giovedì 22 giugno 2017

Letteratura, chi ti s'incula?

Lo Scrittore Sfigato Episodio 58



Il serial più delirante del secolo sul mondo farlocco della letteratura italiana prosegue!
by Lupi production - www.infol.it/lupi

mercoledì 21 giugno 2017

Virgilio e i Cuentos Frios


Virgilio Pinera - Cuentos Frios
Pag. 160 - Euro 15 - www.edizioniilfoglio.com
Traduzione di Gordiano Lupi

UN RACCONTO DI VIRGILIO

Il signor Ministro (1947)
 

Il Ministro è ormai un'altra persona. Una lieve gaffe commessa in circostanze ambigue ebbe la virtù di capovolgere l'esistenza del signor Ministro. Al punto, che è di rigore tra i personaggi del governo, il corpo diplomatico accreditato, l'alta burocrazia, dire, riferendosi alla brillante carriera del signor Ministro: prima della gaffe e dopo la gaffe... Ma veniamo ai fatti.

No, veniamo prima al Ministro. Preciso, elegante, glaciale, discreto, logico. Signore e bambini. Amici potenti; potente lui stesso. Soprattutto, sicuro; molto sicuro di se stesso. "No, niente può accadere. Dal luogo in cui mi trovo fino a dove la vista può spaziare c'è un determinato numero di metri". Sempre sicuro. Certe parole per una cosa e certe altre per un'altra... Non si può negare che di fronte a un uomo simile sia doveroso inchinarsi.

Una sera, alle cinque in punto, il Ministro esce dalla sua casa. Dobbiamo evidenziare questo fatto, all'apparenza innocente, perché la sua uscita di casa alle cinque non ha niente a che vedere, non assomiglia per niente a tutte le altre uscite che dalle loro case alla stessa ora compiranno milioni di persone. No, il Ministro ha la sua uscita. L'uscita della sicurezza.

Quindi, come mi sento sicuro a raccontare questa storia!

Il Ministro uscì... Quella sera aveva il consiglio dei Ministri. La sera splendida. La città piena di bambinaie e di carrelli dei gelati. La vita splendida. L'autista guida sicuro, va così, gira là, ora si piega un poco, un colpo di clacson, l'auto si ferma. Il severo palazzo delle riunioni. Sono le cinque e mezza.

La sicurezza precede il Ministro. Tenete presente che il Ministro cammina sopra un tappeto di sicurezza. Non può fare un passo falso - impossibile! -, né inciampare - assurdo! -, né cadere in un'imboscata - sparati! -, né ricevere una cattiva notizia, - follia! -. E cammina. E saluta. E fuma amabilmente. E si avvicina a ogni passo più sicuro. Oltrepassa corridoi, lascia alla spalle sale, si allontana da rumorose anticamere. Tutto termina nel suntuoso salone delle riunioni. No, perché immaginare, perché speculare, no, in un istante la sicurezza lo depositerà lì (tranquillo e inguantato).

Ora entra, ora si introduce tranquillo e inguantato, chiude la porta. La mia narrazione quanto è sicura! Deposita la sua cartella sopra un tavolo, lascia il soprabito sopra una sedia, mette una mano qui, l'altra là. Niente meno che le mani del signor Ministro! Possiamo solo dire che automaticamente tutto il luogo è rimasto coperto di sicurezza. E allora il Ministro lascia vagare lo sguardo con eleganza davvero commovente. 

Lo sguardo vaga, vaga... Una vaga farfallina. Improvvisamente smette di vagare - oh, com'è sicura la mia narrazione! -. Lo sguardo si meraviglia, il signor Ministro si meraviglia. Quel che lo sguardo ha visto non è, per fortuna, la grande cucina del palazzo delle riunioni? La cartella non è, forse sopra una tavola per tagliare carni? Il soprabito sopra uno sgabello? E questa mano non stringe, inconsapevolmente, però stringe, una patata, e quest'altra, più in là, non mette in disordine alcune posate? 

