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giovedì 20 giugno 2013

Riposi in pace mio padre patriota

di Orlando Luís Pardo Lazo
Mio padre non vide mai di persona gli Stati Uniti. Ma parlava di quel paese con idolatria. Sospetto che papà fosse un annessionista naturale.
Il suo patriottismo non credeva nella buona volontà della patria e aspirava a risparmiare un po’ di orrore storico al popolo cubano. Papà era dalla parte della legge, ma - e dovette constatarlo prima sulla sua stessa pelle e adesso anche in quella carne della sua carne che un poco sono io - intuiva che nel nostro Paese la legge è una laccio che i cubani mettono intorno al collo di altri cubani.
Ai tempi della Repubblica o sotto la Rivoluzione (papà nacque l’8 aprile del 1919, un anno che amo proprio come il mio: 1971), quell’uomo mite dagli occhi verdi e genitori provenienti dai Paesi Baschi e dalle Asturie, prese informazioni commerciali sugli Stati Uniti. Riviste degli anni Cinquanta, libri economici rubati dalla Biblioteca Nazionale, lettere e libroni di contabilità, oltre a un sacco di cose della sua famiglia partita molto presto per l’esilio. Mio padre perse anche un altro figlio, nel 1962: Manolito Pardo Jr., che ci ha scritto da Miami fino al giorno in cui mio padre morì, il 13 agosto del 2000, divorato da un cancro non diagnosticato ma senza la minima smorfia di dolore.  
Dovevate sentire come mio padre lo diceva, all’ora di colazione, dopo un caffè con latte  consumato nella casa di legno di Lawton, prima di fumare la prima sigaretta dell’universo: “Gli Stati Uniti…” 
Si chiamava Dionisio Manuel. Ed era mio papà. 
Oggi gli Stati Uniti per me sono un deserto.  
E non solo per me.  
Se al risveglio non sai a chi dare un abbraccio profumato di nicotina, se non sai con chi discutere per le sue sciocchezze da democratico radicale, se la malattia gli portò via la pancia e dopo il cuore di suo figlio scrittore (che fece finta di niente quando gli chiese sul letto di non tacere sino a quando non fosse morto di vecchiaia l’ultimo dei criminali della Cuba di Castro), se non ha senso per la prima volta al mondo una povera cartolina provinciale scritta con poche parole per papà, significa che ci mancano nell’anima tutti i padri dell’universo.
Mi spiace per coloro che domani potranno consolarsi.  
Io non posso. Molti non possono.  
Io non voglio, tra l’altro.  
La memoria della morte è il nostro miglior talismano.   

Traduzione di Gordiano Lupi

giovedì 21 marzo 2013

Majestic


di Luis Orlando Pardo Lazo
15 marzo 2013


Oggi New York si è un poco aperta davanti alla mia inquietudine.

Il mio cuore si perde d’animo quando arriva il crepuscolo. La città diventa effimera. Cuba emerge con l’oscurità. Tendo le mie mani e respiro a voce alta, ma è come se non potessi più amare il mio amore.

Compro tessere telefoniche per chiamare il mondo (in realtà, me le comprano). Entro ed esco da uno spettacolo meraviglioso a Broadway (in realtà, mi invitano e io spreco stupidamente una simile opportunità). La gente fuori si scatta foto tra mille apparenze e colori vivaci (io continuo a tenermi alla larga, non mi faccio adescare da molteplici sguardi e maliziosi occhiolini). Cerco di prendere un taxi ma tutti sono pieni. Tossisco ripetutamente e il raffreddore mi fa colare il naso. I grattacieli sono giocattoli. Perdonatemi, sono proprio davanti a me, anche se non ci posso credere (troppo Hollywood confonde il senso del reale). Alle mie spalle morte e repressione: banali, vili, inverosimili. Come Cuba in quest’ora del mondo in cui sono scappato (solo per essere cacciato come un coniglio).

Nel campus della Columbia University, alcuni nordamericani gridano slogan castristi contro Yoani Sánchez. A parer mio è tutto uno show. Non devono averla neanche letta (neppure io la leggo adesso: a partire da questo momento soltanto l’azione cambierà lo stato criminale della nostra società, che sta distruggendo le sue migliori famiglie a colpi d’orrore). Ma persino un atto di ripudio a New York è affascinante, non è facile paragonare questa piccola protesta pop con la bestialità che nelle strade cubane organizza il Ministero degli Interni: per quel che so, contrattano salariati e operai (giovi la ridondanza) in cambio di una merendina e un succo di frutta (in Brasile è stato proprio il nostro eccellentissimo ambasciatore a reclutare i facinorosi in cambio di borse di studio gratuite sull’Isola della Libertà).

