca di difendersi dall’invasione delle notizie. Non ha preso bene l’accordo stipulato tra Radio Tv Martí - media informativo del dissenso - e una compagnia del Mariland, per costruire un sistema informativo capace di inviare decine di migliaia di messaggi ogni mese a utenti di telefonia cellulare cubani, che esprima la volontà di ricevere notizie.

Radio-TV Martí esiste per volontà sovrana del popolo statunitense. Una legge di iniziativa parlamentare, promulgata il 4 ottobre 1983, sta alla base della sua creazione, quando era presidente Ronald Regan. Non è Radio-TV Martí a compiere un reato cercando di informare il popolo cubano. È il governo cubano che viola la legge quando priva la sua cittadinanza di un’informazione vera, libera e pluralista.


Gordiano Lupi

Due vignette cubane


Jardim (El Nuevo Herald, domenica 2 ottobre) - In attesa di segnali.


Omar Santana (El Nuevo Herald di oggi) - "Raul aveva capito tutto. O rettifichiamo o sprofondiamo".

lunedì 3 ottobre 2011

Oswaldo Payá: A Cuba non è cambiato niente

Intervista esclusiva con Oswaldo Payá
Il contenuto è la trascrizione del video originale spagnolo che si può leggere a questo link: http://www.oswaldopaya.org/es/2011/09/30/video-oswaldo-paya-yo-diria-libertad/ 



Le riforme? Soltanto fumo negli occhi!

La dissidenza cubana è vera, fatta di uomini dignitosi e perseguitati

Se c’è una parola che rappresenta il cambiamento, questa è libertà


Abbiamo incontrato Oswaldo Payá, promotore del Progetto Varela e del Progetto Heredia, che adesso si è fatto portavoce di un documento unitario della dissidenza: El Camino del Pueblo. L’occasione è stata propizia per rivolgere alcune domande.

Come vede la situazione cubana dopo le riforme di Raúl Castro?

Il popolo cubano è sempre più povero, la maggioranza dei lavoratori riceve un salario sufficiente a mangiare per non più di tre giorni. Un cittadino cubano non può uscire ed entrare dal paese e non può esprimersi liberamente per strada. A Cuba esiste un regime comunista, ci sono i CDR che sorvegliano, c’è la Sicurezza di Stato che reprime, il solo sindacato ammesso nei centri di lavoro è quello comunista, il solo partito - tanto per cambiare - è quello comunista. A Cuba si controllano e si minacciano le persone, esistono discriminazioni per accedere ai posti di comando, dovute a motivi ideologici e politici. Il popolo cubano non può eleggere liberamente i governanti tramite vere elezioni dove si possa scegliere tra diversi candidati i rappresentanti al Parlamento.

Ma i cambiamenti economici non hanno prodotto miglioramenti?

A Cuba non c’è democrazia. I cambiamenti economici sono solo fumo negli occhi. Il cubano medio è autorizzato a vendere crocchette, pizze, patatine, fritture e poco altro. I ristoranti di lusso e le paladares eleganti sono gestite da una classe sociale nata dai privilegi di un’oligarchia al potere. Il popolo continua a non avere prospettive. Non è cambiato niente. Il popolo vive inconsapevole di cosa potrà accadere nel futuro e le preoccupazioni crescono perché non è possibile avere un progetto di vita.

La situazione dei prigionieri politici è migliorata? Molti sono stati liberati grazie alla mediazione della Chiesa cattolica…

A Cuba ci sono ancora prigionieri politici, anche se non se ne parla più, persone come Yosvany Melchor, condannato a Santiago de Cuba il 30 novembre 2010, per aver collaborato con noi. Si mantiene la cultura della paura, non esistono diritti civili e politici.

Adesso si potranno comprare e vendere automobili. Secondo lei è una vera conquista sociale?

