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giovedì 2 aprile 2015

Pong e la strana coppia

 
Democratici per il comunismo. Saremo come il Che.



Cuba - Usa e il dialogo sui diritti umani

mercoledì 28 gennaio 2015

La carne può attendere

Yoani incontra Roberta: "Che bello Internet per tutti!"
La carne può attendere


Brava Yoani che fai da megafono alla voce ufficiale nordamericana e rendi palese il tuo squallido gioco. Roberta Jacobson, la sottosegretaria di Stato è in visita all'Avana e per prima cosa si precipita proprio nella redazione di 14ymedio. In casa di Yoani, per chi non lo sapesse. La blogger è così accerchiata dalla polizia e così infastidita dai Servizi Segreti nel suo lavoro da "dissidente" (al soldo di chi? forse come Arlecchino è serva di due padroni?) che può nel suo appartamento di Piazza della Rivoluzione - quattordicesimo piano - ricevere niente meno che il sottosegretario di Stato USA! 
Avete mai visto lo splendido film di Luc Besson sulla Birmania e sulle reali persecuzioni che dovette subire San Suu Kyi da un governo liberticida? Ve lo consigliamo. Paragonate il calvario sofferto da una vera paladina della libertà con la vita da star della pseudo dissidente cubana. 
Comincerei la mia analisi da un fatto che a molti potrebbe sembrare marginale, farei notare la quantità industriale di acqua minerale Ciego Monteiro disseminata sulla scrivania di 14ymedio. Una confezione costa l'equivalente di un euro, circa 1 CUC. Mica poco per le tasche di un cubano medio che guadagna dai 5 ai 20 CUC al mese. Nella foto (molto parziale) conto 11 bottiglie di acqua minerale: uno stipendio mensile di un operaio! Nelle case dei veri cubani che ho visitato si beveva "agua de la pila" (acqua del rubinetto!), magari dopo averla bollita per ammazzare i germi. 
A parte questo, dall'intervista apprendiamo che la preoccupazione maggiore di Yoani e della Jacobson è quella di "collegare il popolo cubano a Internet", perché la rete significa libertà e possibilità di aprirsi al mondo. 
Tutto vero, ci mancherebbe altro! Resta il fatto che la priorità delle famiglie cubane è la mancanza di carne e di alimenti di prima necessità da mettere in tavola. Aggiungo che ai cubani interesserebbe essere pagati in una moneta dotata di reale potere d'acquisto. Concludo dicendo che libertà significa democrazia, possibilità di libere elezioni, di aprire veri giornali e partiti politici. Su questo ultimo punto pare d'accordo anche la Jacobson che sta lottando per la liberazione dei prigionieri politici e per maggiori diritti umani a Cuba. Yoani e la sottosegretaria USA non mancano di pronunciare la banalità di moda: "Siamo tutti argentini!" (per fortuna che ci risparmiano Charlie), ringraziando il Papa per il lavoro a vantaggio di Cuba portato avanti dalla Chiesa Cattolica. Abbiamo letto l'intervista completa fatta dalla redazione di 14ymedio. Non l'abbiamo trovata un capolavoro di giornalismo. No davvero. Una velina come tante. Pagata bene, però.
 
