lunedì 18 luglio 2011

Le cause della morte del giovane cubano


Il disegnatore satirico cubano Garrincha, nel suo blog, ci spiega quali sono le possibili cause della morte del giovane cubano deceduto dopo il viaggio della speranza a bordo di un aereo. Basta seguire le due frecce rosse.

Stringere legami familiari


Ironia di Garrincha su El NUevo Herald di oggi.

Stringendo legami familiari in entrambi i lati dello stretto della Florida.

La teoria della caldaia

di Yoani Sánchez - da The Huffington Post
http://www.huffingtonpost.com/yoani-sanchez



Nella maggior parte dei casi i processi sociali hanno un’alchimia imprevedibile. La realtà si arroga il compito di contraddire gli analisti che vorrebbero redigere la formula universale della ribellione o quella della calma civica. A Cuba, per esempio, sono venute meno le previsioni di quasi tutti gli ottimisti e siamo andati ben oltre gli auspici delle menti più eccezionali. Sembra quasi che il nostro paese sia specializzato nell’arte di smentire le previsioni di esperti, stregoni, spiritisti e cartomanti. Da diversi decenni abbiamo distrutto una dopo l’altra le predizioni negative sul nostro futuro e soprattutto la ripetuta profezia di una rivolta popolare. Esperti di cose cubane di ogni tendenza hanno detto, in diverse occasioni, che la situazione sta per esplodere e che è vicino il momento della ribellione per le strade di Cuba. Niente di tutto questo. I marciapiedi sono peni di gente, ma solo per fare la coda in attesa di comprare il pane o le uova, i consolati sono presi d’assalto da persone che chiedono di poter emigrare, mentre i santeros accendono candele votive perché questa calma indefinibile non si interrompa con la violenza. Noi che vorremmo una soluzione pacifica, per il momento siamo contenti che nessuno abbia dovuto assumere il ruolo di vittima sacrificale di fronte alle squadre antisommossa.

Alcuni pensano di possedere la chimerica formula della ribellione che prevede una popolazione strangolata economicamente e spinta a lottare per la sopravvivenza. Sono le persone che vorrebbero rendere l’embargo nordamericano verso l’Isola ancora più duro e tagliare in un colpo solo tutte le rimesse che giungono dall’estero. Secondo questa ipotesi, i cubani, stretti tra il martello delle necessità e l’incudine di un governo autoritario, tenterebbero di rovesciare quest’ultimo. Confesso che solo menzionare questa teoria mi fa ricordare una pessima barzelletta, nella quale un anziano leader durante un’intervista elenca le dimostrazioni di resistenza del suo popolo. L’autocrate racconta che la sua gente ha superato indenne la crisi economica, la mancanza di alimenti, il collasso del razionamento elettrico e l’assenza del trasporto pubblico. Mentre snocciola al giornalista questo rosario di sofferenze, ogni volta conclude la sua storia con la stessa frase: “nonostante tutto il popolo resiste”. Alla fine, il coraggioso reporter lo interrompe per fare una domanda: “Non ha provato con l’arsenico, Comandante?”.

La tesi che deve essere aumentata la pressione economica alla nostra realtà per fare in modo tale che esploda la tensione sociale si sente ripetere - curiosamente - con maggior frequenza tra quelle persone che non abitano nel territorio nazionale. Alcune di quelle voci stanno chiedendo adesso al senato nordamericano che vengano revocati i provvedimenti che agevolano i viaggi familiari in direzione dell’Isola e l’invio degli aiuti monetari approvati da Barack Obama. Vedono questi ponti tesi come ossigeno che entra al governo cubano e credono che servano a prolungare la sua permanenza al potere. Questa tesi si riassume nel motto: “privali di tutto perché reagiscano”. Secondo loro, il cambiamento sarebbe dietro l’angolo soltanto il giorno in cui il rubinetto degli aiuti esterni verrebbe chiuso completamente. Il problema è che in mezzo a questa teoria, in pratica tutta da provare, resterebbero coinvolti undici milioni di individui e un identico numero di stomaci. Persone che non si sono lanciate a protestare per strada neppure negli anni Novanta quando videro il loro piatto quasi vuoto e i vestiti ridotti a stracci per coprire il corpo. In quel momento di mancanze infinite, la sola “sollevazione” popolare che si verificò, il 5 agosto del 1994, ebbe come obiettivo la richiesta di abbandonare il paese, non quello di cambiare le cose all’interno. Siamo così civicamente timorosi che la caldaia può raggiungere una pressione insopportabile, ma la maggioranza dei cubani preferirebbe rischiare di scappare a bordo di una zattera lanciata nel mare piuttosto che lottare contro un repressore. Non esiste una genetica capace di rendere i popoli coraggiosi o codardi, ma ci sono diversi metodi per smontare la ribellione sociale e quello che ci è toccato in sorte è così efficiente da potersi definire scientifico.