Come si può parlare di cambiamento? Ci permettono di compare automobili: ma chi vende e chi compra? Soltanto un’oligarchia al potere, non la maggioranza del popolo. Stanno costruendo uno scenario virtuale e lo spacciano per un cambiamento reale. Mi indigno quando parlano della possibilità di comprare e vendere auto, perché è una gigantesca frode. Ai tempi di Pinochet e di Batista si potevano vendere e comprare auto, ma era consentito persino in Sudafrica durante l’apartheid. Non per questo la situazione era positiva.


Il suo Movimento Cristiano di Liberazione che cosa propone?

Noi cubani abbiamo diritto ai diritti. Per questo il nostro movimento, insieme ad altri dissidenti, ha lanciato il progetto El Camino del Pueblo, per dire che i veri cambiamenti sono i diritti che garantiscono la libertà di espressione, la possibilità di viaggiare, di aprire imprese, di poter accedere ai mezzi di comunicazione e diffusione, di avere libere elezioni, insomma tutti quei diritti per ottenere i quali in ogni parte del mondo le giovani generazioni stanno lottando. Perché a Cuba non ci dovrebbero essere libere elezioni? Il nostro popolo è nato per essere governato 52 anni da Fidel Castro e adesso per altri 50 da Raúl Castro, dalla nuova oligarchia e dai loro eredi? Sono proprio loro la fonte delle disuguaglianze, della povertà, della separazione di molte famiglie, della paura in cui vive il popolo cubano. Il popolo ha diritto di vivere dignitosamente e di portare avanti un suo progetto.

Cosa risponde a chi sostiene che la dissidenza cubana non esiste, che gli oppositori sono costruiti dall’esterno e rispondono a governi stranieri?

Cuba è una nazione sottomessa a una dittatura da 52 anni e il governo cerca di far tacere le voci libere. Come si fa a sostenere che non esiste la dissidenza? Siamo i soli a chiedere con forza libertà ed elezioni. La nuova oligarchia si sta spartendo Cuba come una torta, mentre noi diciamo che non ci fidiamo di Raúl Castro ma vogliamo dare il voto al popolo, umiliato e offeso, oltraggiato da una dittatura.

Altri dicono che non siete uniti, che la dissidenza è divisa, che non ha un progetto comune…

L’opposizione ha un suo documento, basta leggere il Progetto Varela nel mio sito www.oswaldopaya.org, ma anche El Camino del Pueblo. Abbiamo molte proposte, chiediamo cambiamenti nella legge elettorale e nelle regole associative, proponiamo un dialogo nazionale con spirito di riconciliazione e nuove leggi. Il problema è che ci reprimono e ci perseguitano. Non abbiamo uno spazio dove esporre i nostri progetti e le nostre proposte, la televisione non ci concede programmi e persino la stampa straniera parla poco di noi. Non è vero che la dissidenza sia divisa e che non abbia un programma. Questa è la versione del governo che non desidera avere a che fare con la dissidenza, ma cerca l’appoggio degli stati europei, nordamericani e latinoamericani per sostenere le presunte riforme di Raúl Castro. Siamo fastidiosi e scomodi, perché non abbiamo paura di affrontare le cose in maniera radicale e di dire che Cuba non è uno Stato di diritto, non rispetta la dignità dei cittadini, è ancora un paese di ricchi e di poveri, nel quale i poveri non hanno neppure il diritto di dire che sono poveri .


Cosa potrebbe fare la comunità internazionale per favorire un reale cambiamento a Cuba?