Gordiano Lupi

mercoledì 17 dicembre 2014

Cuba e Usa si stringono la mano



Hanno scelto il giorno di San Lazzaro per lo scambio dei prigionieri: Alan Gross contro tre spie (o eroi) cubane. Hanno scelto un giorno importante per i cubani per annunciare al mondo, a reti unificate, che i rapporti tra Cuba e Stati Uniti cambieranno, andranno verso una normalizzazione. Yoani Sánchez si è affrettata a dire: “È una vittoria del castrismo, ma c’è di buono che Alan Gross è uscito vivo di galera”. Ha poi aggiunto: “Finisce un’era. Adesso speriamo che diventi protagonista la società civile”. C’è di buono che Yoani Sánchez viene ascoltata sempre meno, almeno a queste latitudini, ché il suo ruolo in questa storia ancora non mi è chiaro. Pedina del governo cubano per favorire questa mossa? Personaggio costruito dagli Stati Uniti per creare le condizioni di un avvicinamento? Figura costruita da entrambi per arrivare a compiere questo passo? Non lo so e non m’importa più di tanto saperlo. Invece, molto importante è stato il ruolo della Chiesa Cattolica che si impegna da anni in questa operazione di avvicinamento tra due nazioni storicamente nemiche. E l’assenza di Fidel ha fatto il resto, ché Raúl ha cambiato molto Cuba - tutto sommato in meglio - e ha compiuto passi storici che il fratello non avrebbe mai osato fare. Infine Obama, chiaro, ché un Presidente repubblicano avrebbe reso tutto più difficile. Per quel che riguarda i cubani solo notizie positive. Prossima fine di embargo e sanzioni, apertura di un'ambasciata USA all'Avana, Cuba fuori dal novero dei paesi canaglia, prospettive di viaggi e commerci tra due mondi separati da un braccio di mare ma per anni così distanti. Finiranno le vacche da mungere per troppi finti dissidenti. Soltanto per loro arrivano le cattive notizie…


Gordiano Lupi 

giovedì 3 ottobre 2013

Omar Santana e il crack USA


L'umorista cubano Omar Santana si dedica alla difficile situazione economica USA. E lo fa con la consueta graffiante ironia. Non serve la traduzione...

Gordiano Lupi

venerdì 30 agosto 2013

Cubani cinici e cubani parassiti

di Félix Luis Viera - da Cubaencuentro - Non si deve criticare una persona espatriata perché torna a vedere la sua terra natale. Nel caso degli esiliati cubani, sappiamo che molti, dopo la loro uscita da Cuba, -avvenuta 10, 20, persino 40 anni fa - giurarono di non tornare e hanno prestato fede a tale giuramento. Altri, qualche volta sono tornati; alcuni per rivedere i familiari più stretti, in certi casi molto anziani; altri, semplicemente, per constatare lo stato di rovina in cui versa il quartiere dove nacquero e per visitare i parchi e i cimiteri dove si trovano i loro ricordi e i loro cari. Conosco casi di persone che "avevano bisogno" di contemplare un'altra volta quelle montagne e quel mare che li hanno visti crescere. Tutto questo, compreso molti altri esempi simili che non ho citato, è umano. Ma ultimamente, grazie alle nuove leggi migratorie approvate dal castrismo e ai vantaggi concessi dal governo statunitense, molti nostri compaesani che, paragonati a coloro che sono rimasti sull'Isola, vivono vantaggiosamente nel paese del Nord, viaggiano verso la loro terra d'origine solo per piacere, per "fare turismo", per "fare la bella vita" e mostrare i loro dollari, i loro vestiti, le loro possibilità. Questi cubani esiliati, soprattutto a Miami, vanno a Cuba con il solo scopo di "godersi la vita", frequentando locali notturni, spiagge e centri di divertimento... sfruttando tutto quel che trovano di positivo in simili luoghi. Tutto è piuttosto economico per le loro possibilità e in ogni caso alla portata dei loro redditi. Malgrado ciò, quando chiesero asilo politico negli Stati Uniti dichiararono che l'Isola era un luogo invivibile, che erano perseguitati, o qualcosa di simile. In pratica, questi cubani emigrati sfruttano il lato positivo degli Stati Uniti e - per alcuni giorni - il meglio della loro terra natale, nonostante la situazione di degrado in cui versa. Alcuni dei cubani esiliati che si comportano così fanno parte di quel contingente di compatrioti che - nei luoghi dove vivono - si fanno passare per i più coraggiosi, i più scherzosi, i portabandiera di un popolo che ama il divertimento, i migliori amanti, i migliori ballerini, i più intelligenti e ingegnosi del pianeta. Di fatto, sono soltanto dei caproni. A Cuba, invece, abbiamo un nuovo modello di compatriota. Per oltre mezzo secolo la maggior parte dei cubani, dagli alti dirigenti fino ai venditori al dettaglio e agli amministratori di farmacie, si sono dedicati a investire molte ore lavorative per portare a termine ruberie e piccole truffe. Non deve sembrare strano che dopo la crisi totale che investe il paese dal 1991 e la depenalizzazione del dollaro, decisa alcuni anni dopo, spuntasse un nuovo tipo di cubano: quello che non "muove un dito", ma attende solo la manna dal Nord, dove vivono i familiari e dei buoni amici che lo mantengono. Queste persone di solito sono giovani o adulti in età lavorativa. Il loro ragionamento è semplice: perché lavorare, anche nelle attività private recentemente liberalizzate dal governo, se con il denaro inviato dai familiari che vivono all'estero campano senza problemi? A Cuba esiste da oltre 40 anni la Legge Contro il Vagabondaggio, applicata con severità e persino con crudeltà - l'ho visto con i miei occhi - negli anni Settanta. Questa legge non è stata derogata, ma in realtà non viene più applicata. - Mi hai portato qualche extra? - E' stato il saluto di un cugino a un maestro che si è recato recentemente a Cuba per far visita ai familiari. Ha detto "extra" perché questo zio manda regolarmente al cugino e agli altri parenti i dollari che servono per sopravvivere. - Zio Alberto non manda niente da quasi tre mesi. Zio Alberto è un altro zio che, secondo quel che mi ha raccontato lo zio che è stato da poco in visita a Cuba e che è amico mio, non invia rimesse con regolarità. Che cosa fare in casi simili? Credo che non possiamo fare niente. Soltanto analizzare il risultato. Traduzione di Gordiano Lupi www.infol.it/lupi Felix Luis Viera (Cuba, 1950), vive in Messico. ha pubblicato in Italia. Il lavoro vi farà uomini (L'ancora del mediterraneo) e La patria è un'arancia (Il Foglio Letterario). Di prossima pubblicazione una raccolta di poesie, diffusa come e-book gratuito in italiano e spagnolo (con mia traduzione) sul portale Amazon.

