giovedì 30 dicembre 2010

La vera sanità cubana


Infermiera in accettazione ospedaliera al paziente infortunato: - Deve portare bisturi, pinze, siringa, filo, aspirina, forbici, asciugamano, lenzuola, antibiotici, bende e una lampadina.
Jardim - El Nuevo Herald del 30/12/2010
Gordiano Lupi
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martedì 28 dicembre 2010

Leonardo Padura Fuentes e il cambiamento cubano

Leonardo Padura Fuentes: “La mia generazione non è pronta per il cambiamento”

Il romanziere cubano Leonardo Padura - edito in Italia da Marco Tropea - ha detto che “la generazione cresciuta con la rivoluzione di Fidel Castro subirà uno choc per l’urgenza di riciclarsi a causa dei cambiamenti economici previsti dal governo di Raúl Castro, che esigono nuove risposte e non vecchie parole d’ordine”.

“Quante persone che appartengono alla generazione che va dai 45 ai 55 anni sono nelle condizioni fisiche e psicologiche per riciclarsi nel nuovo modello economico che si sta organizzando?” si chiede Padura Fuentes in un articolo pubblicato sulla rivista telematica Observatorio Crítico.

Tra le misure per rendere efficiente l’economia è in corso il licenziamento di 500.000 lavoratori statali, che dovranno cercare un’alternativa nel lavoro privato o cooperativo, o in settori statali come l’edilizia e l’agricoltura.

“Quanti possono diventare agricoltori, costruttori, poliziotti o lavoratori privati, tenuto conto dell’età e delle capacità?”, si domanda lo scrittore sul portale observatoriocriticodesdecuba.wordpress.com.

Leonardo Padura Fuentes ha 55 anni e afferma di far parte di quella che definisce “la generazione nascosta, per la sua proverbiale mancanza di volto pubblico e per l’incapacità di compiere le proprie scelte per il futuro in una società che è stata sempre rigidamente regolamentata”.

Lo scrittore aggiunge: “Adesso la mia generazione deve tentare di trovare il suo posto in un sistema competitivo, caratterizzato da nuove imposte e dalla presenza di nuove generazioni più preparate ad accettare il cambiamento”.

Leonardo Padura Fuentes è un intellettuale responsabile che ha scritto romanzi interessanti per affrontare i temi scottanti della Cuba contemporanea. Le sue domande non sono certo interrogativi retorici…

Gordiano Lupi
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Contadina di Centro Avana

di Yoani Sanchez

da Voces n. 4 – Dicembre 2010 - rivista cubana indipendente

Cayo Hueso ti si infila sotto le unghie, ti si appiccica alla pelle con il tipico odore di kerosene e di acqua di fogna che lo distingue dai quartieri di Vedado e Cerro. Gli spazi della mia infanzia avevano il puzzo e il grigiore proveniente da un asfalto dove non si estendeva mai l’ombra degli alberi. Perché nel mio quartiere il verde più vicino si trovava al parco Trillo, unico luogo dove gli uccelli potevano rifugiarsi sopra un ramo.

Sono nata in un’isola compresa tra calle Infanta e la frontiera di Belascoaín, dove andare un passo oltre la tortuosa Monte o la Galiano piena di negozi, era come uscire dalla città, avventurarsi in periferia. Sono stata “una contadina di Centro Avana”, perché gli altri municipi mi sembravano così lontani come se per raggiungerli avessi dovuto prendere il treno che portava il latte. Ricordo il mio primo viaggio verso La Rampa e l’incanto di fronte all’enorme contrasto con la mia calle Jesús Peregrino, così anonima e noiosa da far sembrare immenso un edificio di tre piani. Essere un paesano del centro, un cittadino metropolitano, è il destino di chi ha il calcagno macchiato dalla polvere di San Lázaro e dalla ruggine di Carlos III.

Il quartiere come un isolotto e alla fine un enorme lavatoio, dove sempre qualcuno strofinava un lenzuolo. La vecchia casa in affitto divisa alla meglio chiudendo porte tra le stanze e ogni pezzetto difeso con forza dalle mire espansioniste dei vicini.

In una delle stanze un paio di bambine curiose, con le braccia allenate a trasportare secchi pieni d’acqua prelevati dalla cisterna, discutevano con le donne più rozze del condominio. Corridoio stretto, rum, partite di domino tra grida iniziali e finali, per concludere con la rissa, il coltello estratto al momento giusto, il grido di “tienimi cazzo, perché lo uccido”.