La dissidenza cubana non è aiutata dalla comunità internazionale, anzi si tende a far credere che non esista, si cerca di squalificarla, di far passare i dissidenti per mercenari al soldo di potenze straniere. Tutto questo non accadeva con il Cile di Pinochet, perché i dissidenti cileni venivano sostenuti. Non comprendo come mai con noi il comportamento sia diverso. Il nostro progetto unitario si chiama El Camino del Pueblo, firmato da blogger importanti e dissidenti prestigiosi. Non è vero che non abbiamo un progetto di cambiamento. Ognuno di noi esprime uno stile differente e originale, ma abbiamo una base unitaria. I dissidenti cubani sono persone coraggiose e dignitose, perseguitate e stigmatizzate dal regime, che soffrono insieme alle loro famiglie per affermare un’idea di libertà. La comunità internazionale dovrebbe chiedersi perché vengono percossi e per quale motivo una donna vestita di bianco che sfila per strada con un gladiolo in mano deve essere considerata una provocazione. Solo in un regime fascista o comunista come quello cubano possono accadere cose simili. La cosa assurda è che quando si parla di Cuba spesso viene criticata la vittima e non il persecutore. La stampa straniera, certi intellettuali, ecclesiastici, diplomatici e politici si rendono complici del regime se cadono nel trabocchetto di capovolgere il senso morale e si schierano contro il popolo cubano, contro la dissidenza e a favore della dittatura.

A suo parere cosa serve davvero a Cuba per cambiare?

I cubani non sono stupidi, si rendono conto che attorno a loro si mantiene la cortina di fumo della menzogna, ma la cosa peggiore è che la stampa straniera e molti intellettuali sostengono questa falsa visione del comunismo che sta cambiando le cose attraverso un patto con i cittadini. Non è vero! Cuba ha bisogno di libertà, diritti civili, libertà di espressione del pensiero, libertà di associazione e libere elezioni. E nessuno ne parla. Chiediamo un referendum popolare. Vogliamo che il popolo esprima la sua opinione. Il regime non ci concede neppure 15 minuti in televisione, perché ha paura della verità. Mi rivolgo alla stampa e agli intellettuali. Non sostenete le menzogne del regime cubano, perché il vostro appoggio non ci aiuta ma ci porta a sprofondare sempre di più!

Cuba può diventare una nuova Libia?

C’è chi paragona Cuba a Libia ed Egitto e si chiede perché i cubani non scendano in strada per manifestare. Non chiamerei mai i cubani a scendere in piazza, perché sono convinto che non lo farebbero se qualcuno li chiamasse, ma sono altrettanto convinto che se un giorno decidessero di uscire per strada nessuno li potrebbe riportare a casa, né con la paura, né con il terrore. Noi reclamiamo diritti e non vogliamo interventi esterni. Non vogliamo che Cuba si strasformi in una nuova Libia, né che nessuno permetta che si massacrino i cubani per dopo venire a bombardare e a mettersi d’accordo con uno dei generali che sta guidando la repressione.

Che cos’è El Camino del Pueblo?

El Camino del Pueblo è un progetto pacifico, trasparente, che va al nocciolo della questione: diamo ai cubani diritti e voce, cominciamo un dialogo nazionale, indiciamo libere elezioni. Non permettiamo che la frode e la menzogna vengano propagate oltre, mentre un’oligarchia di nuovi ricchi si afferma a danno del popolo. Intorno a noi vediamo accordi scellerati tra nuovi ricchi cubani e ricchi di tutto il mondo, ex comunisti, neocomunisti, capitalisti selvaggi e comunisti selvaggi.

A suo parere la situazione cubana non accenna a migliorare. Vede tutto nero e con poche vie d’uscita. Cosa potrà accadere?

Il popolo cubano è sempre più emarginato, sta subendo quel che accadde nel 1898, e non può sopportare oltre una situazione insostenibile. Sono un cubano, non sono un turista. Non vivo in una vetrina, mangio in una mensa operaia, ho rapporti con medici, infermieri, pazienti, con i miei compagni di lavoro, che rispetto e con i quali sono orgoglioso di lavorare, anche se vengo controllato giorno e notte dalla Sicurezza di Stato. Nonostante tutto vivo all’Avana, faccio le code che fanno tutti, cammino per strada, parlo con amici e conoscenti. So che i cubani vorrebbero una nuova vita, libertà e diritti. E invece possono solo pensare a come andarsene da Cuba, non importa come, né in quale direzione, come missionario, collaboratore, invitato, rifugiato, turista. Perché accade questo? Per i cubani l’esilio è sempre stato un castigo. Fino a oggi abbiamo sofferto un regime totalitario e adesso subiamo una truffa ancora più grande: ci vogliono imporre un cambiamento virtuale senza concedere diritti. Non lo permetteremo. Continueremo a reclamare i nostri diritti, anche se diranno che la dissidenza e l’opposizione non esistono, noi insisteremo con le nostre richieste.

