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martedì 22 novembre 2016

Almeno il pane, Fidel!




Almeno il pane, Fidel! - Cuba quotidiana, il periodo speciale, il potere a Raúl - Historica, 2016 - Pag. 250 - Euro 14.


Seconda edizione riveduta e ampliata di Almeno il pane Fidel!, guida alternativa alla Cuba turistica, da cartolina, che tanto piace al regime. Un libro che rappresenta una sincera analisi di un paese allo sbando che ha abbandonato da tempo il sogno della Rivoluzione Socialista, con un Fidel Castro ormai ridotto al ruolo di mummia da esporre in televisione. Il volume si apre con un reportage di viaggio datato 2005, l’ultimo prima che Gordiano Lupi venisse dichiarato dal regime persona non gradita, si avventura in una ricostruzione della storia cubana, traccia un quadro dei problemi quotidiani e racconta gli ultimi anni caratterizzati dalle riforme di Raúl Castro. Un capitolo finale scritto da Domenico Vecchioni dimostra come niente sia cambiato per il cubano medio nonostante un nuovo rapporto con gli Stati Uniti. Sono pochi gli elementi di novità per una Cuba che vorrebbe cambiare, per un popolo stanco, con il pensiero rivolto alla fuga, annichilito da cinquant’anni di dittatura, incapace persino di ribellarsi.

 

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta, Vita da jinetera, Cuba particular – Sesso all’Avana,  Adiós Fidel, Il mio nome è Che Guevara,  Mister Hyde all'Avana, Il canto di Natale di Fidel Castro, Caino contro Fidel – Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole. Lavori recenti di argomento cubano: Nero Tropicale, Cuba Magica – conversazioni con un santéro, Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana, Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe, Avana Killing, Mi Cuba, Sangue Habanero, Fame - Una terribile eredità, Fidel Castro – Biografia non autorizzata. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante, La patria è un’arancia di Felix Luis Viera, Fuori dal gioco di Heberto Padilla (2011), Il peso di un’isola di Virgilio Piñera, Hasta siempre Comandante - Opera poetica di Nicolas Guillén. I suoi romanzi Calcio e acciaio - dimenticare Piombino (Acar) e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano (Historica) sono stati presentati al Premio Strega.. Sito internet: www.infol.it/lupi - mail: lupi@infol.it.



IL VECCHIO STRILLO:


Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana nel periodo speciale – Pagine 192 - euro 10,00 – Stampa alternativa – Viterbo, 2006 (esaurito) 

Quella raccontata in questa anti-guida, non è la Cuba di cui parlano i cucador italiani a caccia di facili avventure erotiche, e nemmeno quella di cui parlano dai loro pulpiti i frequentatori delle stanze del potere e del comando castrista, da Gianni Minà fino a Diego Armando Maradona, fino ai marxisti nostrani da salotto televisivo. È invece Cuba quotidiana, quella del popolo che dovrebbe vivere con una manciata di dollari di stipendio al mese, mentre una lattina di Coca Cola (che, nonostante l’embargo, si trova a ogni angolo di strada) costa un dollaro. Una Cuba vera, reale, indispensabile da conoscere per chi davvero l’ama e intende visitarla, oppure già c’è stato. Gli argomenti: Il vero volto di Cuba - Appunti di viaggio (luglio 2005), I problemi quotidiani: La disillusione rivoluzionaria, La santería, più di una religione, La comida , Divertimenti e filosofia, La famiglia, I mezzi di trasporto e crisi energetica, La razza cubana, I rapporti tra sessi, L’omosessualità, La prostituzione, Le fughe, Le case cubane, La spiaggia, Il quotidiano, Giochi di strada, Le fiabe, Polizia e diritti umani, Superstizioni, La vita in campagna, La moda, La scuola, L’informazione. Intervista a una jinetera. Tra mito e realtà: La triste fine di Salvator Allende, Cuba libre? Solo una bevanda, Cuba si apre ai gay: l’ultima propaganda, Democrazia cubana e modello statunitense, La verità su Cuba, Notizie dalle carceri di Fidel Castro, Una Cuba post comunista, Fidel Castro tra cinema e realtà, Dissidenti e mistificazioni.