Per questi analisti politici, molto più vicini alla fisica che alle scienze sociali, basterebbe chiudere il flusso delle rimesse e i viaggi dei cubani residenti negli Stati Uniti verso l’Isola, perché cominciasse a muoversi qualcosa nello scenario nazionale. Per assecondare questo desiderio di sperimentare tale congettura, è chiaro che loro metterebbero la teoria, mentre noi dovremmo concedere il corpo del martirio. Nelle more dell’esperimento e mentre non si ottiene nessun risultato, le piscine nelle ville dei potenti in verde oliva non cesserebbero di avere la loro somministrazione di cloro, il collegamento Internet via satellite di diversi figli di papà non perderebbe neppure un kilobyte di potenza e i vestiti di marca di tanti funzionari non smetterebbero di entrare nel paese dalle strade più impensabili. Questo giro di vite non si farebbe sentire sul tavolo della gerarchia ufficiale. Potrebbero governare meglio con le pance piene su un popolo ridotto a pensare in maniera ossessiva soltanto a come trovare ogni giorno qualcosa da mangiare. La miseria - come accade in molti luoghi - servirebbe a produrre un meccanismo di dominazione piuttosto che di disubbidienza.

Per questo motivo nelle ultime settimane ci sentiamo come coniglietti d’India in un esperimento di laboratorio che si decide lontano da noi. Abbiamo la sensazione di essere solo un numero in una cabala tanto semplice quanto pericolosa. Gli artefici della “teoria della caldaia” sperano che esploda, ma non si rendono conto che la sua detonazione potrebbe provocare un ciclo di violenza inarrestabile.



Traduzione di Gordiano Lupi

domenica 17 luglio 2011

Yoani Sánchez si racconta a El Nuevo Herald

I cubani sono assetati di cambiamenti
La vita non è altrove, ma in un’altra Cuba


Sarah Moreno su El Nuevo Herald di sabato 16 luglio intervista Yoani Sánchez, la famosa blogger simbolo della voglia di cambiamento dei giovani cubani.

“Siamo assetati di cambiamento. Basta passeggiare per le strade dell’Avana per vedere nuovi negozietti, bancarelle che vendono frullati, e altri piccoli chioschi nati in gran numero nelle vie centrali. Gli abitanti di questa città vogliono trovare un minimo di benessere in mezzo alle colonne screpolate e ai balconi cadenti. Questa rinascita è molto fragile, perché i cubani non sono esperti su come amministrare un’impresa”, ha detto la creatrice del blog Generación Y, in occasione dell’uscita nelle librerie di Miami del suo libro WordPress, Un blog para hablar al mundo (Editorial Anaya).

“Dietro le riforme economiche c’è la volontà governativa di rimpinguare le esangui casse di Stato. Concedere potere economico ai cittadini è stata una vera e propria necessità, più che una scelta politica. La popolazione guarda con scetticismo a questi cambiamenti, che vanno nella giusta direzione, ma sono lenti e superficiali. Le imposte sono eccessive e l’elenco delle attività consentite è limitato. Questi elementi chiariscono la volontà di un governo che non ha nessuna intenzione di far crescere la piccola iniziativa privata, né di favorire la nascita di una piccola e media impresa. In ogni caso dobbiamo approfittarne, perché grazie a un piccolo spiraglio, i cuentapropistas di oggi potranno diventare gli imprenditori di domani”, ha detto la blogger.

Yoani ha preso come esempio il proprio caso per affermare che “l’autonomia economica diventa presto autonomia politica”.

Yoani Sánchez si è laureata in filologia all’Università dell’Avana nel 2000 e per superare la frustrazione di un salario che non superava i 10 dollari al mese, si è messa a insegnare spagnolo ai turisti che visitavano l’isola. Yoani ha raggiunto l’indipendenza che nel 2007 le ha permesso di creare il blog Generación Y, attualmente visitato da 14 milioni di navigatori al mese e tradotto in 17 lingue. Nel 2009 ha scoperto che tramite Twitter si possono inviare SMS dal telefono mobile senza dover accedere a Internet.