Il Ministro non può negare l'evidenza: si trova nella grande cucina. Per la sua testa scorrono mondi, abissi. La situazione è abbastanza critica. E non si può indietreggiare, uscire, tornare suoi propri passi, spiegare. No! Sempre avanti! Più tardi verranno le spiegazioni, le lamentele, le battute, i nuovi giorni. Ma adesso il signor Ministro è nella grande cucina, intrappolato nella cucina. Continuano a scorrere mondi per la sua testa. Questa mano si muove, si muove l'altra. Pare che la sicurezza si impadronisca nuovamente del signor Ministro. Che ora si vede indossare il grembiule; si nota con il cappello in testa; sguscia uova e le sbatte con grande vigore; aggiunge prosciutto; patatine ancora profumate di terra; cipolle, sedano, farina di grano, sale. Tutto eseguito passo dopo passo; senza fretta, senza confusione. La sicurezza si rafforza. L'atto di lanciare la frittata in aria è un trionfo della serenità sul terrore. Adesso un'enorme fonte dorata la riceve. Il signor Ministro prende la fonte tra le sue mani. Adesso esce dalla porta. La sicurezza, come al solito, lo precede. E cammina, e avanza, e un odore delizioso si espande. Il mio racconto scoppia di sicurezza! Il Ministro oltrepassa corridoi, lascia alla spalle sale, si allontana da rumorose anticamere. Ormai la strada si presenta intrisa di una luce agonizzante. Infine la porta maestosa del palazzo. Alcuni passi ancora e il signor Ministro la traspone. La verniciata luminosa attende; l'autista accanto alla portiera. Il signor Ministro si lascia cadere, tranquillo e inguantato sulla sedia. La limousine parte. la sera splendida. La città piena di bambinaie e di carrelli dei gelati. La vita splendida. L'autista guida sicuro, va così, gira là, ora si piega un poco, un colpo di clacson, l'auto si ferma. La casa del signor Ministro. Sono le sei e mezza.

Dio mio, come mi sento sicuro di fronte ai miei lettori! Sono ubriaco di sicurezza! Il signor Ministro esce. L’auto, la sera, l’autista, il palazzo, la porta. Lascia al suo passaggio sale, rumorose anticamere, corridoi pieni di cortigiani. E avanza, e accelera. E sempre avanti. Ed entra. E lascia vagare lo sguardo. E lo sguardo vaga, vaga...  e lascia la fonte sulla tavola per tagliare carni. Si scoppia con tanta sicurezza! Uova, prosciutto, patatine, sedano, sale, cipolle. La sicurezza asfissia i miei lettori! La frittata in aria. La fonte dorata. Ingressi, anticamere, sale, la sera agonizzante, la porta, la limousine, l’autista, i carrelli dei gelati, le bambinaie. La sicurezza esplode come una bomba a mano! E io non posso più impedire che il signor Ministro non possa fare altro.

mercoledì 7 giugno 2017

Farsi insegnare la vita dalle sbarbine

Episodio 56
by Lupi

Il vuoto interiore

Lo Scrittore Sfigato - Episodio 55



by Lupi

Yoani e il populismo


La notizia: https://www.cubanet.org/noticias/yoani-sanchez-el-populismo-cubano-esta-llegando-su-agotamiento/


Il populismo sta finendo

Il populismo cubano sta finendo,
ve lo dice la blogger del momento,
la morte di Fidel sta eliminando
tutta l'incertezza e il malcontento.

Ora ci son io a portar democrazia,
prosperità, benessere e utopia.
Adesso sono arrivata alla mia meta
di blogger piuttosto rinomata.

Il populismo è morto con il Comandante
restiamo noi della rete a far collante
tra Stato, popolo bue che se ne frega
e tutta la gente che gli importa una sega.

Lo dice Montaner e pure Vargas Llosa,
Yoani non fare la pallosa,
a te interessano pecunia e valsente
e se non pagano, dopo chi ti sente!

Yoani, te lo diciamo in coro:
vaffanculo te con tutti loro!
E se poi ti resta un attimino
in culo vacci ancora un pochettino.

lunedì 5 giugno 2017

Yoani farlocca


Di ritorno da Imperia leggo la posta, spedisco pacchi, m'incazzo come al solito con tanta gente strana, chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, ma forse lo strano sono io. Tra tutte le cose strane, mi capita un avviso Google dove leggo che il giornalino farlocco di Yoani Sánchez esce in edicola a Cuba come settimanale. "Sonzogno o son desto?" avrebbe detto qualcuno... Cuba non era una dittatura dove non si poteva parlare? Ma la Sanchez può, pare. Mi vien fatto di pensare, così, en passant, ché io sono uno piccolo piccolo che conta proprio niente, che magari a me interessa davvero Cuba, in tutte le sue sfaccettature. Amo la cultura cubana, traduco Juana Borrero e Julian del Casal (Carneadi, chi sono costoro?), persino Félix Luis Viera e Virgilio Pinera, Heberto Padilla e Cabrera Infante. Altri, invece, pure molti cubanologi del cazzo di casa nostra - non faccio nomi - amano il giro economico che orbita attorno a Cuba. E fanno i soldi con Cuba. Bravi, "voi che siete capaci fate bene ad aver le tasche piene e non solo i coglioni...". Ah, L'Avana, mon amour, avrebbe detto Alejo, el amiguito mio Alejo.