La fessura della porta come un posto in prima fila per assistere allo spettacolo della violenza. Alla donna di fronte ammazzarono il marito a colpi di machete e lei si salvò per miracolo, perché portava alcuni bigodini russi sulla testa che fermarono la lama prima di raggiungere il cranio. Due fratelli combattevano tra loro usando tubi al neon e le ferite si rimarginavano con difficoltà, per colpa - diceva mia nonna - di quella polvere bianca che contenevano le lampadine. La nostra vicina sniffava colla e dopo cadeva in un letargo che io e mia sorella mettevamo in relazione con la fame, perché si avvicinava alla nostra finestra implorando un po’ di zucchero.

Se sei cresciuto a Cayo Hueso tutti credono che porti il coltello al fianco e il pugnale nascosto in una calza. Ti osservano con la commiserazione riservata a un condannato pure se coniughi bene i verbi, pronunci la “r” e tieni lontano il gesticolare da strada, vera e propria difesa contro le aggressioni. Ti guardano e chiedono: “Sei di Centro Avana, vero?”, come se immaginassero il rumore di ciabatte nel corridoio, la parolaccia lanciata contro chi getta un mozzicone di sigaro sui panni tesi ad asciugare e l’andatura da guappo con i gomiti distanti dal corpo a ogni passo.

Una marginalità che nasconde tutto, dove è più facile soccombere che riuscire a fuggire. Quando frequenti l’università ti rendi conto che nessun ragazzo delle abitazioni popolari che abbondano nella tua strada siede tra quei banchi. “Perché devi andare tutti i giorni a scuola?”, mi chiedeva mia madre, in un luogo dove dedicare un pomeriggio a leggere un libro era un segno di debolezza, una provocazione più rischiosa che mettersi a discutere con il guappo del quartiere.

In un posto come questo la frattura tra la realtà dei discorsi, delle parole d’ordine, e la vera realtà composta di attaccabrighe e degradazione era ancora più notevole. I miei genitori si ostinavano a non farci sedere sul bordo del marciapiede della strada, come se evitando di vedere le cunette grigie non venissimo a sapere che vivevamo a Comala, il posto dei morti viventi, la riserva che nutre le prigioni, un altro pezzo di città dove l’apatia è a un passo e la bara a due.

Traduzione di Gordiano Lupi
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giovedì 23 dicembre 2010

Yoani Sanchez, fotografata da Alessandro Scotti


Yoani Sanchez sui tetti dell'Avana, nel terrazzo della sua casa che scopre Piazza della Rivoluzione. Capelli scompigliati dal vento caldo di un'eterna estate tropicale. Alessandro Scotti -grande fotografo milanese - l'ha immortalata per Wired. Una stupenda immagine per augurare a tutti un Natale di libertà e tolleranza.

Gordiano Lupi
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lunedì 6 dicembre 2010

Gugulandia en italiano, por la editorial Cagliostro Press



PRÓLOGO


De la sutileza a la evidencia

Por Yoani Sánchez

Como en cada cosmogonía que se respete Gugulandia es un espejo de todos los universos posibles. La sílaba gu simboliza el primer intento humano de comunicarse con sus semejantes así que éste es el país de los que dialogan, de los que hacen preguntas y ensayan respuestas, donde no falta la inocencia y la ambición, el miedo, la soberbia y los infinitos problemas que la convivencia crea entre la gente de todos los tiempos.

Siete personajes le bastaron a Hernán Henríquez (La Habana, 1941) para el génesis de este mítico y remoto paraje de la historia humana: El rey, el brujo, el artista, el cazador, el guerrero, la mujer y un niño, a quien apodan “el piraña” por su voraz apetito. También estaban “los placatanes”, esos enormes animales que unas veces perseguían y otras alimentaban a la tribu, pero todo esto contado en las páginas de la prensa oficial cubana entre 1964 y 1980, posiblemente los años de mayor intolerancia del proceso revolucionario.

Se tenía que ser profundamente malpensado, tener vocación de Torquemada, para encontrar en estas historietas algo que contradijera la ideología del Partido, pero también se tenía que ser muy tonto para no darse cuenta de las segundas y terceras lecturas que subyacían detrás de aquellos dibujos en los que una sonrisa, una mueca o una mirada de sospecha subrayaban o matizaban las palabras. “Demasiado sutil”, decían los críticos de entonces, pero en medio de tan largas ovaciones aprobatorias, de tantos aplausos prolongados; conviviendo con la permanente apología que inundaba las otras páginas, Gugulandia era portadora de un mensaje tan fresco y alentador que terminaba siendo contestario.