“Twitter ha salvato la pelle in numerose occasioni ai blogger alternativi”, ha riconosciuto Yoani che insegna dove può e come può questo sistema che consente di “avere Internet senza Internet”.

“Il solo requisito necessario è che l’alunno abbia un telefono mobile e io sono in grado di fargli vedere come twittear in situazioni limite”, ha affermato Sánchez, che nel volume Un blog para hablar al mundo rende partecipi i lettori delle sue esperienze, sia dal punto di vista giornalistico che tecnologico, utili per creare uno spazio Internet personale e pubblicarlo in rete. Il libro è uscito in Spagna a marzo, ma a Cuba si può leggere solo grazie a fotocopie illegali, perché è vietato.

Cuba è un paese a basso indice di connessione Internet, ma al tempo stesso Yoani Sánchez fa parte di un sempre più numeroso Movimento Blogger, che comprende il marito Reinaldo Escobar (ex giornalista di Juventud Rebelde), il fotografo Orlando Luis Pardo - autore delle immagini che illustrano il libro Un blog para hablar al mundo -, Claudia Cadelo, Miriam Celaya, Dimas Castellanos, Eugenio Leal, Rebeca Monzó, Regina Coyula e il pastore battista Mario Félix Lleonart.

“Siamo persone molto simili, ribelli per natura. Scriviamo i nostri blog senza cercare il consenso delle istituzioni e senza rispettare nessuna linea editoriale”, ha precisato Sánchez, che ha cominciato a narrare al mondo la realtà cubana ispirata dal figlio Teo, che allora era un bambino.

“Nel 2003, un grande amico di famiglia [il dissidente Adolfo Fernández Saínz] venne incarcerato in seguito ai fatti incresciosi della Primavera Nera. Nostro figlio chiedeva il motivo e noi rispondevamo che era un uomo molto coraggioso. Fu la pronta risposta di Teo - che non ha peli sulla lingua - a farmi scattare la giusta reazione: Allora voi siete un po’ codardi, perché siete ancora liberi”, ha raccontato la Sánchez.

Teo è un ragazzo di 16 anni che offre a sua madre la visione di una generazione che desidera viaggiare, conoscere il mondo ed esprimersi liberamente.

“Mio figlio è interessato ai manga giapponesi, parla fluidamente inglese, si sente parte di un villaggio globale. Passa davanti alla televisione, vede Fidel Castro, e mi domanda chi sia quel signore. Io mi sento felice perché la sua è una generazione più sana”, ha detto la Sánchez, che non condivide le critiche ai giovani.

“Non sono apatici, e in ogni caso se dovessi scegliere tra apatici e fanatici preferisco i primi. L’adolescenza è un momento di indifferenza che apre la strada ad altre fasi della vita caratterizzate da maggior responsabilità. Per questo preferisco che siano così, piuttosto che crescano nel fondamentalismo, come è stato per la mia generazione e per quella dei miei padri, vittime di un tentativo di indottrinamento ideologico”, ha detto la Sánchez, che si definisce “una democratica autodidatta”.

“È stato un vero miracolo se sono diventata una persona tollerante, dopo aver ripetuto così tante parole d’ordine e dopo essere educata alla più sorpassata ortodossia marxista leninista”, ha detto Sánchez, indicando il marito Reinaldo Escobar come “un maestro nella difficile arte della tolleranza”.

“Reinaldo è un uomo denigrato e stigmatizzato dal governo, ma è dotato di un grande cuore capace di accettare e di perdonare le persone”, ha aggiunto Sánchez riferendosi a Escobar, che si dedica al giornalismo indipendente da 23 anni, dopo aver abbandonato l’inutile “giornalismo da vetrina” praticato nei mezzi di comunicazione ufficiali

Sánchez ha conosciuto Escobar quando aveva soltanto 17 anni e frequentava il liceo. “Ero andata da lui per cercare un libro proibito di Mario Vargas Llosa”, ha detto ricordando il primo incontro avvenuto nell’appartamento di 14 piani dove adesso risiedono.