Gordiano Lupi parla del Foglio a Imperia

Laura presenta il suo libro a Imperia




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lunedì 29 maggio 2017

Gaspar, El Lugareño: Un poema de Félix Luis Viera

Gaspar, El Lugareño: Un poema de Félix Luis Viera: Nota: Cada lunes la poesía de Félix Luis Viera. Puedes leer todos sus textos, publicados en el blog, en este enlace . Traducción al ita...


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mercoledì 24 maggio 2017

Lo Scrittore Sfigato si è rotto le palle

Episodio 53



by Lupi

Mi hanno rotto le palle





Mi hanno rotto le palle i fenomeni costruiti dalle grandi case editrici. Mi hanno rotto le palle i quotidiani cartacei, che ognuno dice la sua, ma non la verità, comunque mai i fatti separati dalle opinioni. Mi hanno rotto le palle i tuttologi e chi vive al cellulare, ché bisogna sempre essere connessi. Mi hanno rotto le palle gli scrittori contemporanei, che magari non leggono un libro ma scrivono una cazzata al mese. Mi hanno rotto le palle in molti. Mi rompo le palle anche da solo, a volte. Mi ha rotto le palle il giallo. Mi ha rotto le palle il noir. Mi ha rotto le palle il cinema italiano che prima si è giocato i generi e ora invece fanno i finti generi, ma in televisione. Mi hanno rotto le palle anche i presunti scrittori che s'informano su quanto costa pubblicare un libro. Con me, poi. Ah, mi hanno rotto le palle anche i registi del cazzo che girano film su cose che non conoscono. Due nomi a caso? Veronesi e Johnson. Mi hanno rotto le palle le veline opinioniste che mostrano le cosce in tv, così i maschi dopo si fanno le seghe. Mi hanno rotto le palle le belle fighe che scrivono un libro, ma tanto si sa che non l’hanno scritti loro, c'è sempre un negro dietro, ma i soldi sì, quelli vanno a loro. Mi hanno rotto le palle le famiglie allargate e le fidanzate di papà, ma pure i fidanzati di mammà. Mi hanno rotto le palle i figli fancazzisti, ché tanto è tutta colpa vostra, mi picchiavate da piccino. Mi hanno rotto le palle i cacacazzo e i fan della Cirinnà, che quando c'è un matrimonio gay sono tutti gay e poi fanno le corna alla moglie. Magari con un trans. Mi hanno rotto le palle i pacifisti che votano Grillo, come se fosse un pacifista, e anche i guerrafondai che votano Trump, ché lui sì, è un guerrafondaio. Mi ha rotto le palle la politica, che io non ci ho mai capito un cazzo. Mi ha rotto le palle la letteratura italiana. Come ha fatto, dici? Eh, lo so che non esiste. Non fare lo spiritoso. Mi ha rotto le palle quello che chiamano letteratura, i gialli del cazzo, le camillerate, il giovane scrittore che se la tira, i nani, gli elfi, le ballerine e i calciatori scrittori. E tu? Tu credi di non avermi rotto le palle? Certo che sì, amico mio. Ma ti sopporto, perché ti voglio bene. (Gordiano Lupi)

venerdì 5 maggio 2017

Yoani e le violazioni...


