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mercoledì 2 aprile 2014

Yoani a Miami: "Il mio periodico digitale è quasi pronto!"

 
La bloger cubana Yoani Sánchez ha partecipato alla conferenza sulla diffusione di Internet in America Latina, Hispanicize 2014, inaugurata oggi a Miami. La notizia più importante è che il suo periodico digitale è quasi pronto, può contare su 11 giornalisti, addestrati a cercare notizie e a diffonderle con ogni mezzo digitale. "Il giornale conterrà notizie, reportages, inchieste, interviste e commenti", ha detto Sánchez durante la conferenza che si è tenuta presso l'Intercontinental Hotel di Miami. Il nome della pubblicazione è ancora segreto, ma la blogger conta di lanciare il nuovo media telematico a fine aprile, nella peggiore delle ipotesi nei primi giorni di maggio. 
 
 
"Non sono giornalista di mestiere, ma questa attività è diventata la mia professione. Non solo: è la mia passione. Credo nella forza dell'informazione per favorire il cambiamento. Sogno di lavorare nella redazione di un giornale", ha aggiunto Sánchez durante un pranzo mentre riceveva il premio “Latinovator”.
 

Il periodico sarà distribuito tramite telefoni cellulari e a mezzo posta elettronica, perché i cubani possiedono più cellulari che computer (74 ogni 1.000 abitanti). Altri mezzi di diffusione saranno: memory card, chiavette USB, DVD e CD. 
 
 
"I funzionari del governo cercheranno di rendere la vita dura al mio periodico digitale, forse tenteranno di bloccarne la distribuzione, diffameranno i giornalisti, cercheranno di tendere tranelli, di far trapelare false informazioni, per screditare il nostro lavoro, potrebbero persino arrestare qualche giornalista...", ha detto Yoani Sánchez . Il governo cubano non concede licenze per giornalisti indipendenti e allora la blogger ne ha chiesta una come dattilografa, che è il mestiere più vicino... Yoani ha concluso dicendo di non credere all'apertura governativa verso gli investitori stranieri, perché a suo giudizio il governo cubano non rispetta per cultura il capitale privato. "Autonomia economica è autonomia politica. Cuba ha bisogno di un cambiamento radicale", ha concluso. 
 
 
 
Gordiano Lupi
 

lunedì 10 marzo 2014

Oliver Stone, il Venezuela e i cubani di Miami



by Garincha

Oliver Stone:- Gli oppositori venezuelani sono come i cubani astiosi di Miami!
 
Cubano:- Quanto è astioso  questo Oliver Stone!
 
Nota: Sono un po' stanco di chi divide la realtà tra buoni e cattivi, di chi ha sempre la risposta giusta per ogni occasione, di chi sa per noi e meglio di noi che cosa sia giusto. Ricordo un pessimo film di Oliver Stone (Comandante), di sicuro non astioso, ma inginocchiato, che dipingeva la realtà cubana a tinte rosa. Mi chiedo come faccia Oliver Stone a essere così convinto che tutti gli oppositori venezuelani che lottano per strada siano in malafede, così come mi domando come faccia a essere così certo che tutti i cubani di Miami siano soltanto "astiosi". Certo, come sempre accade quando c'è di mezzo Cuba (e il Venezuela del dopo Chavez) esistono forti dubbi di ingerenze straniere e l'interesse dei servizi segreti nordamericani, anche perché il Venezuela è un paese ricco di petrolio e di materie prime. Certo, non farebbe piacere al mondo occidentale una nuova dittatura di stampo cubano. Non uso la parola comunista perché è squalificata, come disse Giorgio Gaber un po' di tempo fa. Cuba da tempo immemore non ha niente di comunista, così come il regime che sta costruendo Chavez è solo populismo retto da caudillo. E allora? Come sempre ci troviamo di fronte a un bivio. Una dittatura che sta nascendo e una ribellione che non è dato sapere quanto sincera e spontanea, perché esiste il dubbio dell'aiuto esterno. Non sono un esperto di politica estera e mi guardo bene da trinciare giudizi, ma vorrei solo un po' di equilibrio nel valutare la questione venezuelana come quella ucraina, senza usare due pesi e due misure. Per quel che riguarda la dissidenza cubana, so bene che da anni gioca al massacro e fa il possibile per essere giudicata non credibile, dando una mano al regime dei fratelli Castro che con simili ridicoli avversari non ha grandi difficoltà nel perpetuarsi al potere. Se fossimo in un romanzo di fantascienza, propenderei per la tesi secondo la quale la dissidenza cubana è foraggiata dal governo cubano - non dalla CIA! - perché con il suo agire scriteriato risulta la migliore alleata di un potere inossidabile. (Gordiano Lupi)

mercoledì 17 aprile 2013

Le minacce a Yoani


di Jorge Ramos Avalos
da El Nuevo Herald


Le minacce della dittatura dei fratelli Castro contro la blogger cubana Yoani Sánchez sono state dirette. Me l’ha raccontato lei stessa durante un’intervista a Miami: “Sono stata arrestata, malmenata ma non mi sono mai preoccupata. Ma l'ultima volta che mi hanno arrestata un ufficiale della sicurezza mi ha detto: Tuo figlio va in bicicletta? Che faccia attenzione. Queste parole mi hanno fatto molto male”.