“Si tratta di un palazzo in stile jugoslavo, che Reinaldo ha contribuito a costruire”, ha aggiunto Sánchez, precisando che anche se la polizia ha cercato di seminare zizzania contro di loro, non ha ottenuto la collaborazione dei vicini.

Le menzogne che il governo ha diffuso contro di lei, le pressioni esercitate su familiari e amici e l’amaro ricordo degli interrogatori - il primo è avvenuto il 7 dicembre 2008, presso la stazione di polizia situata tra 21 y C nel quartiere Vedado - sono una parte della sua vita sulla quale preferisce non soffermarsi.

“In un regime totalitario, l’allegria è profondamente contestataria, per questo mi piace parlare delle cose positive che mi accadono: della soddisfazione che provo quando insegno, dei nuovi strumenti tecnologici che sono diventati un megafono, del sostegno che mi dà la gente per strada, quando nei posti meno immaginabili mi dice: resisti”, ha detto.

I numerosi premi ricevuti - Ortega y Gasset assegnato dal quotidiano spagnolo El País, dove scrive una rubrica a cadenza quindicinale, o il Maria Moors Cabot della Columbia University di Nueva York - sono la spinta migliore per continuare a fare giornalismo serio, vicino alle necessità del paese.

“Se potessi aiutare a fondare un organo di stampa libero nel mio paese, lo farei molto volentieri. Credo di conoscere le persone giuste da impiegare come collaboratori. Stiamo facendo passi importanti in questa direzione”, ha aggiunto.

“Non riesco immaginare i motivi per cui il governo non mi ha permesso di uscire dal paese per ritirare i premi. Non posso calarmi in una mentalità autoritaria. Il governo cubano in un primo momento non ha dato la giusta importanza al fenomeno della blogosfera alternativa e ha ritenuto che il divieto di viaggiare bastasse a far cadere le aspettative internazionali sul mio lavoro. Non mi lasciano uscire anche perché sanno che voglio tornare. Credono di avere partita vinta tenendomi relegata a Cuba, ma non è vero. Qui ho la materia prima che mi serve per scrivere e posso insegnare ad altri come esprimere il proprio pensiero. Sono nella mia realtà. Vivo a Cuba perché lo voglio, per una mia decisione personale”, ha detto.

“Questa è un’isola segnata dall’angelo della poesia e della letteratura, un’isola allo stato embrionale nella quale ogni cosa può accadere. Non credo, come recita il titolo di un romanzo di Milan Kundera, che La vita è altrove. La vita non è in un altro luogo, ma in un’altra Cuba”.

Nipote di un emigrante delle canarie, dal quale dice di aver ereditato “la tenacia”, Sánchez è cresciuta in una famiglia umile, composta solo di figlie femmine. “Mia madre guidava tassì e mio padre era macchinista di treni. Mio padre mi ha trasmesso la passione per la meccanica. Da bambina smontavo orologi e vecchie radio. Più avanti riparavo frigoriferi, telefoni portatili e ogni tipo di apparecchio che portavano gli amici. Nel 1004, con pezzi molto vecchi ho costruito il mio primo computer, grazie al quale abbiamo cominciato a scrivere un periodico. Mi sento una missionaria tecnologica, perché sono curiosa delle nuove tecnologie e voglio che diventino popolari a Cuba. La mia casa è un tempio dedicato al cambiamento”, ha detto.

“Il mio rifugio sono famiglia e amici. Purtroppo molti amici mi hanno abbandonata, per le mie scelte di libertà, ma ne ho trovati di nuovi. Resta il mio mondo interiore, un luogo al quale non ha accesso la polizia politica, dove non mi possono proibire né confiscare niente, dove ho il mio spazio di libertà”, ha concluso.


Gordiano Lupi

sabato 16 luglio 2011

Fuga tra le nubi, un suicidio quasi sicuro

Molti giovani cubani, per ignoranza del pericolo, hanno cercato di seguire la strada del cielo, nascosti nella carlinga di un aereo, per scappare dall’isola


Tutti noi che abbiamo viaggiato almeno una volta nella vita a bordo di un aereo sappiamo che la temperatura esterna raggiunge i 50 gradi Celsius. Comodamente seduti nei nostri posti non pensiamo che solo pochi centimetri di fusoliera ci separano da una temperatura mortale. La carlinga, invece, non è pressurizzata e non è possibile viaggiare al suo interno senza andare incontro a una fine orribile. Nonostante tutto, molti giovani cubani disperati, nel corso degli anni hanno scelto questa strada per scappare dall’isola e cercare di cambiare il corso della loro vita.