Tutte le donne vittime di violazioni dei diritti umani non ricevute da Bachelet.





http://ellibero.cl/actualidad/las-cinco-mujeres-victimas-de-violaciones-a-los-derechos-humanos-que-bachelet-se-ha-negado-a-recibir/


La mia risposta ironico - poetica


Se parlarti non vuole Bachelet
ci sarà un perché.
Forse sospetta che ci meni per il naso.
Forse non è il caso.
Forse sente puzza di pasticcio
e lei non è il tuo fantoccio.
Non conosco tutte queste signore
ma la Sanchez mi provocò stupore
e se le altre son come la bloggera...
maledetta primavera!
Far la vittima spesso è vincente
cara la mia eroina senza un dente
che a me mi fregasti bene
e son rimasto con le palle piene...
piene delle tue cazzate,
un mucchio di parole congelate.
Quindi non ti lamentare
pensa i tuoi soldi a spalare
fai come Paperon de' Paperoni
e non romperci troppo i coglioni!

sabato 22 aprile 2017

Calcio che passione!

Calciomania che mi contagia e che mi ha sempre contagiato, in fondo, visto che il mondo del calcio è stato il mio mondo dai 16 ai 39 anni. Adesso non seguo più il calcio importante, credo che sia una crisi di rigetto perché ha occupato troppo tempo della mia vita. Ma non posso fare a meno di seguire le gesta eroiche della squadra della mia città - l’Atletico Piombino -  che disputa l’Eccellenza Toscana e quest’anno si trova a un passo dalla Serie D. Come non posso resistere alla tentazione di sfogliare libri di ricordi calcistici che mi riportano al passato, cavalcando al contrario il percorso del tempo. 

E allora se arriva La religione granata di Nicola Morello (Yume Edizioni, 15 euro, pagine 180) corro subito a sfogliare le pagine che riguardano Aldo Agroppi e Lido Vieri, calciatori piombinesi che hanno fatto grande il Torino, protagonisti di alcuni miei libri di fiction (Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino), e mi dico che quando vedo Agroppi magari glielo regalo, questo libro, ché sono sicuro gli farà piacere. La religione granata non è consigliato per coloro che vedono il mondo in bianco e nero, ma è un affresco imperdibile che racconta l’universo granata, dalla strage di Superga ai tempi di Sala, Pulici, Graziani, Mondonico, Radice e compagnia cantante… 


Fabio Belli e Marco Piccinelli, invece, pubblicano Calcio e martello - Storie e uomini del calcio socialista (Rogas edizioni, pag. 105, euro 10,90), un libro un tantino più ideologico e meno di cuore, ma interessante per come compone un affresco storico - sociale che va dall’Ungheria di Puskas alla Polonia di Lato, passando per il Perugia di Sollier e l’Urss del portierone saracinesca Lev Yashin. Indovinatissimo il titolo. Edizioni Incontropiede non finisce di stupirci con l’idea innovativa delle guide di secondo livello che affiancano le guide classiche, tascabili, guide di città europee che tratteggiano itinerari calcistici imperdibili per l’appassionato. 
Primi due volumi Zagabria e Lisbona, a cura di Alberto Facchinetti (factotum della casa editrice e grande esperto di calcio), Jvan Sica e Enzo Palladini (ha contribuito solo per Lisbona). Prezzo economico: 12,50 per 120 pagine in formato tascabile. Unica pecca: poche fotografie e piuttosto scure. Ma i librettini sono pieni zeppi di curiosità, dalla storia di Benfica, Sporting, Belenenses e il ricordo degli stadi dove giocò il Grande Torino, passando per il mito di Eusebio, per toccare i luoghi simbolo della Zagabria calcistica, narrando le stagioni della Dinamo di Jerkovic e Boban. Molte interviste. Rileggere questi libri è per me fare un tuffo nel passato, addentare una madeleine, lasciarmi tentare dal sapore del  tempo perduto. E per un attimo mi rivedo a correre sui campi della Terza Serie, magari quelli assolati e sterrati del Sud che ho sempre amato, campetti dove ho lasciato il cuore e che di tanto in tanto torno  frequentare, in sogno o nei romanzi, grazie a personaggi che sono di fantasia solo per il lettore ma che rappresentano la mia vita. Tanto lo so che il tempo perduto non torna. E allora non resta che leggere e sognare.

venerdì 14 aprile 2017

Una vampata d’amore (1953)

di Ingmar Bergman


Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl - Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg.  Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell.

Una vampata d’amore - meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni - non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e  imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.
Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg) è il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie - che rimpiange non per amore ma per la vita borghese - con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.
Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. la sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.
Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma - narrato in un breve flashback - per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.

giovedì 13 aprile 2017

Si può dichiarare il proprio amore a un'isola?

Logus mondi interattivi editoria digitale: Si può dichiarare il proprio amore a un'isola?: Inauguriamo il nostro blog " a porte aperte" con un articolo di Gordiano Lupi , autore, traduttore, blogger (su e per Cuba) e d...