Parlo con gli esiliati. Negli ultimi anni mi hanno seguito su Internet, cosa che mi sembra sconcertante. Conosco il volto grafico della blogosfera libera cubana, il magnanimo Rolando Pulido, anima eccezionale. Mastichiamo qualcosa (sono molti giorni che mangio pochissimo e non dormo: credo che solo così resusciterò), il mio corpo ha bisogno d’essere sfiorato da uno sguardo d’amore. Gli esiliati sanno che molto presto non saranno più esiliati, dovremo fondare un paese nuovo senza odio e senza passato, dove il partito comunista sarà obbligato a subire almeno 50 anni di limitazioni elettorali (senza vendette, che non porterebbero neppure un briciolo di liberazione, ma portando a galla tutta la verità sui danni provocati a Cuba dalla permanenza al potere di una o due persone).


A volte i post - esiliati si divertono con le mie sparate in 140 caratteri e, anche se i loro spiriti sono molto più brillanti rispetto agli abitanti dell’Isola, non possono sapere che i miei tweets più comici provengono da un’asfissiante disperazione. Lo dico per la prima volta davanti all’arrogante fiume Hudson: solo all’Avana potrei amare il mio amore, proprio perché solo L’Avana sarebbe la morte del mio amore.

Il freddo penetra nelle mani, che finiscono la giornata arrossate e dolenti. Vorrei morire di tubercolosi nel secolo XIX, anagramma del XXI. Vorrei leggere nel New York Times che la Rivoluzione Cubana è stata una sorta di illusione collettiva, che tutti i cubani hanno vissuto sempre immersi nella luce e nella libertà (ogni frontiera è fascismo), che nel letamaio restano solo i Castro e un account cadavere come cenotafio dittatoriale (chi eredita i Followers di un account quando il titolare del sito muore mentendo senza scrupoli con il fantasma del suo recupero). Vorrei potermi muovere solo in metropolitana oppure, per favore, insegnami tu durante questa settimana. Vorrei essere un homeless, uno dei tanti che ho visto a mezzanotte. Un giorno voglio scendere dal carro con tutta la sua carovana di sicurezza per darvi un biglietto in dollari cambiato con i miei pesos convertibili all’Avana. Un giorno, e non si tratta di una squallida metafora, Orlando Luis Pardo Lazo sarà un altro homeless in questa città e tu non riuscirai neppure a rendertene conto. Dammi solo il tempo di completare il mio ciclo cosmico di distruzione.

Sono finito come scrittore.

Mi spiace. Sono molto felice.


Traduzione di Gordiano Lupi

giovedì 14 marzo 2013

Yoani Sánchez negli USA

Comincia il tour statunitense che porterà la blogger a New York, Washington e Miami



New York, 14 marzo 2013 - Yoani Sánchez arriva oggi a New York per partecipare a diversi incontri accademici e conferenze. Si tratta della prima visita della blogger cubana negli Stati Uniti, quinta tappa di un calendario intenso, un vero e proprio tour che toccherà molti paesi di America Latina ed Europa. Yoani parlerà questa sera alla Scuola di Giornalismo della Columbia University, evento moderato da Mirta Ojito. Subito dopo, parteciperà anche a un seminario di tre giorni organizzato dall’Università di New York, Asociación para el Estudio de la Economía Cubana (ASCE) e Centro de Estudios Latinoamericanos y Caribeños. L’evento servirà ad analizzare lo sviluppo delle reti sociali e di altri strumenti alternativi di comunicazione che stanno prendendo campo a Cuba per controbattere le restrizioni governative all’uso di Internet. Yoani Sánchez parlerà insieme a Orlando Luis Pardo Lazo, blogger e scrittore cubano. Pardo è una voce critica indipendente che tre anni fa ha fondato la rivista digitale clandestina Voces.


“La visita di Yoani è un evento. Lei è il simbolo vivente del movimento dissidente”, ha commentato Pardo. “La sua visita è importante come quella che fece a suo tempo Oswaldo Payá Sardiñas”.
L’ultimo incontro di Yoani a New York avrà luogo lunedì prossimo presso la Escuela de Leyes Benajamin N. Cardozo della Universidad Yeshiva. Tra martedì e mercoledì, Sánchez sarà a Washington, dove incontrerà rappresentanti federali e attivisti per i diritti umani.
Il primo aprile, nella Torre della Libertà di Miami, Yoani riceverà la Medalla Presidencial assegnata dal Miami Dade College per il suo lavoro a favore dei diritti umani.


Gordiano Lupi