En 1966 la historieta fue llevada a la pantalla grande, entre otras cosas porque su autor había comenzado su vida laboral en 1959 como dibujante de animados en el Instituto de Cine. A comienzos de 1977, los héroes de esta preficción aparecieron en 25 historietas, con una altura de once metros cada una, en una espectacular exposición titulada “El trabajo hizo al hombre”, ni más ni menos que para saludar el dieciocho aniversario del triunfo de la revolución, visitada en tres meses por más de 150 mil personas en El Pabellón Cuba, el más importante centro expositor del país.

Como muchas otras cosas los gugus se marcharon del país en 1980. Para las personas de mi generación que solo alcanzamos a ver aquellas tiras siendo niños, Gugulandia era una referencia en las conversaciones de la gente de más edad, que siempre hablaban del tema con cierto aire de superioridad, como si a los que llegamos después nos faltara algo insustituible por habernos perdido estas escenas de cuando la furia de los placatanes imperaba sobre la faz de la tierra.



Del otro lado Gugulandia encontró nueva vida. Nunca antes se había visto con colores tan nítidos, ni con la libertad que permitía exponer las ideas desembozadamente. Como ya no era necesario ser sutil enfrentó el riesgo de volverse, según los actuales críticos, “demasiado evidente”. De lo que no pudo separarse es de su gracia, proveniente de la idea original de presentar un mundo en el que se cuenta cómo se inventaron las cosas que hoy conocemos, sin que falten los humorísticos anacronismos, las falsas interpretaciones y la permanente sorpresa ante lo que se descubre. Un mundo donde los hombres elementales encuentran sus verdades gracias al error y la crítica, donde la comunicación, nacida del gu primigenio es lo más importante.

Este libro que me han honrado en prologar solo podrá entrar a Cuba de forma clandestina. Otra generación de lectores se complacerá en pasarlo de mano en mano, tal vez envuelto con la carátula de algo más inocente. Tendrá seguramente otra legión de admiradores.

mercoledì 1 dicembre 2010

La vida exiliada de Cabrera Infante (III)

La revista y el suplemento cerrarán. Demasiado independientes e idealistas, lejos de las ideas de Fidel Castro, que no considera las instancias de libertad o de desarrollo cultural. El intelectual tiene el obligo de quedarse en el binario marcado por la Revolución, como también entenderá años después Herberto Padilla, condenado y aislado por el coraje de su Fuera del juego. Entre Guillermo Cabrera Infante y el régimen de Fidel Castro hay sólo una breve luna de miel, al final de la cual cada uno seguirá por un camino distinto. Un cortometraje de 1960 que dibuja la diversión de un grupo de habaneros es el elemento que provocará la ruptura, porqué rodado por Orlando Jiménez Leal y Sabá Cabrera, hermano del escritor. A Fidel no le gusta, no tiene intentos didácticos, no sirve para educar a la rígida moral comunista, más bien describe la mala conducta de la sociedad habanera. En 1961 el cortometraje es secuestrado y prohibido, así que Guillermo revive, en la piel del hermano, la misma situación de dolor vivida durante la dictadura de Batista. La censura todavía existe y desgraciadamente más fuerte que antes, los que detienen el poder quieren callar los incómodos intelectuales. Guillermo critica esta decisión en las páginas del Lunes de Revolución, pero el único resultado que obtiene es el cierre de la revista. Fidel ya tiene listo el nuevo diario del partido único, que llamará Granma con el suplemento semanal Juventud Rebelde, alma de los jóvenes comunistas. Ésta es la nueva prensa cubana, lejana a cualquier forma de expresión de ideas y dirigida por directivas gobernativas. En la Revolución, los intelectuales ya no tienen libertad y Fidel Castro lo hace entender claramente en una frase que bien sintetiza el famoso discurso Palabras a los intelectuales, hecho el 30 de junio de 1961: “ Dentro de la Revolución todo es permitido, fuera de la Revolución, ¡nada!”