giovedì 14 marzo 2013

Yoani Sánchez negli USA

Comincia il tour statunitense che porterà la blogger a New York, Washington e Miami



New York, 14 marzo 2013 - Yoani Sánchez arriva oggi a New York per partecipare a diversi incontri accademici e conferenze. Si tratta della prima visita della blogger cubana negli Stati Uniti, quinta tappa di un calendario intenso, un vero e proprio tour che toccherà molti paesi di America Latina ed Europa. Yoani parlerà questa sera alla Scuola di Giornalismo della Columbia University, evento moderato da Mirta Ojito. Subito dopo, parteciperà anche a un seminario di tre giorni organizzato dall’Università di New York, Asociación para el Estudio de la Economía Cubana (ASCE) e Centro de Estudios Latinoamericanos y Caribeños. L’evento servirà ad analizzare lo sviluppo delle reti sociali e di altri strumenti alternativi di comunicazione che stanno prendendo campo a Cuba per controbattere le restrizioni governative all’uso di Internet. Yoani Sánchez parlerà insieme a Orlando Luis Pardo Lazo, blogger e scrittore cubano. Pardo è una voce critica indipendente che tre anni fa ha fondato la rivista digitale clandestina Voces.


“La visita di Yoani è un evento. Lei è il simbolo vivente del movimento dissidente”, ha commentato Pardo. “La sua visita è importante come quella che fece a suo tempo Oswaldo Payá Sardiñas”.
L’ultimo incontro di Yoani a New York avrà luogo lunedì prossimo presso la Escuela de Leyes Benajamin N. Cardozo della Universidad Yeshiva. Tra martedì e mercoledì, Sánchez sarà a Washington, dove incontrerà rappresentanti federali e attivisti per i diritti umani.
Il primo aprile, nella Torre della Libertà di Miami, Yoani riceverà la Medalla Presidencial assegnata dal Miami Dade College per il suo lavoro a favore dei diritti umani.


Gordiano Lupi

giovedì 8 novembre 2012

Le urna a novanta miglia

di Yoani Sánchez – dal blog Cuba libreEl País
8 novembre 2012


Venerdì scorso, la stampa cubana si è scagliata, con una violenta nota del Ministro delle Relazioni Estere, contro l’Officina di Interessi degli Stati Uniti all’Avana (SINA). La tradizionale aggressione verbale rivolta al vicino del Nord questa volta aveva come tema polemico il funzionamento nella sua sede consolare di una sala Internet aperta al pubblico. Il luogo esiste da alcuni anni ed è frequentato da diverse tipologie di persone: studenti che vogliono fare ricerche, giornalisti indipendenti che tentano di pubblicare i loro articoli, familiari di esiliati che desiderano contattarli tramite posta elettronica. In un paese dove l’accesso al ciberspazio è un lusso riservato a pochi, le lunghe file per accedere al centro Internet della SINA infastidiscono il governo.