Che cos’è la Sicurezza di Stato e quali compiti si prefigge?

La Sicurezza di Stato è una macchina del terrore. In primo luogo contro i cittadini. I cubani odiano questa polizia politica, la chiamano la Gestapo, un’espressione popolare che non ho certo inventato io. La Sicurezza di Stato è una fabbrica di menzogne. Spesso costruisce agenti e li infiltra nelle file dell’opposizione, nel giornalismo indipendente, perché dicano bugie, sabotino il lavoro civico, diano false informazioni, per poi far cadere la colpa sulla dissidenza. E in definitiva questo lavoro non lo sanno fare neppure bene. Non è difficile scoprire i loro uomini. Il regime cerca di screditare la dissidenza inventando figure, raggruppamenti e situazioni che non esistono nel movimento oppositore.

Quali difficoltà incontra il suo movimento per far conoscere le proposte innovative e libertarie ai cittadini cubani?

Moltissime. Perché non ci fanno parlare del Progetto Varela e del Progetto Heredia in televisione? Perché non discutiamo sul progetto de El Camino del Pueblo? Perché non ci fanno spiegare ai cittadini e al mondo ciò che sentiamo e vogliamo? Conosco il motivo. Perché se molte persone leggessero il Progetto Varela e la Legge di Riconciliazione Nazionale e Contro la Discriminazione, troverebbero il coraggio di firmare.

Cuba resta una dittatura e un regime chiuso. Non vede proprio spiragli di cambiamento?

Il regime si limita a dire: “Deve essere così” e non permette al popolo di ragionare con la propria testa. Noi rispondiamo con fermezza, ma senza odio di nessuna classe, con profonda pace: “Non andate contro la storia, lasciate che la nuova generazione viva la propria vita e abbia un progetto. Guardiamo avanti e costruiamo la nuova società, conservando le cose positive, ma come uomini liberi”. Le persone non sono loro proprietà. Non devono divorare la vita di una nuova generazione dopo aver segnato 52 anni della nostra storia. Adesso è ora di dire basta. Non vogliamo che Cuba sia una nuova Libia. Non vogliamo un intervento esterno nella nostra patria. Ma non vogliamo neppure continuare a vivere così. Vogliamo una nuova vita. E se c’è una parola che rappresenta il cambiamento di cui ha bisogno Cuba, ascoltatemi bene, questa è libertà.

Gordiano Lupi





domenica 2 ottobre 2011

La scelta difficile dei corrispondenti stranieri

di Yoani Sánchez

Tratto da Voces n.10 – Ottobre 2011

Garrincha su El Nuevo Herald

Il barman strizza l’occhio al report prima di dirgli sottovoce: “non scrivere che ti ho raccontato queste cose”. E il giornalista, credendosi scaltro, si limita a citare che l’informazione gli è stata riferita da un laureato in economia che serve daiquiri in un hotel di Varadero. Settimane dopo, quel corrispondente di un’agenzia straniera accreditata in Cuba, viene a sapere che il suo informatore è stato licenziato perché sospettato di collaborare con il “nemico”. I colleghi di lavoro che continuano a somministrare cocktail in quel bar hanno imparato la lezione una volta per tutte: esprimere un’opinione equivale a tradirsi. La prossima volta che un curioso si presenterà a fare domande gli risponderanno che va tutto bene e che “la Rivoluzione procede inarrestabile”.