L’ultima vittima di questa folle scelta è Adonis Guerrero Barrios, 23 anni, residente all’Avana nel municipio Boyeros, zona vicina all’aeroporto José Martí. Il suo corpo privo di vita è arrivato martedì scorso all’aeroporto madrileno di Barajas, a bordo di un Airbus 340 Iberia. La rivista - blog Café Fuerte (http://cafefuerte.com/2011/07/14/solo-dos-cubanos-han-logrado-sobrevivir-a-fugas-clandestinas-en-aviones/) ha pubblicato una cronologia di simili fughe destinate al fallimento dal giugno 1969 a oggi. Sono stati undici i cubani a tentare la sorte e soltanto due sono sopravissuti. Nel dicembre 2002, un giovane di 20 anni, non si sa come, è riuscito ad arrivare vivo in Canada dopo un volo L’Avana - Montreal (http://www.freerepublic.com/focus/fr/805002/posts), nascosto nella carlinga di un DC-10 della Cubana de Aviación. Non si è mai saputo il nome, ma ha raccontato di essersi salvato per aver viaggiato aggrappato a un tubo del riscaldamento che gli ha prodotto una buona fonte di calore. Il volo durava solo quattro ore, mentre dall’Avana a Madrid sono 9 ore di viaggio ed è più difficile superare le avversità climatiche. L’altro sopravissuto si chiama Armando Socarrás, 17 anni, detto l’Uomo Miracolo, per aver superato indenne la traversata atlantica fino a Madrid nella carlinga di un DC-8 Iberia. Il suo compagno di fuga, Jorge Pérez Blanco, 19 anni, non ce la fece. Forse è proprio la notorietà raggiunta da Socarrás che porta ancora oggi alcuni giovani cubani a pensare che esistano buone probabilità di riuscita nella disperata impresa.

In un articolo intitolato Sopravvivere in cielo (http://www.portalplanetasedna.com.ar/losviajes24.htm), pubblicato sul portale argentino Planeta Sedna, si afferma che la spiegazione scientifica del caso Socarrás è che si sia verificato un raro caso di ibernazione umana. Infatti, a tremila metri di altezza comincia a mancare l’ossigeno necessario per la vita. Inoltre la temperatura scende in maniera notevole e il ritmo metabolico ne soffre. Si pensa che Socarrás sia arrivato a congelarsi, sopravvivendo in condizioni impossibili, limitando il consumo di ossigeno. Un altro problema importante è la mancanza di spazio sufficiente per ospitare un corpo umano, infatti il giovane Adonis è giunto a destinazione schiacciato nelle zone della testa e del torace. Inoltre la pressione atmosferica diventa molto forte e rende complicata la sopravvivenza. Meglio dimenticarsi del miracolo di Socarrás. Non è facile ripeterlo. Per quanto dure siano le condizioni di vita a Cuba, il dono della vita è troppo grande per essere sprecato nel tentativo di compiere imprese impossibili. Le probabilità di sopravvivere in una simile situazione sono le stesse di una roulette russa.


Gordiano Lupi

venerdì 15 luglio 2011

Chavez e Castro al telefono


Garrincha su http://garrix.blogspot.com/
Irriverente, ma efficae, da buon autore di satira.

Fidel - "Hai già fatto la cacca, Hugo?"

Chavez - "No, Fidel. Il fatto è che mi manchi moltissimo..."

giovedì 14 luglio 2011

Muore cubano di 23 anni nella carlinga di un aereo Iberia

Adonis G.B. è morto nel suo ultimo disperato tentativo di fuga, come il protagonista di un mio vecchio racconto ispirato alla dura realtà. Il giovane cubano è stato ritrovato privo di vita quando mercoledì scorso il volo 6620 proveniente dall’Avana è atterrato all’aeroporto di Barajas. La Guardia Civile spagnola sta indagando, si farà pure un’autopsia, ma il caso pare chiaro, perché il giovane presenta ferite nel torace e alla testa ed è morto schiacciato dalla carlinga. La disperazione è la sola causa della morte di un giovane che ha tentato l’ultima carta della sua vita per sfuggire dall’inferno in cui era precipitato. Non è la prima volta che un cubano muore dopo una tragica fuga a bordo di un aereo, nascosto nella carlinga, in condizioni impossibili per sopravvivere. Si contano almeno cinque casi simili negli ultimi quindici anni.