Yoani sa di essere vulnerabile a causa del figlio Teo, 18 anni, in età per fare il servizio militare obbligatorio. “Sì, lui è il mio punto debole”, riconosce. Sa bene che può subire gravi rappresaglie per le cose che dice. Ma continua a parlare. Perché? “Chiaro che temo le rappresaglie. ma che devo fare? Penso che il modo migliore per proteggermi sia proprio continuare a parlare”. Nonostante queste minacce così dirette, appena finito il suo giro del mondo in 80 giorni, rientrerà a Cuba. “Andare in esilio? Non ne ho nessuna intenzione”, mi ha detto. La sua vita è Cuba.


Il suo tour è straordinario, tipico di una persona che non ha mai viaggiato e che, alla prima opportunità, vorrebbe mangiarsi il mondo. Il permesso di uscita le è stato negato per anni, ma finalmente Yoani ce l’ha fatta. Da perseguitata politica all'interno dell'Isola, fuori da Cuba - nonostante il regime dell'Avana - è diventata una specie di celebrità. Sono stato testimone di un fatto incredibile. Quando Yoani ha visitato Miami, l'attore - regista cubanoamericano, stella di Hollywood, Andy García voleva conoscerla. “È una donna molto coraggiosa”, mi ha detto Andy. Lui è andato a prenderla prima di una presentazione e l’ha invitata a pranzo. Ma i ruoli si sono invertiti: la stella era Yoani. Andy, con molta semplicità, si limitava ad ascoltarla.


Questo accade con Yoani. No puoi fare a meno di ascoltarla. Lei ti racconta com'è la Cuba di oggi, non quello che si sono inventati all'estero. Ovunque si presenta, non importa quale paese, riempie gli auditori. Quasi mezzo milione di persone la seguono su Twitter (@YoaniSanchez) e la dittatura cubana non ha armi adeguate per combattere una persona così coraggiosa, forte e trasparente.

“Cuba è l'isola dei non connessi”, mi ha detto durante una breve pausa. “Cuba mi sembra così assurda da lontano; vivo in un castello medioevale, perché non c'è libertà, perché il governo stesso si comporta come un signore feudale; è tutto molto triste e quando siamo all'estero si sente ancora di più.”


“Ogni giorno che passa sempre più persone si rendono conto che viviamo in una dittatura”. Ma puoi dire che Cuba è una dittatura senza avere problemi?, le chiedo. “Dico la prima sillaba e già mi metto nei guai. Ma mi alzo ogni giorno pensando che devo comportarmi come una cittadina libera”.

Yoani si descrive come una “cronista della realtà”. Nient’altro. Ma è molto di più. Lei si è trasformata nel simbolo del cambiamento a Cuba. Altri hanno tentato ma non ci sono riusciti. Molti sono morti cercando di farcela. Yoani, invece, continua a colpire con una logica infallibile una dittatura in pieno secolo XXI che non ha elezioni libere e pluraliste, che limita ferocemente la libertà di espressione, che incarcera e assassina dissidenti, e che si muove in senso contrario alla maggior parte dei paesi del mondo.


Yoani dice sempre: “I miei capelli sono liberi e io pure”. Si tocca la nera chioma che le scende lungo i fianchi. E aggiunge una cosa che può sembrare strana per una persona che non ha smesso di parlare da quando è uscita da Cuba: “Sono una persona molto timida”. Insiste che la sua missione è "spiegare Cuba a chi non c'è mai stato".La blogger ci introduce nella sua vita quotidiana: “Sono iperattiva. Da quando mi alzo faccio un sacco di cose. Amo la mia vita familiare”. Il regime la controlla, spesso la fa arrestare. Il suo cellulare, un iPhone che le ha regalato la sorella (“un telefono monco perché privo di connessione internet”) è regolarmente bloccato e messo sotto controllo. Ormai è abituata al fatto che la dittatura castrista racconti la balla che è un’agente della CIA, al punto che risponde con un sorriso: “Questa operazione si chiama uccidere il messaggero. Non controbattere le sue opinioni, ma annullarlo moralmente. No, non lavoro per la CIA. Non potrei mai lavorare per una realtà straniera, inoltre non ho mai militato in un partito politico”. Yoani si guadagna la vita con le cose che sa fare, come la maggior parte dei cubani. “Sono esperta di computer, lavoro con loro e li riparo. Inoltre scrivo su diversi periodici fuori dal mio paese”. Il suo primo viaggio all'estero è stato finanziato da diverse organizzazioni non governative e da sua sorella che vive negli Stati Uniti.


A Cuba sta cambiando qualcosa?, chiedo. “Stanno accadendo cose importanti, ma soprattutto mi rendo conto che i cubani sono stufi”. Può esserci castrismo senza i fratelli Castro? “Il carisma di questi leader non si trasferisce. A Cuba il seggio presidenziale è stato ereditato per diritto di sangue (Da Fidel a Raúl)… È triste che una nazione per riprendere vita debba riporre le sue speranze nella morte di una persona, ma ci hanno portato a questo”.

Yoani ama citare una frase di Gandhi: “I tuoi nemici prima ti ignorano, dopo ridono di te, infine ti attaccano”. Yoani sta vivendo la terza fase. Le minacce personali e nei confronti della famiglia, fanno parte della sua professione di giornalista. Ma sa di essere diventata il simbolo della speranza di libertà e di un cambiamento democratico a Cuba.