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giovedì 6 aprile 2017

Lo Scrittore Sfigato va al cinema

Episodio 44


by Lupi

Degni di nota



Andrea Mirò e Alberto Patrucco
Degni di nota - tra Gaber e Brassens 
 
Teatro dell'Olivo a Camaiore, in provincia di Lucca, uno di quei piccoli gioielli che non ti aspetti in una provincia versiliese montana, una bomboniera di palcoscenico, tra palchetti e piccola platea. Bellissimo. E poi uno spettacolo di altissimo livello culturale, capace di unire leggerezza a impegno, di coniugare il minimalismo di Brassens con il massimalismo di Gaber, in un alternarsi di voci femminile (Mirò) e maschile (Patrucco) sempre all'altezza dei testi e delle musiche. Tutto molto bello in questa produzione teatrale diretta con mano salda da Emilio Russo, due anni di lavoro tra traduzioni, arrangiamenti e allestimento, ma i frutti si vedono. Un recital giocato sul filo dell'ironia e del sarcasmo, senza mai eccedere, graffiante critica di una società post consumistica che ha perso valori e punti di riferimento, frecciate contro televisione e pseudocultura, ma anche frizzanti punzecchiature politiche a base di nonsense, assonanze, giochi di parole. Umorismo colto, molto inglese, ma soprattutto anarchico, alla Gaber - Brassens, veri protagonisti della serata. Testi di Alberto Patrucco - istrionico attore che quando canta ricorda il grande De Andrè -, traduttore e arrangiatore del Brassens meno noto, quello inedito, mai sentito in italiano, che in passato si è tolto pure la soddisfazione di andare a recitare il suo poeta preferito a Parigi, in italiano. Tredici testi che si fondono con le parole di Gaber fatte rivivere dalla splendida voce femminile di Andrea Mirò, calda e intensa, graffiante e dura quando serve. Uno spettacolo che non è mai retorico e celebrativo, ma che fa rivivere parole musica di due artisti del secolo scorso, in un modo o nell'altro capaci di lasciare un segno indelebile nella nostra cultura. E i testi comici si uniscono bene alla poesia - canzone, perché sono in linea con la poetica anarchica dei due grandi Giorgio (italiano e francese) del Novecento, illuminanti e profondi per quanto è vuoto e superficiale il periodo storico che stiamo vivendo. Se la televisione facesse ancora cultura, come un tempo, invece di ospitare idioti che naufragano per finta in un'isola dei Caraibi, sarebbe uno spettacolo da proporre in prima serata. Alla fine il pubblico applaude a scena aperta e gli attori concedono un bis. Successo meritato.

venerdì 17 marzo 2017

Il cielo sopra Piombino e Il Tirreno



Il Tirreno del 16 marzo 2017



La copertina in formazione...

Il giudizio di Fabio Canessa (amico e critico cinematografico): "Caro Gordiano, ho visto il trailer del film e mi ha emozionato davvero: il mix tra le immagini che fanno sembrare inedita e fragrante una Piombino ben nota e il testo bellissimo e struggente funziona a meraviglia. Mi fa davvero piacere presentarlo, magari invece proprio al Metropolitan o in Sala Consiliare. Se non lo merita un lavoro così... quindi sono disponibilissimo. Decidiamo insieme una data, appena avrete ultimato il film".

martedì 14 marzo 2017

A Cuba ci son le puttane






Oggi leggo che Yoani
non si lava mai le mani
quando a Cuba lei ti dice
che la donna è meretrice.
 
Yoani, ragazza meraviglia,
non la madre, non la figlia,
ma la nonna era puttana
di questa piccola cubana!
 
Yoani, provetta giornalista,
è la prima della lista
la sua prosa ti conquista
anche se diventi trista...
 
La sua forte sensazione
è che ci sia prostituzione
e la colpa, ormai è sicura 
è tutta della dittatura! 
 

La puttana capitalista
forse è un poco meno trista?
A Santo Domingo le puttane
son tutte filoamericane?
 
Una cosa poi è sicura,
la tua fica fa paura,
tu puoi stare ben tranquilla
che nessuno ti titilla
 
né il buco né la tana,
né ti alza la sottana
per vedere che la grana
tu l'hai fatta da puttana...
 