Per commemorare Adonis ho rispolverato il mio vecchio racconto.

Di nuovo insieme

“È proprio lui”, commentò la moglie.

“Non è facile riconoscerlo, ma purtroppo è vero”, aggiunsero i figli.

Raul Garcia Gonzales era partito per il suo ultimo viaggio dall’aeroporto dell’Avana ed era arrivato così a Miami. Legato alla carlinga dell’aereo, mani e piedi. Legato come meglio aveva potuto, da solo, senza nessun aiuto. Adesso era su di un tavolo di marmo, disteso. Un ultimo disperato tentativo di fuga.

Raul amava la sua terra e non avrebbe voluto abbandonarla, però sua moglie e i figli erano fuggiti anni prima a bordo di zattere improvvisate. Lui non ce la faceva più a vivere da solo. Lo aveva fatto sin troppo.

Isabel accarezzò la fronte di Raul e quel tocco le fece rivivere tanti ricordi. Non era sempre stata difficile la vita a Cuba. Non come adesso, almeno.

Quindici anni fa si cominciavano a intuire tempi duri, ma nessuno avrebbe immaginato la fine delle illusioni rivoluzionarie.

I problemi non erano mai mancati. Si stava costruendo una società nuova, di uomini tutti uguali. Bastava credere e la fede faceva andare avanti. Raul era uno di quelli che ci credeva. Aveva lottato per la rivoluzione, quando era giovane. Fidel era una delle poche certezze della sua vita. Isabel invece non si era mai interessata di politica.

Da buona donna di casa si era sempre occupata d’altro.

“Parlano, parlano, ma della povera gente non si interessa mai nessuno…” diceva.

Il marito la rimproverava: “Non dire così. Lo Stato siamo noi che abbiamo dato il nostro sangue per costruire questa repubblica”.

Isabel taceva, per non contraddire il marito, però restava della sua opinione. I politici non la convincevano. Batista o Fidel era lo stesso. Tanto la povera gente non contava e non avrebbe mai contato.

Quando Fidel proclamò il periodo speciale, Raul non voleva credere a quel che stava succedendo. Inveiva contro la Russia e Gorbaciov.

“Maledetti sovietici! Ci lasciano soli nelle mani degli americani…”

“Che ti dicevo? La povera gente deve arrangiarsi. Comunisti o capitalisti il risultato non cambia” ribatteva la moglie.

Furono tempi duri. Mancava tutto, persino il riso. Lo spietato embargo statunitense impediva il commercio e persino l’arrivo di medicinali. Fidel mise gli alimenti a razione. La tessera alimentare permetteva di comprare meno di quel che serviva per la sussistenza. Ci si arrangiava. Isabel ricordava sacrifici e sofferenze affrontate per far crescere i bambini. Si lavorava per pochi pesos che non servivano ad arrivare neppure a metà mese. Intanto Fidel apriva le porte al turismo. E fu davvero la fine. Chi veniva da fuori raccontava di un mondo diverso, di gente che viveva con il frutto della propria fatica.

Fu allora che Isabel cominciò a pensare alla fuga.

“Andare via? E dove dovremmo andare?” domandava Raul.

“A Miami. Dove vanno tutti. Ci sono più cubani che a Cuba. Cambierà qualcosa, prima o poi. E almeno non moriremo di fame. Potremo lavorare e guadagnare” rispondeva Isabel.

“Io sono nato a Cuba. Qui voglio vivere e morire. Prendete pure le vostre zattere. Io vi aspetto qui, nella mia terra”, concludeva Raul.

Le difficoltà erano tante e aumentavano giorno dopo giorno, però lui non voleva saperne. Non se ne sarebbe mai andato.

Fu così che un bel giorno Isabel prese con sé i suoi due figli e s’imbarcò su di una zattera alla volta di Miami. Assieme ad altri disperati. Verso un futuro incerto, ma via dalla certezza di un difficile presente. Raul restò solo.

Fuggire non serve a niente, il capitalismo non è la soluzione, pensava.

Raul aveva ancora le foto di Fidel appese ai muri della sua povera casa. Accanto c’erano quelle di Che Guevara in divisa militare.