Cuba può cambiare? “Io da sola posso fare poco, ma siamo in molti". Qui trovate l'intervista televisiva con Yoani: http://jorgeramos.com/es/

Traduzione di Gordiano Lupi

mercoledì 10 aprile 2013

Karen Caballero intervista Yoani Sánchez


Karen Caballero ha intervistato Yoani Sánchez per conto di Radio Tv Martí. Il video in spagnolo si può vedere al sito: http://www.martinoticias.com/. Riassumo con uno sforzo di sintesi domande e risposte. L’intervista a Yoani è intervallata da rapide apparizioni di Antonio G. Rodiles - direttore di Estado de Sats - che illustra il programma politico Por otra Cuba (porotracuba.org) e dalla lettura di alcuni articoli fondamentali tratti dalla Dichiarazione dei Diritti Umani.

La separazione familiare è il destino di tutti cubani. Tu come l’hai vissuta?

La separazione familiare fa parte del dolore di ogni famiglia cubana. Un dolore difficile da sopportare ma è la nostra vita. Ho riabbracciato mia sorella dopo due anni di separazione ed è stato un abbraccio doloroso. Cuba è vicina a Miami, un braccio di mare di pochi chilometri, ma è lontana per colpa di una folle ideologia e della repressione governativa. Poche miglia marine si trasformano in un abisso.


Miami è proprio come viene raccontato a Cuba?

No davvero. La propaganda governativa racconta una Miami dove vivono persone che odiano Cuba. Il discorso retorico parla di gusanos, di mafia, di nemici. In realtà la maggior parte delle famiglie cubane vive grazie ai parenti emigrati a Miami, sono i nostri esiliati a sostenere l’esistenza quotidiana di chi è rimasto in patria. Da un punto di vista architettonico, Miami è stupenda. Una grande città, pulita e moderna, con una vita culturale intensa, simile all’Avana, nonostante la differenza tra splendore e decadenza.


Cosa manca a Cuba per realizzare un vero cambiamento?

Il popolo cubano deve svegliarsi e lottare, perdere la paura, gettare la maschera e chiedere di essere ascoltato. Il vero nemico è l’apatia. Il governo fonda la sua forza sulla maggioranza silenziosa, che tace e va avanti, senza occuparsi di politica. Lo so bene perché anch’io sono stata apatica, ma dall’apatia ci si può svegliare, grazie all’informazione. Diffondere notizie a Cuba serve anche per sognare la libertà.


Spiegaci cos’è successo nella tua vita nel 2002, quando sei andata in Svizzera. Si parla di un matrimonio con un cittadino tedesco…

Se c’è una cosa che ho imparato da Fidel Castro è a non parlare della mia vita privata. Ci sono cose della mia vita che sono soltanto la mia vita, non devono appartenere ad altri. Alcuni studenti di tedesco, ai quali impartivo illegalmente lezioni di spagnolo, mi aiutarono a comprare il biglietto per andare in Svizzera, dove ho fatto un’esperienza meravigliosa. Ho lavorato in una libreria latinoamericana dove ho imparato a conoscere gli scrittori che a Cuba mi impedivano di leggere. La Svizzera mi ha dato molte opportunità, mi ha insegnato a programmare le mie attività con precisione, mi ha insegnato a lavorare con metodo. Ma io volevo tornare a Cuba. Provavo troppa nostalgia del mio paese e della mia famiglia. Per questo ho preso la folle decisione di tornare e di gettare la maschera, cominciando il mio esorcismo personale nel blog Generación Y.

È vero che sei favorevole alla eliminazione dell’embargo?

Certo, ma a condizione che tale provvedimento venga concordato con tutte le parti in causa, non è una cosa che riguarda solo il governo cubano e quello nordamericano, devono essere coinvolti anche il popolo residente sull’isola e l’esilio. L’embargo è solo un baluardo ideologico che va rimosso. Serve solo come motivazione per compattare il popolo contro un presunto nemico. Non è servito allo scopo.

Cosa pensi di Eliecer Avila e Rosa Maria Payá?

Tutto il bene possibile. Sono due grandi risorse per il futuro. Cuba non è completamente rossa o verde oliva, come pensano molti stranieri che sono stati a Cuba solo per una breve visita. Non è una nazione monocolore. Le sfaccettature sono molteplici. Eliecer Avila è un giovane che si è formato all’interno del Partito Comunista, eppure si è reso conto che la libertà è importante, che non è possibile crescere come paese se non si procede a un cambiamento radicale. Quando mi accorgo che a Cuba ci sono giovani come lui e come Rosa Maria Payá, ho molta speranza nel futuro. Il popolo cubano è stanco del discorso monocorde. Servono persone giovani e responsabili. A Cuba va depenalizzata la discrepanza, questa è la cosa più importante da fare. Io non possiedo le soluzioni a ogni problema, ma so che senza libertà di espressione e di associazione, senza la libertà economica, non potremo ottenere niente. Prima la libertà. Il resto verrà di conseguenza.


Nel 2007 hai cominciato a scrivere il blog Generación Y per parlare della realtà cubana. Tutti hanno cominciato a conoscerti nel mondo, ma non a Cuba.