Puttana di parole,
puttana senza prole
da sfamare e da cullare,
ma padrone da omaggiare.





L'articolo di Yoani la bloggera:



https://www.lapatilla.com/site/2017/03/12/yoani-sanchez-cortesanas-de-la-utopia/

Guido Catalano poeta de sta' cippa

Episodio 36



by Lupi

giovedì 9 marzo 2017

La versione di Gipo


 
In Italia il calcio è lo sport più popolare, ma sia in letteratura che al cinema non ha mai riscosso grandi successi, nonostante buone opere come Azzurro tenebra di Arpino e Ultimo minuto di Avati. Vogliamo peccare di immodestia e metterci anche il mio Calcio e acciaio, selezionato al Premio Strega nel 2014? Facciamolo. Tanto non costa niente. Aggiungo che il calcio ha dato vita a gustose parodie cinematografiche come Il presidente del Borgorosso con Sordi, I due maghi del pallone con Franco & Ciccio, L'allenatore nel pallone interpretato da Banfi e Mezzo destro e mezzo sinistro con Gigi & Andrea. L’elenco non sarebbe finito, anche se di successi veri e propri - se non in ambito comico - non ce ne sono mai stati. Come dice Pupi Avati, la gente il calcio lo vuol vedere allo stadio, partecipando al rito collettivo della gara calcistico, non leggerlo tra le pagine di un libro o guardarlo in un film. Forse ha ragione il grande regista bolognese, ma per me cresciuto a pane, calcio e fumetti (educazione postmoderna!) il calcio resta affascinante anche da leggere, da scrivere e da vedere nella sala di un cinema di periferia (ce ne sono ancora?). Alberto Facchinetti deve pensarla come me, se ha messo su una casa editrice che pubblica solo libri di calcio e se scrive quasi esclusivamente biografie romanzate, affascinanti come quelle su Julio Libonatti e Vittorio Scantamburlo (lo scopritore di Del Piero), documentate ed esaustive come la sua ultima fatica: La versione di Gipo. Titolo azzeccatissimo, che ricorda un romanzo di successo, ma che in realtà nasconde la vita avventurosa del grande Gipo Viani. Certo, ai ragazzini che seguono il calcio artefatto dei nostri tristi anni Duemila - che a me interessa zero, dico la verità - è un nome che non dirà niente, ché non si faceva tatuaggi e non si scopava le veline, ma era soltanto uno capace di lavorare sodo. Facchinetti ripercorre l’epopea di un calciatore di buon mestiere, ma soprattutto di un grande allenatore, inventore di nuove tattiche e schemi, vero e proprio punto di non ritorno tra il calcio del passato e quello degli anni Sessanta, dove sono cresciuto anch’io, prima modesto calciatore poi arbitro della vecchia Lega Semiprofessionisti. Viani si racconta, come in un'immaginaria intervista, come se stesse scrivendo brani di diario della sua vita, tracciando brandelli di un’esistenza che attraversa tutto il calcio italiano degli anni Sessanta. Un libro che fa tornare alla memoria nomi troppo amati da un bambino che collezionava figurine Panini e che ci giocava nel tinello componendo formazioni e inventando immaginarie partite: Rocco, Rivera, Janich, Brera, Pascutti, Carniglia, Nicolè, Pelé... e poi si parla del Milan, del Bologna, della Nazionale, della coppa dei Campioni dei tempi in cui si fremeva nell’attesa di vedere la partita televisiva del mercoledì. Insomma, La versione di Gipo è un libro che profuma di tempo perduto per noi che siamo nati negli anni Sessanta (io nell'anno zero!), che fa commuovere mentre pensiamo a quanto eravamo ingenui e a quanto fosse genuino il calcio d'allora. Tornare indietro è impossibile, quel bambino non può riprendere la pallina del calcio balilla per giocare partite sulle mattonelle, immaginando Peirò centravanti dell’Inter e Pizzaballa portiere del Verona. Ma leggere questo libro ci fa star bene. E tanto basta.