Abitava a Guanabacoa, nei pressi delle spiagge dell’est Avana, terra di riti magici e superstizioni. Un quartiere povero, fatto di vecchie case coloniali che cadevano a pezzi. Rifugio di miseria da spartire con orgoglio, ma anche di grida di bambini che giocavano a rincorrersi per campi incolti, tra palme e banani. Raul non voleva lasciare la sua terra. Non voleva tradire i ricordi della rivoluzione. Ricordava il treno deragliato a Santa Clara. C’era anche lui ed era appena un ragazzino. Rammentava gli occhi di ghiaccio di quell’argentino e le parole che sapeva pronunciare per infondere coraggio. Raul aveva ancora fiducia in Fidel. Le cose sarebbero cambiate e lui non sarebbe fuggito. Bastava attendere. Isabel non aveva avuto pazienza. Aveva due figli e tanto era bastato per spingerla a partire. Diceva che lo faceva per loro. Raul si era sentito tradito e le poche volte che riusciva a telefonare a Miami lo faceva capire.

“Vieni anche tu” diceva la moglie “io ti voglio bene come un tempo”.

Ma Raul non ne voleva sapere. Quella era la sua terra. A Miami avrebbe passato le giornate a rimpiangere vecchie strade, angoli di quartiere, bottiglierie dove trangugiava pessimo rum, feste all’angolo di strada e la musica a ogni ora del giorno. Al tramonto avrebbe immaginato il Malecón e un orizzonte inghiottito nelle luci soffuse della notte avanera. Non voleva i grattacieli sul mare di Miami. Non voleva imparare una lingua diversa dallo spagnolo. Il suo posto era a Cuba e non sarebbe partito. Era lui che attendeva moglie e figli.

Isabel asciugò una lacrima che le rigava il volto segnato dal dolore.

“Perché non hai seguito le tue idee sino in fondo? Perché sei fuggito se non volevi?” mormorava, accarezzando la fronte gelida del marito.

L’ultimo viaggio, quello della disperazione, glielo aveva riportato così, come non lo avrebbe mai voluto vedere.

Lo spogliarono delle povere vesti sdrucite che indossava. Quel viaggio assurdo che poteva condurlo solo alla morte lo aveva conciato male. Isabel fece uscire i figli.

“Lasciate fare a me” disse.

Quando i ragazzi si furono allontanati si mise al lavoro. Doveva renderlo presentabile per l’ultima cerimonia, vestendolo con un abito elegante, il più bello che avesse mai portato. Isabel pensò d’un tratto che il marito non sarebbe stato d’accordo. “Siamo povera gente” avrebbe detto “e allora indossiamo i vestiti della povera gente…”.

Lo avrebbe ricordato con i pantaloni chiari, un poco sdruciti, sporchi di polvere, la camicia sudata e sgualcita.

Prese i pantaloni e li piegò distrattamente. Adesso era il momento di gettarli nel sacco dell’ immondizia. Non sarebbero più serviti a nessuno. Prima però rivoltò la fodera delle tasche per vedere se dentro c’era qualcosa da conservare, magari un ricordo del marito. Fu così che trovò un foglio di carta ingiallita. Isabel lo lesse attentamente. Era una lettera indirizzata a lei, scritta in uno spagnolo semplice ma corretto. Una lingua che non aveva dimenticato, anche se a Miami era costretta a parlare quasi sempre inglese.

“Cara Isabel, vedi com’è strana la vita? Se leggerai queste parole vorrà dire che non ce l’avrò fatta e forse sarà stato meglio così, perché mi sarebbe costato troppo caro dirti che avevi ragione. Scriverlo è più facile. Le idee in cui credevo sono morte ed è giusto che me ne vada con loro. Abbi cura dei ragazzi. Sei sempre stata una buona madre.”

Isabel strinse il foglio tra le mani. Aveva una gran voglia di piangere, ma Raul non avrebbe voluto che nessuno piangesse per lui. Testardo fino in fondo, aveva scelto il modo più assurdo per fuggire, perché in realtà cercava solo la morte. Isabel gettò via la lettera. Non ne avrebbe mai parlato a nessuno, neppure ai ragazzi. Lei e Raul erano di nuovo insieme, nonostante tutto. Dopo tanto tempo avevano ancora un segreto in comune e lo avrebbero conservato come un ricordo d’amore tra le pieghe della memoria.

esiste anche una traduzione spagnola pubblicata su Otro Lunes