Sono più conosciuta fuori dalla mia terra che a Cuba, ma non importa. A Cuba il governo detiene il monopolio informativo. Tu pensa che non conoscevo i Buena Vista Social Club: è stato uno straniero a parlarmene per la prima volta. In ogni caso mi rendo conto che la conoscenza dei cubani sulle mie attività sta aumentando, perché ci sono persone che mi fermano per strada, mi pongono domande e mi incoraggiano. A me piace lavorare in equipe e scambiare idee con gli altri. Il giornalismo è la mia carriera. Voglio continuare a comportarmi come una persona libera. Spero solo che Papà Stato non mi punisca per quel che ho fatto e che non decida di non lasciarmi più uscire da Cuba.

Per tuo figlio speri in un futuro migliore? Non temi che voglia espatriare come fanno molti giovani cubani?

Il problema di ogni madre cubana è che un figlio possa emigrare. Siamo nati e cresciuti in un simile situazione, purtroppo. Non credo che il sistema che stiamo vivendo durerà ancora per molto tempo, ma so che ci aspettano momenti difficili. In compenso sono sicura che avremo una Cuba pluralista che non penalizzerà più la discrepanza e la prosperità. Sono sicura soltanto di una cosa: tornerò a Cuba per lavorare a un cambiamento che porti l’isola verso la democrazia.


Gordiano Lupi

domenica 31 marzo 2013

Yoani e la libertà


di Carlos Alberto Montaner
da Diario De Cuba - 31 Mar 2013

Se la dittatura cubana avesse permesso a Yoani Sánchez di esercitare il suo diritto di entrare e uscire dal paese sin dal primo invito ricevuto per recarsi all’estero, adesso non sarebbe così celebre e importante.


Yoani Sánchez è arrivata a Miami. Si tratta della tappa più difficile del suo lungo tour. Ovunque, come i toreri più famosi, ha riscosso un grande successo. Trionferà anche in Florida, ma dovrà faticare un po’ di più.

Ho l’impressione che Yoani sia ben vista e rispettata dalla maggioranza dei cubani - io sono tra i suoi ammiratori -, ma non mancano i detrattori, per diversi motivi, alcuni davvero irrazionali.

Yoani ha concesso dozzine di conferenze, centinaia di interviste, e ha affrontato con successo le turbe dei simpatizzanti della dittatura castrista inviate dall’ambasciata cubana in ogni luogo dove è stata invitata a parlare. In oltre mezzo secolo di tirannia nessuno meglio di lei è riuscito a smontare i miti del regime e a mostrare il miserabile modo di vivere dei cubani.

Paradossi della vita: in qualche modo le rozze contestazioni contro Yoani da parte di questi aggressivi gorilla, spiacevoli quando provocano incidenti, sono servite a mantenere l’interesse dei mezzi di comunicazione e a provocare il sostegno di importanti settori politici e sociali.

Questi energumeni, abituati al terrore cubano, dove non c’è traccia di libertà, non comprendono che cercare di far tacere Yoani, insultando e calunniando una giornalista indipendente, una ragazza fragile che può contare soltanto sulle sue parole e sul suo coraggio, nei paesi liberi è un comportamento controproducente.

Le armi di Yoani sono state la sincerità, una logica schiacciante, l’innata capacità comunicativa e la sua stessa attraente personalità. Sono proprio le stesse caratteristiche che, lentamente, hanno catturato, in primo luogo, la curiosità dei grandi media e delle istituzioni - Time, El País, The Miami Herald, Foreign Policy, Columbia University -, e, subito dopo, l’ammirazione di milioni di lettori in tutto il mondo che trovavano nelle sue cronache un’equilibrata descrizione del povero manicomio cubano.

Il regime dei Castro, convinto (o almeno deciso a convincere la maggioranza delle persone) che dietro ogni critica c’è la mano degli Stati Uniti, del capitalismo o di oscuri interessi economici, si è impegnato, senza alcun successo, a cercare di dimostrare che Yoani è una marionetta della CIA, del Gruppo Prisa o di un altro produttore di giochi di prestigio.

Niente di tutto questo. Como spesso accade, il talento di Yoani, il destino imprevedibile e l’attacco alla dittatura, l’hanno messa nell’occhio del ciclone dei grandi centri di diffusione dell’informazione. Il successo di Yoani è dipeso anche dall’attenzione che le ha riservato lo stesso presidente Obama, quando la giornalista era già molto famosa, rispondendo a un questionario destinato al suo blog.

Potrebbe essere accaduto ad altri importanti blogger che scrivono all’interno di Cuba - Claudia Cadelo, Iván García, Luis Cino, tra i migliori scrittori -, ma è stata Yoani a catalizzare l’interesse dell’opinione pubblica internazionale, cosa che ha provocato persecuzione e maltrattamenti da parte del regime.

È incredibile come la dittatura non apprenda la lezione: coloro che hanno danneggiato maggiormente l’immagine del Governo sono state le vittime dei suoi abusi. Nel corso di questa infinita tirannia, Huber Matos, Armando Valladares, Eloy Gutiérrez Menoyo, Gustavo Arcos, Ricardo Bofill, María Elena Cruz Varela, Reinaldo Arenas, Laura Pollán, Raúl Rivero, Oswaldo Payá, e adesso sua figlia Rosa María, tra i tanti altri cubani coraggiosi, hanno trovato ascolto ed eco per le loro denunce come conseguenza delle persecuzioni subite.