Alberto Facchinetti
La versione di Gipo
Edizioni Incontropiede – www.incontropiede.it
Pag.- 170 - Euro 16,50

Il fumetto e lo Scrittore Sfigato

Episodio 35



by Lupi

Le Mille e una Notte di Toppi



Sergio Toppi (1932 - 2012) è uno dei grandi nomi del fumetto italiano degli anni Sessanta e Settanta - quando era un genere vitale e popolare non roba d’elite come adesso - uno che può stare alla pari con Hugo Pratt, Dino Battaglia, Milo Manara e Guido Crepax. Eppure molti se ne sono dimenticati, come capita spesso a grandi autori che sono stati il fulcro della nostra letteratura per immagini. Non io, cresciuto a pane e fumetti, senza per questo disdegnare i classici e i romanzi contemporanei, frutto come sono di una sana educazione postmoderna. Toppi aveva il vantaggio di scrivere per il Corriere dei Ragazzi, per riviste considerate educative, rifaceva a fumetti i racconti di Buzzati, le Mille e una notte, scriveva racconti storici insieme a Mino Milani… Mio padre era un suo fan sfegatato, diceva che era un disegnatore che si rifaceva alla vecchia scuola del fumetto americano. A mio parere non è così vero, con Toppi siamo dalle parti dell’espressionismo tedesco e del realismo magico sudamericano. Toppi - per fortuna - non è stato dimenticato neppure da un piccolo editore colto e capace come Nicola Pesce, che dopo aver riscoperto Dino Battaglia prosegue nella sua opera meritoria di ristampare grandi opere del fumetto italiano. Il primo volume della collana Toppi è Sharaz-De, un modo agevole per avvicinare i ragazzi alla complessa lettura de Le mille e una notte, sceneggiate per immagini con estrema cura e con una ricerca linguistica certosina. Il libro di NPE è stupendo, grande formato, rilegato, molte pagine a colori, dipinte ad acquarello, tanti originali in bianco e nero, schizzate con il tratto inconfondibile dell’artista milanese, stilizzato e nervoso, a base di chiaroscuri.  Ottimi apparati critici, con una dotta introduzione di Matteo Stefanelli e un’intervista che Toppi ha rilasciato a Mariangela Rado, l’8 marzo del 2010, due anni prima di morire. Il nostro premio Yellow Kid 1975 fa sfoggio di modestia, dice di non ritenersi un maestro e di aver cominciato a disegnare fumetti per necessità, imitando modelli di autori più esperti. La collana dedicata a Toppi andrà avanti con Blues, Bestiario, Naugatuck 1757, Chapungo, Ogoniok, Il dossier kokombo, Il Dio minatore, Krull, Il Collezionista, Colt Frontier, Tanka, Warramunga, La leggenda di Potosi, Sic Transit Gloria Mundi… l’archivio di cui dispongono gli eredi è sterminato. Per fortuna recuperabile, perché in certi casi non si riescono a ristampare vecchi fumetti per un problema di diritti, come nel caso dei fumetti Bianconi, dove ci sarebbe del buono da recuperare. Lasciatemi dire che i grandi editori hanno abdicato al loro compito istituzionale di fare cultura e che per fortuna esistono piccole e dinamiche realtà come la Nicola Pesce Editore. Se così non fosse, saremmo nelle mani di chi sforna prodotti commerciali, li presenta al Premio Strega per allargare la platea dei possibili fruitori, spacciando per arte dei patetici quanto sterili virtuosismi.

Sergio Toppi
Sharaz-De Le mille e una notte
NPE – euro 29,90 – pag. 255


domenica 5 marzo 2017

Il cielo sopra Piombino




In post produzione il docu-letterario di Stefano Simone
Soggetto e Sceneggiatura di Gordiano Lupi