mercoledì 1 agosto 2012

In Puglia con Amir Valle


di Giovanni Agnoloni

Rientro da una di quelle trasferte di lavoro che sono dei viaggi nel senso più ricco della parola. In Puglia, invitato insieme allo scrittore cubano Amir Valle a presentare Non lasciar mai che ti vedano piangere, suo romanzo da me tradotto, edito da Anordest per la collana “Célebres Inéditos”.
La serata, svoltasi a Castellaneta (TA), rientrava nel programma di “Spiagge d'Autore”, manifestazione pregevolmente organizzata dalla Regione Puglia, in collaborazione con l’Agenzia PugliaPromozione, la Confcommercio Puglia e il Teatro Pubblico Pugliese.
Non lasciar mai che ti vedano piangere è un romanzo potente, di grande impatto sul piano letterario, umano e storico. L'ho voluto sottolineare fin da subito, nell'ex-Convento delle Clarisse, una piccola e bellissima chiesa sconsacrata nel centro dell'affascinante cittadina; subito dopo l'introduzione del moderatore Fabio Salvatore. Sì, perché è vero che la presenza di Charlie Chaplin imbeve di sé un'opera che ha nelle memorie cinematografiche un motore fondamentale – fatto significativo, visto che presentavamo il libro nel paese natale di Rodolfo Valentino, il mito per eccellenza del cinema muto, laddove Chaplin ha segnato proprio la transizione al sonoro.
Tuttavia, il romanzo è notevole anche da tanti altri punti di vista. Non soltanto perché, per la prima volta, accosta la figura di Chaplin e quella di “Che” Guevara, evocando – in uno dei suoi filoni narrativi – il progettato rapimento, da parte del giovane Ernesto, del “padre” di Charlot e di Marilyn Monroe e Joe DiMaggio, nel 1952. E neanche solo perché – seguendo lo spunto dato a Valle dallo scrittore paraguayano Augusto Roa Bastos – unisce a questo elemento la vicenda (altrettanto fondata su risultanze documentali) del piano di sequestro di Chaplin da parte di Hitler, nel 1942, dopo aver visto Il grande dittatore. C'è anche un altro motivo, ancor più lacerante. Queste due storie, infatti, associate a quella del trafugamento del cadavere dell'attore nel 1978 in Svizzera, s'intrecciano con la drammatica esperienza di vita di Anika, nome fittizio di una donna reale, che oggi vive sotto falsa identità negli Stati Uniti, ma che, dopo una giovanissima età vissuta in gran parte da orfana, ha trascorso un'adolescenza di violenze indicibili: prima da parte dello zio a cui era stata affidata, poi, finita in riformatorio per averlo ucciso perché la violava e la faceva prostituire, da parte del gruppo di ragazzi neonazisti del cui leader, Ernan, si era innamorata; salvo poi uscirne, sia pur a un prezzo terribile, salvata dai ricordi d'infinita dolcezza dei film di Chaplin che vedeva da piccola.
Alle spalle, una trama di inquietanti presenze di estrema destra; una rete di entità occulte realmente esistente in Europa e facente capo alla figlia di “cotanto” padre Gudrun Himmler.

È questa la vicenda che fa da collante tra tutti i temi eccellentemente intrecciati in questo libro, e che ci ficca nello stomaco una botta di viscerale sofferenza, sia pur sublimata da uno stile profondamente armonioso.
Tutte queste valenze, unite alla storia personale dell'autore – esule a Berlino perché anticastrista, e che per più di un anno è stato, per questo motivo, impossibilitato a vedere il figlio più piccolo, e da sei non vede i genitori – e alla sua profonda fede cristiana, sono emerse nel suo dialogo con Fabio Salvatore (cui ho partecipato in veste di interprete, a volte cedendo alla tentazione di aggiungere qualche dettaglio, memore delle sensazioni lasciatemi dal romanzo) e, nella parte finale, con l'attrice Sarah Maestri, autrice de La bambina dei fiori di carta (Aliberti Editore).
Memorabile cornice dell'appuntamento, i panorami lunari della gravina di Castellaneta e i vicoli di Bari Vecchia, tra il Castello, la Cattedrale, la Basilica e il porto, dalle tinte assolate così vicine ai colori dell'Avana Vecchia, come Amir Valle mi ha confessato.
Una tre-giorni in cui ho potuto sentire il retrogusto di una e forse di tante vite. Com'è vero anche per Non lasciar mai che ti vedano piangere. Per questo è importante leggere il romanzo. Perché è imbevuto anche del dolore di cui non parla.