Se la dittatura cubana avesse permesso a Yoani Sánchez di esercitare il suo diritto di entrare e uscire dal paese sin dal primo invito ricevuto per recarsi all’estero, adesso non sarebbe così celebre e importante.

Perchè non l’ha fatto? Per arroganza e per stupidità. Per aver creduto di poter annientare senza conseguenze le persone. Fortunatamente, non è sempre così facile. La sua è la voce potente dei deboli. “Un principio giusto dal fondo di una grotta può fare molto di più che un esercito”, diceva Martí. Benvenuta Yoani, alla libertà!


Traduzione di Gordiano Lupi


Carlos Alberto Montaner è uno dei più importanti scrittori e giornalisti latinoamericani. In Italia ha pubblicato La moglie del colonnello (Anordest Edizioni, 2012).

venerdì 29 marzo 2013

Yoani a Miami

Yoani sul Malecon di Miami

Miami, venerdì 28 marzo 2013 - Yoani Sánchez è arrivata a Miami nella serata di giovedì. Scrive su Twitter: “Eccomi a Miami. Voglio stare un paio di giorni con la mia famiglia prima di dare inizio al programma pubblico”. Poco dopo aggiunge: “Dopo anni di separazione finalmente ho potuto riabbracciare mia sorella. Ho rivisto la mia bella nipote, mia sorella, mio cognato! Che bella famiglia possiedo!”.

Yoani con i parroci de la Ermita

Il primo aprile, a Miami, Yoani riceverà la Medalla Presidencial, assegnata dal Miami Dade College (MDC) come riconoscimento per la sua attività in difesa dei diritti umani, inoltre la blogger terrà una conferenza davanti a studenti e leader comunitari. Il suo intervento sarà trasmesso in diretta Internet. La riunione avrà luogo nella emblematica Torre de la Libertad del MDC, simbolo dell’inizio dell’esilio cubano negli Stati Uniti, dopo l’ascesa al potere di Fidel Castro nel 1959. Mezzo milione di cubani in fuga sono entrati negli Stati Uniti negli anni Sessanta - Settanta proprio da quel sito simbolico. La Medalla Presidencial è stata assegnata in passato a persone come Lech Walesa, Michail Gorbachov, Bill Clinton, Muhammad Yunus, Madeleine Albright, José María Aznar e Alvaro Uribe.

Yoani tra arcivescovo e parroco

Miami è importante come tappa del viaggio di Yoani, perché qui risiede la più grande comunità cubana della diaspora. Per prima cosa Yoani si è recata alla Ermita de la Caridad, per le celebrazioni del Giovedì Santo, e ha concesso la sua prima intervista a MartiNoticias: “Miami è la città cui sono più legata sentimentalmente, tra tutte quelle che ho visto e che vedrò, durante il mio giro del mondo in 80 giorni. Il sud della Florida è diventato una parte molto importante di Cuba, oltre a essere la componente più denigrata dalla propaganda ufficiale. Miami rappresenta l’incontro con la mia famiglia ed è qui che voglio studiare il modo migliore per ricostruire la frammentata nazionalità cubana. Sono andata alla Ermita de la Caridad perché è un luogo obbligato dove togliersi la polvere del cammino. Miami è come essere a Cuba, ma con libertà e democrazia. Stiamo vivendo un momento importante, perché la tecnologia ha aiutato a distruggere i falsi miti sul regime cubano. Dobbiamo ringraziare figure importanti come Berta Soler e Rosa María Payá, adesso in Spagna, se molte menzogne sono state smascherate”.

Yoani a L'Aia, mostra quanto è lontana Cuba

Yoani ha scritto su Twitter: “Mi sento emozionata davanti alla statua di padre Felix Varela, un padre della patria”. Felix Varela era un parroco indipendentista che lottò insieme alla gioventù cubana a metà del secolo XIX, si lanciò nella battaglia con le armi in mano, e la sua storia si trova scritta negli affreschi e nelle vetrate della Ermita de la Caridad. Yoani è stata ricevuta nella Ermita de la Caridad dall’arcivescovo Thomas Wenski e dal parroco Juan Rumín Domíguez.


Gordiano Lupi

giovedì 14 marzo 2013

Yoani Sánchez negli USA

Comincia il tour statunitense che porterà la blogger a New York, Washington e Miami



New York, 14 marzo 2013 - Yoani Sánchez arriva oggi a New York per partecipare a diversi incontri accademici e conferenze. Si tratta della prima visita della blogger cubana negli Stati Uniti, quinta tappa di un calendario intenso, un vero e proprio tour che toccherà molti paesi di America Latina ed Europa. Yoani parlerà questa sera alla Scuola di Giornalismo della Columbia University, evento moderato da Mirta Ojito. Subito dopo, parteciperà anche a un seminario di tre giorni organizzato dall’Università di New York, Asociación para el Estudio de la Economía Cubana (ASCE) e Centro de Estudios Latinoamericanos y Caribeños. L’evento servirà ad analizzare lo sviluppo delle reti sociali e di altri strumenti alternativi di comunicazione che stanno prendendo campo a Cuba per controbattere le restrizioni governative all’uso di Internet. Yoani Sánchez parlerà insieme a Orlando Luis Pardo Lazo, blogger e scrittore cubano. Pardo è una voce critica indipendente che tre anni fa ha fondato la rivista digitale clandestina Voces.