È in fase di post produzione il documentario letterario di Stefano Simone intitolato Il cielo sopra Piombino, basato su testi di Gordiano Lupi (alcuni originali, altri tratti da Calcio e acciaio e Miracolo a Piombino), musiche di Federico Botti, fotografie di Riccardo Marchionni, voce narrante di Federico Guerri. Dargys Ciberio è l’unica attrice del film, rigorosamente non professionista, calata in un ruolo di muto Virgilio al femminile per accompagnare lo spettatore nel percorso poetico. La vera protagonista del film è Piombino.
Un documentario insolito, che si pone come punto di riferimento Pier Paolo Pasolini e i documentari poetici su Roma, Ostia, la periferia decadente, la spiaggia proletaria, i ragazzi di vita, l’alternarsi (in perfetto equilibrio) di bellezza e decadenza. Il cielo sopra Piombino - il titolo è un chiaro omaggio a Wim Wenders - prende per mano lo spettatore e lo porta a conoscere splendore e degrado, calette rocciose nascoste in anfratti di mare, ferrovie abbandonate, porto industriale e tombe etrusche, porticciolo mediceo, un vecchio stadio dove un tempo fu sconfitta la Roma, golfo di Baratti e altiforni spenti. Regista e sceneggiatore fanno pulsare l’anima di una cittadina industriale e marinara, riescono a far affiorare tra le pieghe delle immagini il tempo perduto di proustiana memoria. Un documentario non turistico, come molti ne sono stati fatti per illustrare la bellezza di una città di mare, ma letterario, scritto e girato per mostrare il vero volto di Piombino, cartina di tornasole di una provincia vitale, mai doma e abbandonata a se stessa. Un volto poetico e disperato, sognante e realista, ambizioso e decadente, languido e intrepido, memore del passato ma proteso verso il futuro. Gli autori sono convinti che dal contrasto nascano arte e letteratura, ma anche che la vita pulsi ogni giorni per strade di contraddizioni insolubili. La musica suggestiva e melodica di Federico Botti contribuisce a creare un clima di ricordi e sogni, un sottofondo di parole poetiche che introducono e chiudono una passeggiata nei luoghi più significativi di una provincia che non deve essere dimenticata. Il cielo sopra Piombino inaugura la sezione Fogliocinema, che proseguirà con il nuovo film di Roger Fratter e con una collana dedicata alla ristampa anastatica di tutte le opere del regista indipendente bresciano.



Le bocche di leone
(tratto dal soggetto del film)

Fare colazione con le bocche di leone, nome che ricorda una pianta di primavera e che in quest’angolo di Maremma indica un dolce da forno del passato. Ho scoperto che vendono ancora le bocche di leone in una panetteria del centro, in Piazza Gramsci, vicino all’orribile fontana in marmo disegnata da chissà quale artista che getta scrosci d’acqua in una pozza stagnante circondata da bambini. In alto ci sono ancora tre orologi disposti ad angolo, che ricordano il vecchio nome della piazza, prima della liberazione. Le bocche di leone sono le mie madeleines, meno nobili, certo, ma contengono un passato di bambino che fa colazione a scuola dopo aver scartato l’involucro giallastro e morde un dolce prelibato. Pasta reale modellata a forma di brioche, farcita di burro e panna, schizzata di alchermes, divisa in due, aperta come la bocca di un leone che sorride e mostra la dentatura. Alchermes fatto con acqua di rose, come ai tempi di Caterina de’ Medici alla corte di Francia, cannella, vaniglia, cocciniglia, cardamomo, chiodi di garofano, alcol e zucchero. Le mie bocche di leone hanno un sapore dolciastro e lieve, ricordano l’infanzia, morso dopo morso. Ti senti pervadere dal profumo del passato addentando la sostanza burrosa che si fonde con la pasta reale e il liquore rosso, rivedi la Pasticceria Pastori all’angolo del corso, dove si radunavano i ragazzi dopo la scuola per tirare tardi al pomeriggio, vasca dopo vasca. Ripensi a tua madre in un piccolo negozio Coop che non esiste più, alle prese con i conti da far tornare, mentre compra la merenda per scuola e ti dà un bacio quando oltrepassi il grande cancello in ferro battuto. Ritrovi un forno del centro dove una signora tastava pani da un chilo prima di servirli, incurante delle regole di igiene, come se li avesse dovuti mangiare lei. “Un bel pane cotto a legna per questo bimbo”, diceva. La bocca di leone veniva dopo, la incartava a parte, avendo cura di non far appiccicare il prezioso contenuto nella confezione.
Non hanno più il sapore d’un tempo le mie bocche di leone, proprio come i semi di zucca che ogni tanto provo a comprare, non sono gli stessi che vendevano al cinema Sempione prima del doppio spettacolo domenicale. Il tempo passa e i sapori cambiano, oppure siamo noi che cambiamo e cerchiamo le madeleines della nostra vita per fermare il tempo, sapori e odori che non torneranno, ricordi confusi nella memoria, sogni di bambino. E allora addento quella pasta dolciastra acquistata nella panetteria di Piazza Gramsci, gusto lo sciroppo rossastro confuso tra panna, burro e pasta reale, trovo un sapore amaro che non ricordavo, un sapore strano, come di tempo che scorre tra le dita come sabbia e non lo puoi fermare, un sapore di rimpianto.