Per le autorità cubane ogni giornalista straniero, specialmente se proviene da un paese capitalista sviluppato, è un potenziale avversario. È stato sempre così, ma dopo gli eventi nordafricani il clima di sospetto si è inasprito. Un complicato meccanismo di autorizzazioni e rimproveri lega mani e piedi ai giornalisti autorizzati a inviare informazioni da Cuba. Il temuto Centro di Stampa Internazionale (CPI) è l’organismo incaricato di sorvegliare il lavoro dei corrispondenti stranieri e di porre limiti alla loro libertà di critica. Sono in gioco non solo il visto di permanenza nel territorio nazionale, ma anche dettagli apparentemente frivoli come la possibilità di importare un’auto nuova o di acquistare un impianto di aria condizionata per la loro casa.

Il CPI è volubile, si infastidisce di ogni cosa, e con questo atteggiamento tiene sotto controllo tutti i suoi subordinati. Può rimproverare i corrispondenti nel caso in cui divergano dalla posizione ufficiale, ma anche se manifestano troppa vicinanza alle idee governative. Alcuni anni fa il corrispondente di un’importante agenzia internazionale venne diffidato per aver scritto in un articolo la frase “Cuba, l’isola comunista”. Infastidito, un funzionario con atteggiamenti tipici della polizia politica, redarguì il giovane giornalista per aver scelto “un aggettivo così dispregiativo” per descrivere il sistema politico della nazione caraibica. Il corrispondente dopo quel rimprovero non sapeva più come comportarsi. Per lunghi mesi si limitò a scrivere articoli innocui per meritarsi di essere ricevuto ancora negli uffici del CPI.

La scelta dei corrispondenti stranieri - chiamati popolarmente corresponsabili stranieri - è tra difendere lo spazio conquistato, accettando compromessi informativi, o raccontare la realtà senza mezzi termini ed esporsi al rischio di essere espulsi.

I grandi mezzi informativi internazionali vogliono trovarsi qui quando arriverà il tanto atteso “giorno zero”. Da anni stanno cercando di mantenere le loro posizioni per realizzare quel reportage che tutti immaginano zeppo di foto, testimonianze di gente emozionata e bandiere colorate che sventolato da ogni lato. Ma il giorno tanto atteso tarda ad arrivare.

Nel frattempo, le stesse agenzie che riportano i successi di piazza Tahir e i combattimenti in Libia, per quel che riguarda Cuba minimizzano la portata di determinati fenomeni o semplicemente tacciono per conservare il permesso di residenza nel paese. Il bavaglio si fa più drammatico tra quei giornalisti stranieri che hanno la famiglia residente sull’Isola, perché se si vedessero revocare l’accredito, dovrebbero decidere tra separarsi dai loro cari e portarli via. Gli abili funzionari del CPI conoscono molto bene i tenui fili del ricatto emotivo e sanno come tirarli.

In alcuni casi questi meccanismi di controllo e di imposizione non funzionano e allora è lo stesso governo a incaricarsi di redarguire la stampa straniera per aver osato riferire certe notizie. Il caso più recente è stato quello di Mauricio Vincent, corrispondente del quotidiano spagnolo El País, che si è visto sospendere l’autorizzazione per lavorare a Cuba. Le autorità sostengono che dopo 20 anni di lavoro come giornalista accreditato, Vincent era diventato poco obiettivo e trasmetteva un’immagine distorta della nostra realtà.

La caduta in disgrazia di questo importante reporter è un segnale inviato anche al resto dei suoi colleghi. Per un sistema politico che ha utilizzato la censura e il monopolio sulla parola come un meccanismo di sottomissione, in certi frangenti il controllo dell’informazione diventa più strategico.

Dopo la cosiddetta Primavera Araba le autorità sono coscienti del ruolo importante che gioca il flusso informativo nel preparare l’opinione pubblica internazionale di fronte alla caduta di un regime. Gli analisti ufficiali fanno notare che i reportage critici sulla situazione cubana, potrebbero provocare una condanna da parte delle Nazioni Unite e persino un’invasione armata straniera. Alcuni mesi fa un editoriale del quotidiano Granma asseriva che “si stanno fabbricando pretesti” per fare in modo che le bombe cadano sull’Avana, così come è successo a Tripoli. Di fronte allo schema “informazione uguale tradimento” è molto difficile conservare la professionalità giornalistica e riportare la situazione così come si presenta davanti ai nostri occhi.