“La visita di Yoani è un evento. Lei è il simbolo vivente del movimento dissidente”, ha commentato Pardo. “La sua visita è importante come quella che fece a suo tempo Oswaldo Payá Sardiñas”.
L’ultimo incontro di Yoani a New York avrà luogo lunedì prossimo presso la Escuela de Leyes Benajamin N. Cardozo della Universidad Yeshiva. Tra martedì e mercoledì, Sánchez sarà a Washington, dove incontrerà rappresentanti federali e attivisti per i diritti umani.
Il primo aprile, nella Torre della Libertà di Miami, Yoani riceverà la Medalla Presidencial assegnata dal Miami Dade College per il suo lavoro a favore dei diritti umani.


Gordiano Lupi

martedì 26 febbraio 2013

Frammenti del Mariel


di Carlos Victoria - da Sinalefa n. 25


Il Mariel fu uno sparo. Un colpo che risuonò lungo un’isola passiva, legata, impregnata del sudore degli slogan. Un fragore che riuscì a svegliare persino me, uno scrittore che non era ancora scrittore, o che non è mai stato scrittore, pure se avevo scritto sempre fin dall’adolescenza (anche prima), e che in quel momento, aprile del 1980, a volte mi ubriacavo o mi ero appena svegliato dalla sbornia della notte precedente. Vivevo così da molti anni, operaio forestale nella parte visibile, e in quella occulta, tenace scribacchino di pagine di racconti, poesie e romanzi destinati a non vedere la luce. Io vivevo, adesso lo ricordo, come se la vita non contasse niente. Mi avevano detto così tante volte che non valevo niente, che negando ciò che chiamavano patria, socialismo, rivoluzione (o uno qualunque di quei tanti nomi) io negavo la mia stessa condizione umana, la mia dignità, il mio talento creativo, che alla lunga cominciai a credere che niente valesse la pena, né quei nomi, né la mia isola, neppure io. Bevevo e scrivevo. Scrivevo e bevevo. Soltanto i parenti, alcuni familiari, le persone care, mi facevano capire che non ero un fantasma, a volte con amore, altre con odio, perché un uomo in perpetuo stato di letargo può diventare odioso. Fu in quel preciso istante che risuonò lo sparo. Vedere Cuba sconvolta da quella febbre, dove si scatenarono gli istinti più bassi (maltrattare e colpire un compatriota perché decide di abbandonare la sua terra), vedere per la prima volta la reale possibilità di una fuga, di una vita che somigliava solo vagamente a ciò che intendevo per vita, mi risvegliò un istinto che credevo morto. L’istinto del cambiamento. Forse il più rischioso e il più prezioso di tutti gli istinti. Ci sono persone, molte persone, che non lo intravedono mai. Poveri loro. Oggi ricordo solo pochi dettagli di quei pazzi giorni. Ci sono cose che si dimenticano, anche per istinto. E sono passati venticinque anni.

Ricordo come in una nebbiolina gli atti di ripudio, tra botte, sputi (mia madre ne ricevette uno sulla guancia), uova e pietre scagliate con furore. Ricordo situazioni tragicomiche di donnaioli che si facevano passare per finocchi, di madri di famiglia che si fingevano lesbiche o puttane, di persone onorate che presentavano alla polizia documenti falsi che indicavano insoliti comportamenti delinquenziali, precedenti abietti, misfatti. Pure questo è Cuba. La violenza mischiata alla farsa. Ricordo soprattutto centinaia di imbarcazioni, enormi moltitudini di persone che affollavano le prue. Ricordo detenuti veri, bulli in carne e ossa, esibire i loro tatuaggi al sole, malfattori stupefatti, che la notte prima avevano dormito in carcere, rassegnati a dover scontare lunghe condanne, che adesso improvvisamente si lanciavano in mare. Ricordo, certo, la costa dell’isola, un istante di dolore e sollievo tipico di quando si dice addio a una passione che ha finito per consumarti anche le ossa. Così si allontanano gli amanti logori, divorati dalla disillusione. Chi non ha mai sofferto per un amore divenuto tortura e da cui è necessario scappare, vivo o morto, non sa di che cosa parlo. Ricordo che la costa era solo una linea. Poca vegetazione. Le onde finirono per cancellarla. Dopo cominciò un’altra vita. La parte migliore si descrive nei libri, nella fiction. Dice Cavafis (ma forse l’ho sognato, o ha detto qualcosa di diverso) che chi manda in rovina la sua vita in un luogo, finisce per mandarla in rovina anche in un altro. Mi sono sforzato di credere che non è vero. Grazie al Mariel abbandonarono Cuba decine di artisti e scrittori. Alcuni morirono. Altri cambiarono percorso e finirono per non tornare più a creare, soffocati da desideri lussuriosi, droga, dissipazione, malattie mentali, pigrizia e febbre politica, che contamina tutto quel che tocca. Molti di noi abbiamo resistito, ignorati dalla tenace sinistra e dalla tenace destra. Non arriviamo mai in tempo: sempre troppo presto o troppo tardi. Ma almeno raggiungiamo uno spazio dove possiamo essere noi stessi.