Tuttavia, dopo aver letto l’altisonante dichiarazione, un interrogativo si fa pressante: perché proprio adesso? Se quelle sale con servizio web funzionano da quasi un decennio perché compaiono in questo momento nella prima pagina del Granma? La risposta sta in quel che è accaduto questo martedì nelle urne nordamericane. Era una mossa preventiva in funzione delle elezioni statunitensi. Il divario tra Barack Obama e Mitt Romney era stretto e il governo di Raúl Castro lo sapeva bene. Per questo, da alcuni mesi, aveva cominciato a indirizzare proiettili verbali contro i due candidati. La propaganda ufficiale definiva il rieletto presidente statunitense come l’uomo che “ha inasprito il blocco imperialista”, mentre il suo avversario repubblicano era “la politica anticubana”. Di male in peggio, ribadiva con insistenza.


All’interno dell’Isola erano palpabili curiosità e interesse per le elezioni del vicino del Nord. Troppe cose erano in gioco all’altro lato dello Stretto della Florida. La politica di Piazza della Rivoluzione si caratterizza soltanto per contraddire Washington, cosa che stabilisce una peculiare forma di dipendenza. Raúl Castro lancia una timida riforma migratoria e spiega che non è stato possibile fare di più perché siamo “una piazza assediata dall’Impero”. Non si può neanche concedere il permesso di legalizzare altri partiti perché “lo Zio Sam minaccia”, mentre l’accesso a Internet deve essere graduale e selettivo, perché “la guerra mediatica del Pentagono” non colpisca duro. Se analizziamo questa perenne rivalità, dovremo concludere che mai come adesso i destini dei cubani sono dipesi così tanto dagli Stati Uniti. Mai il nostro quotidiano è stato così soggetto a ciò che decide l’inquilino dell’ufficio ovale.

L’acerrimo discorso antimperialista del governo cubano ha finito per mordersi la coda. Per settimane, nei mezzi di comunicazione ufficiali si è parlato più dei comizi statunitensi che delle nostre elezioni per rinnovare il Potere Popolare. Chiamati a mettere in evidenza ogni elemento negativo delle presidenziali nordamericane, i commentatori televisivi hanno dimenticato la massima secondo cui “niente è più attraente delle cose proibite”. E così ogni aggettivo aggressivo, ogni burla, ogni diatriba contro Obama e Romney, hanno provocato un’insolita aspettativa intorno a questo primo martedì di novembre.

Tutto questo segnato, inoltre, dalla progressiva perdita d’importanza di Cuba nella politica degli Stati Uniti. La marcata irrilevanza di questa Isola è stata messa in evidenza da una campagna presidenziale che le ha dedicato scarsa attenzione. Sono ben lontani i giorni di quell’ottobre del 1962 quando i missili nucleari obbligarono il mondo a prestare attenzione alla maggiore delle Antille. Adesso lo sguardo di Obama è diretto verso altri paesi e diverse problematiche, durante il secondo mandato questa tendenza sarà ancora più evidente. In primo luogo dovrà occuparsi dei problemi di economia interna degli Stati Uniti e cercherà di mettere in sesto la situazione finanziaria. La crisi in Europa occuperà buona parte della sua attenzione e così la situazione di Iraq, Afghanistan, Iran e Siria.

Raúl Castro ha bisogno di tornare a guadagnare protagonismo nell’agenda del suo eterno nemico, perché quella è la base del suo potere. La sua politica dentro e fuori Cuba si basa su quella rivalità, senza non può esistere. Per questo motivo notiamo i primi i sintomi di una scalata diplomatica che obbligherà a una presa di posizione da parte del neoeletto presidente nordamericano. Si affila il linguaggio politico, si intensificano gli insulti, si cerca lo scontro frontale per fare in modo che il presidente reagisca. È il momento di cercare di diventare una delle priorità del vicino del Nord, costi quel che costi… anche se quella strategia non è più vincente.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

giovedì 26 luglio 2012