Per rendere più complesso lo scenario, le tecnologie hanno fornito ai cittadini nuove strade per pubblicare e recepire notizie. La proliferazione delle antenne paraboliche illegali, l’aumento del numero dei blog e l’uso crescente della rete sociale Twitter, ha ridotto il tempo tra l’accadimento di un evento e la sua conoscenza da parte della comunità internazionale e degli stessi cubani residenti sull’Isola.

Alcuni mesi fa, la corrispondente di un’importante agenzia straniera rimproverava a un utilizzatore alternativo di Twitter di trasmettere troppi messaggi in 140 caratteri con il telefono mobile verso Internet. “Avevo detto al mio capo che a Cuba non funzionava Twitter, invece lo state usando e adesso mi ritrovo con un maggior carico di lavoro per colpa di questo dannato mezzo di comunicazione…”.

Un altro tema che mette in crisi questi diplomatici dell’informazione è l’uso libero che fanno i cittadini delle loro fonti giornalistiche. Non nascondendo l’origine della notizia e pubblicando molte volte sul web persino il numero di telefono del contatto di chi si è trovato presente ai fatti, si rompe quel segreto che rendeva determinate dichiarazioni un argomento riservato a pochi iniziati. La fonte resta aperta - senza risparmio - per tutti coloro che desiderano interagire con la notizia e riferirla. Il monopolio sul “contatto” è ormai caduto.

Senza dubbio, per decenni abbiamo avuto l’impressione che un determinato fatto non fosse successo se non erano presenti i giornalisti accreditati per riferirlo. Quando un gruppo di opposizione o un movimento civico organizzava un incontro o una protesta, in alcuni casi questi reporter si facevano vedere ma capitava pure che non ritenessero interessante l’evento, condannandolo al silenzio.

L’esistenza del giornalismo indipendente ha cercato di fare luce proprio su questa parte di realtà che non veniva riferita né dalla stampa ufficiale né dai corrispondenti stranieri, ma la sua infrastruttura materiale era troppo precaria. Per fortuna la tecnologia è diventata più democratica e adesso l’elemento più importante quando si presenta una notizia non è più la qualità della macchina da presa o la potenza di un microfono, ma la vicinanza - fisica ed emotiva - del soggetto con la storia da narrare.

Sono cominciate a emergere curiose contraddizioni. Se ci guardiamo alle spalle negli ultimi mesi, la maggior parte degli episodi di corruzione e le immagini relative alla violazione dei diritti umani sono venuti alla luce grazie alla testimonianza di questi vivaci cronisti del quotidiano. Per merito del piccolo obiettivo di un telefono cellulare e di un registratore tascabile si possono conoscere storie che altrimenti non sarebbero mai state raccontate. Le dita agili di ogni individuo possono riferire più rapidamente rispetto alla complessa struttura - caratterizzata dalla censura - che circonda gli informatori di altre latitudini che vivono a Cuba.

Per questo motivo adesso è sempre più frequente che certi periodici e agenzie straniere chiedano ai loro inviati di indagare su un tema che è stato pubblicato in un blog, in un sito web o in un determinato spazio Twitter. Fagocitare l’informazione già trasmessa da individui privi di credenziali, è stata la pratica costante dei reportage realizzati da queste grandi firme giornalistiche.

Gli oppositori sono più attivi che mai, non passa una settimana senza che accadano incidenti perché piccoli gruppi di non conformi organizzano una protesta pacifica. Questi eventi, e gli atti repressivi che li accompagnano, vengono resi pubblici perché ogni giorno cresce il numero dei giornalisti indipendenti che li riferiscono e perché gli stessi protagonisti hanno cominciato a imparare a raccontare loro stessi usando i trucchi più creativi che si possano immaginare.