Traduzione di Gordiano Lupi


Carlos Victoria (Camagüey, 1950 – Miami, 2007). Scrittore cubano, collaboratore de El Nuevo Herald, autore di sette libri di narrativa. Raccolte di racconti: Las sombras en la playa, El resbaloso y otros cuentos, El salón del ciego, Cuentos 1992 - 2004. Romanzi: Puente en la oscuridad, La travesia secreta, La ruta del mago. Nel 1993 ha ricevuto il Premio Letras de Oro. Ha vissuto a Miami dal 1980 - anno dell’esodo del Mariel di cui parla in queste pagine - fino alla morte, sopravvenuta all’età di 57 anni a causa di un’improvvisa malattia.

martedì 13 novembre 2012

El otro paredon a Miami


EL OTRO PAREDON
DISTRUZIONE DELLA REPUTAZIONE A CUBA

Il libro El otro paredón. Asesinatos de la reputación en Cuba (L’altro muro. Distruzione della reputazione a Cuba) sarà presentato ufficialmente sabato 17 novembre alle 10 del mattino, presso la Fiera Internazionale del Libro a Miami. Edificio 8. Salone 8502.

Che importanza ha la deliberata distruzione dell’onore di una persona, gruppo sociale o istituzione? Quali implicazioni possono avere certe azioni quando rispondono a iniziative di un governo con sufficienti risorse per esercitare un vero e proprio terrorismo di Stato? El otro paredón esamina questo tema alla luce dell’esperienza cubana durante gli ultimi cinquant’anni.

Perché affrontare proprio adesso il problema della distruzione della reputazione fomentata dal governo cubano? Perché parlare di Cuba e non di quel che accade in altre parti del mondo?

Perché non sempre i processi di trasformazione sociale si verificano in maniera rapida e completa. L’esperienza ci dice che le società chiuse a volte giungono a trasformare con rapidità aspetti simbolici che si trovano in superficie, ma l’antico regime resiste nelle strutture più profonde, come le mentalità, i pregiudizi e i concetti, che hanno germogliato nel subcosciente, persino in quello dei suoi oppositori


DISTRUZIONE DELLA REPUTAZIONE

La distruzione della reputazione (character assassination) è un processo deliberato e sostenuto, diretto a demolire la credibilità e la reputazione di una persona, istituzione, gruppo sociale o nazione.

I promotori della distruzione della reputazione per raggiungere i loro scopi impiegano una combinazione di metodi aperti e scoperti come la formulazione di accuse false, la diffusione di voci e la manipolazione di informazioni.

IL LIBRO EL OTRO PAREDÓN

La distruzione della reputazione descritta in questo libro non è equivalente a ciò che può sviluppare un partito politico d’opposizione contro il governo o un gruppo di consumatori insoddisfatti contro un ristorante. Non stiamo parlando di diffamazioni personali o critiche istituzionali. Ci riferiamo a una forma organizzata di terrorismo statale orientato verso la deliberata e completa distruzione della credibilità di una persona, gruppo o istituzione

A Cuba il disegno di queste distruzioni della reputazione prende la forma di anelli concentrici di disinformazione, che si costruiscono artificialmente per moltiplicare un messaggio prefabbricato e diffonderlo su Internet, come se fosse una palla di neve virtuale.

 

Gli AUTORI

Rafael Rojas, noto intellettuale e storico delle idee cubane più rilevanti della sua generazione, centra la sua analisi sul fatto che il regime cubano si è sempre impegnato a fondo per costruire una storiografia ufficiale che contribuisca a legittimarlo.

Uva de Aragón, importante scrittrice dell’esilio storico cubano, impegnata in una politica di riconciliazione, analizza il modo in cui la classe politica precedente alla rivoluzione sia stata demonizzata e l’arbitrarietà dei giudizi che hanno infangato la reputazione di uomini come suo padre, il Dr. Carlos Márquez Sterling, presidente dell’Assemblea Costituente nel 1940.

Juan Antonio Blanco, storico, incentra il suo lavoro sull’impresario Amadeo Barletta e mostra come il governo cubano sia riuscito a demolire la sua reputazione, in primo luogo per confiscare arbitrariamente i suoi beni, quindi per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale quando, nel 1989, le strutture militari cubane sono state coinvolte in uno scandalo per operazioni di narcotraffico.

Altri due autori, Ana Julia Faya e Carlos Alberto Montaner, espongono come anche partendo da prospettive opposte (marxista e liberale), entrambi siano stati vittime di questa sorta di terrorismo di Stato che è la demolizione della reputazione.

Gordiano Lupi, scrittore italiano e giornalista specializzato in Cuba, espone le campagne di demolizione della reputazione della blogger cubana Yoani Sánchez in Italia. Il suo contributo stigmatizza il comportamento di certa stampa di una cosiddetta sinistra che appoggia un regime che sui autodefinisce socialista e dissemina menzogne sui giornalisti indipendenti cubani.

Gli storici devono fare uso di una metodologia rigorosa e imparziale per determinare il comportamento di ogni persona. I fatti vanno contestualizzati per poter capire bene le rispettive posizioni. La riconciliazione tra cubani reclama un rispetto della storia e dei comportamenti dei singoli protagonisti.