La nuova valanga informativa prodotta da mani cittadine, ha spinto anche i corrispondenti stranieri ad affrontare certe tematiche che prima evitavano con cura. Adesso sono davvero sotto pressione e devono scegliere senza mezzi termini tra difendere il loro posto a Cuba in attesa di quel grande reportage sul cambiamento e raccontare ciò che accade, correndo il rischio di essere espulsi dal paese. I giornalisti stranieri si trovano davanti a un bivio: avere il coraggio di raccontare la realtà o vedere come gli “avventizi” dell’informazione riescono a narrare al mondo ciò che accade usando soltanto un telefono cellulare.

Traduzione di Gordiano Lupi

La vignetta di Garrincha (El Nuevo Herald) si presta a illustrare bene l'argomento:
-Il corrispondete straniero è ispirato...
- Cuba, che bella è Cuba.

Forte repressione contro le Damas de Blanco

di Oswaldo Payá Sardiñas

Oswaldo Payá Sardiñas, promotore del Progetto Varela


Sfilano sole o in piccoli gruppi, partendo dalle loro case o da una chiesa, di solito verso un’altra chiesa o un luogo aperto e pubblico. Sfilano e si fermano in silenzio, con un fiore in mano o con le mani vuote, vestite di bianco, di nero o con altri colori. Certe volte le loro marce terminano senza incidenti. In alcuni casi esibiscono cartelli, sempre in silenzio, per comunicare messaggi di libertà. Sono controllate e seguite dalla Sicurezza di Stato, la polizia le segue da vicino. Il popolo le vede, la gente commenta, molti si stupiscono, alcuni mostrano una certa simpatia. Tutti sanno che serve molto coraggio per fare questo, perché i cubani sanno che rompere la spirale di paura è la sfida più grande nei confrnti di un potere che si sostiene con il terrore, diffuso per oltre mezzo secolo.


Sfilano all’Avana, Santiago de Cuba, Palma Soriano, Banes, in altri paesi e città. Ma in certi casi gruppi di professionisti di stile fascista - comunista non le lasciano neppure uscire di casa.


La propaganda governativa presenta queste dimostrazioni come provocazioni. Siamo seri. È forse una provocazione se uno schiavo dice al suo padrone: “Voglio essere libero”? Si può parlare di provocazione se una persona si comporta da uomo libero? La risposta è retorica. Certi comportamenti provocano ira, sconcerto e persino brutali rappresaglie da parte dello schiavista. Chi afferma che le marce di queste donne sono una provocazione si mette sullo stesso piano degli schiavisti. Le Damas de Blanco esercitano soltanto un loro diritto, considerato universale da tutti gli esseri umani. Queste donne si comportano coraggiosamente e mandano un segnale pacifico al popolo. Il Governo, invece, reprime brutalmente le loro marce e trasforma l’esercizio di un diritto in uno scandalo pubblico.


Sara Martha Fonseca è una di queste donne che con le loro azioni serene, civiche e pacifiche, costringono molte persone a pensare. Sara è detenuta e - secondo informazioni non confermate - sta facendo uno sciopero della fame per protestare contro questo arresto ingiustificato. Corre il pericolo di essere condannata, solo per aver osato esprimersi liberamente partecipando a una marcia pacifica.


Al tempo stesso, Rosa María Rodríguez Gil, attivista del Movimento Cristiano di Liberazione, è stata punita dalla Sicurezza di Stato con la reclusione del figlio, solo per aver rifiutato di parlare durante un interrogatorio. Yosvany Melchor Rodríguez non è un dissidente, ma è in carcere dal 22 marzo del 2010, per rappresaglia nei confronti della madre, e il 30 novembre di quest’anno è stato condannato a scontare dodici anni di prigione. Anche se di Yosvany sono in pochi a parlare sulla stampa e nei blog, a quanto ci risulta nessuno è stato condannato per motivi politici a una pena così alta dopo l’incarceramento dei 75 dissidenti durante la Primavera Nera. Chiediamo solidarietà nei confronti di questa donna, che vede punito il suo coraggio con la detenzione ingiustificata del figlio.


Traduzione e adattamento di Gordiano Lupi