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Marlene Moleon - marlene.moleon@gmail.com

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IN SPAGNOLO

EL OTRO PAREDON

ASESINATOS DE LA REPUTACIÓN EN CUBA

El libro “El otro paredón. Asesinatos de la reputación en Cuba” será presentado oficialmente el sábado 17 de noviembre a las 10:00 am en la Feria Internacional del Libro en Miami. Edificio 8. Salón 8502

¿Qué trascendencia tiene el asesinato deliberado del honor de una persona, grupo social o institución? ¿Qué implicaciones pueden llegar a tener esas acciones cuando responden a iniciativas de un gobierno con suficientes recursos para ejercer ese tipo de terrorismo de estado? El otro paredón examina este tema a la luz de la experiencia cubana durante las últimas cinco décadas.

¿Por qué incursionar ahora en el tópico de los asesinatos estatales de reputación fomentados por el gobierno cubano? ¿Por qué hablar de Cuba y no sobre lo que sucede en relación con este tema en otra parte?

Porque no siempre los procesos de transformación social ocurren de manera rápida y completa. La experiencia nos dice que las sociedades cerradas a veces llegan a transformar con rapidez aspectos simbólicos que están en la superficie, pero el antiguo régimen subsiste en estructuras más profundas, como las mentalidades, prejuicios y conceptos, que quedaron sembradas en el subconsciente, incluso en el de sus opositores.

ASESINATO DE LA REPUTACIÓN

El asesinato de reputación (character assassination) es un proceso deliberado y sostenido, dirigido a destruir la credibilidad y reputación de una persona, institución, grupo social o nación.

Los promotores del asesinato de reputaciones para lograr sus fines emplean una combinación de métodos abiertos y encubiertos como son la formulación de acusaciones falsas, fomento de rumores y la manipulación de informaciones.

SOBRE EL LIBRO EL OTRO PAREDÓN

El asesinato de reputaciones descrito en este libro no es equivalente al que pueda desarrollar un partido político de oposición contra el gobierno o un grupo de consumidores insatisfechos contra un restaurante. No estamos hablando de difamaciones personales o críticas institucionales. Nos referimos a una forma organizada de terrorismo estatal orientado hacia la deliberada y completa destrucción de la credibilidad de una persona, grupo o institución.

En Cuba el diseño de estos asesinatos de reputación toma a menudo la forma de anillos concéntricos de desinformación, que se construyen artificialmente para multiplicar un mensaje manu-facturado por la maquinaria de propaganda y diseminarlo por Internet, como si fuera una bola de nieve virtual.

LOS AUTORES

Rafael Rojas, destacado intelectual y el historiador de las ideas cubanas más descollante de su generación, centra su análisis en la manera en que el régimen cuba-no ha desplegado desde temprano un esfuerzo deliberado por construir una historiografía oficial que contribuya a legitimarlo.

Uva de Aragón, reconocida escritora del exilio histórico cubano analiza el modo en que la clase política pre revolucionaria fue demonizada, incluso antes de 1959, y el modo arbitrario en que sus reputaciones, incluida la de su segundo padre, el Dr. Carlos Márquez Sterling, quien presidiera honorablemente y con gran equidad la Asamblea Constituyente en 1940.

Otros dos autores, Ana Julia Faya y Carlos Alberto Montaner, exponen el modo en que, aun partiendo desde tradiciones intelectuales opuestas, marxista y liberal, ambos han sido acosados por esta modalidad de terrorismo de estado que es el asesinato de reputaciones.

El renombrado periodista Gordiano Lupi explica como un sector de la izquierda italiana extiende su incondicionalidad a cuanto régimen se declare socialista y acusan a blogueros y periodistas independientes cubanos de mercenarios, como Yoani Sánchez y sus colegas. Eso no es una nimiedad en un país donde existe la pena de muerte para delitos de esa naturaleza y brillan por su ausencia las normas del debido proceso legal.

El historiador Juan Antonio Blanco expone los ataques infundados, pero bien organizados contra el empresario italiano Amadeo Barletta. El análisis de los ataques patrocinados por el estado cubano contra Amadeo Barletta es una deconstrucción útil de la metodología estándar del gobierno para asesinar la reputación de aquellos que disienten o se oponen al régimen de Cuba.

venerdì 26 ottobre 2012

Guillermo Cabrera Infante alla Fiera del Libro di Miami


Si presentano le Opere Complete


Nel corso della Fiera del Libro di Miami, che si svolgerà dall’11 al 18 novembre, sarà presentato il primo volume delle Opere Complete del defunto scrittore cubano Guillermo Cabrera Infante. Il primo volume, pubblicato da Galassia Gutemberg - Circolo dei Lettori, raccoglie i testi pubblicati nei libri “Un oficio del siglo XX” (Un mestiere del ventesimo secolo, ndt) e in “Cine o sardina” (Cinema o sardina, ndt), inediti in Italia. Si tratta di una serie di interviste, articoli, saggi e reportage collegati al mondo del cinema. La vedova Miriam Gómez presenterà il volume intitolato “El cronista de cine” (Il cronista del cinema, ndt), che raccoglie la maggior parte delle critiche cinematografiche scritte dall’autore dal 1929 al 2005, pubblicate con lo pseudonimo di G. Caín. La Fiera del Libro di Miami - organizzata dal Centro di Letteratura e Teatro del Miami Dad College - rende omaggio a Guillermo Cabrera Infante per la prima volta, dopo che il volume era stato presentato in Spagna.

Gordiano Lupi

giovedì 26 luglio 2012