De hecho, con esta frase empieza el exilio de Guillermo Cabrera Infante, exiliado a Bruselas como encargado cultural por la embajada cubana porque incómodo en la capital Habana. En Bélgica escribe Un oficio del siglo XX (1963), quedándose en la capital con las dos hijas y la segunda mujer Miriam Gómez. Claramente, Bélgica para un cubano es la otra cara de la luna, pero Guillermo acepta el exilio con buena voluntad. Vuelve a Cuba en 1965, fecha de la muerte de su madre, pero es encarcelado por contraespionaje y se quedará en la cárcel cuatro meses. A la vuelta, además de la aventura en la cárcel, Infante se da cuenta de que la Habana ha cambiado, transformada por la dictadura en una ciudad triste, recorrida por hombres y mujeres que andan como zombies. No reconoce la ciudad llena de luces y de vida que había dejado moviéndose a Bruselas. Se da cuenta que ya no puede vivir en Cuba y la única elección que tiene es la de volver a exiliarse. Vive en Madrid y en Barcelona, pero España no es la solución ideal porque allí también opera un dictador, Franco, que no está de acuerdo con su pensamiento. La elección definitiva es Londres, tan diferente de su Habana, pero libre, donde hablan un idioma diferente pero que aprenderá tan bien y que le permitirá escribir libremente. Cabrera Infante se siente solo sin su gente, ama los cubanos, como bien notamos en Tres Tristes Tigres, una novela compleja escrita en los dialectos hablados en Cuba, que utiliza juego de palabras y diferentes recursos lingüísticos. El autor ama esta manera de escribir y la utiliza para transmitir el vínculo profundo con la tierra que lo ha parido, con una isla que hace del caos la manera de vivir, poblada por personas que se enfrentan a la vida con confianza, sin planes, burlándose de la realidad, en vez de aceptarla dramáticamente, transformándola en una oportunidad para sonreír.

En 1968 la revista Primera Plana realiza una serie de entrevistas a escritores suramericanos que viven en Europa. En una de estas entrevistas Cabrera Infante expresa públicamente sus perplejidades acerca de las contradicciones de Cuba y del castrismo. Es la primera vez que cuenta su encuentro con una Habana triste y desagradable, pero lo hace con la prensa internacional y la cosa preocupa bastante en Cuba. Infante es expulsado por la Unión de los Escritores y Artista de Cuba (UNEAC) y es declarado traidor de la patria. El escritor decide que su futuro tiene que ser libre, que ya no tiene cadenas de vínculos y regímenes dictatoriales, la única cosa que quiere es poder expresarse con libertad y sin miedo. El ostracismo de Fidel Castro sirve sólo para amargar su estancia lejana que perdurará hasta la muerte.

En 1968 publica en Londres Tres tristes tigres, primera novela de éxito, que el mismo autor llama TTT y que en origen se llamaba Ella cantaba boleros. La novela es una nueva versión de la vieja obra Vista del amanecer en el trópico y se caracteriza por el uso de un lenguaje ingenioso que introduce muchos cubanismos del habla común y añade además citas de otras obras literarias. Tres tristes tigres cuenta la vida nocturna de tres jóvenes en la Habana de 1958, y no obstante fue calificada desde el gobierno cubano como contrarrevolucionaria y fue prohibida en todo el territorio nacional. El destino de un verdadero escritor es lo de ser contrario al poder, Cabrera Infante no es una excepción y como si fuera un nuevo Heredia deja una huella indeleble en la cara del tirano. La vida de Cabrera Infante transcurre en la gris Londres, entre las aficiones de toda la vida, el cine y escribir, compone guiones y escribe The Lost City, la película de su vida hecha por Andy Garcia que critica en cada ocasión posible el régimen castrista. Desgraciadamente no tendrá la suerte de llegar a tiempo para verla.

Nunca más volverá a Cuba, fiel a sus ideas y a una rígida rectitud moral. Vive para sus obras y para el cine, polémico y excelente, irónico y manipulador del lenguaje, incansable obrero de la palabra.

En 1970 el amor entre Guillermo Cabrera Infante y el cine se vuelve realidad y el escritor se muda a Hollywood dedicándose a interesante guiones, como él de la peli Bajo el volcán de Malcom Lowry. Pero el guión de su vida está dedicado a una isla que nunca más volverá a ver. En 1972 Tres tristes tigres es traducido al inglés y publicado en Londres con el título Three trapped tigers. Quizás la apreciación literaria es una anticipación de la ciudadanía británica que llegará en 1979, aunque su obra cumbre se aprecia completamente sólo en español.

El premio Cervantes llegará en 1997 reconociendo su altura en el campo de la literatura española sin que dictadores y ostracismos puedan con ésta. Cabrera Infante es uno de los mayores escritores españoles. En 2003 llega a tiempo para obtener el Premio Internacional de la Fundación Cristóbal Gabarrón de literatura. Luego empezarán los problemas de salud, es hospitalizado en el hospital de Chelsea y de Westminster de Londres para una ruptura del anca. En el hospital contrae una septicemia que lo llevará a la muerte el 21 de Febrero de 2005 a los 75 años. En Cuba tampoco circula la noticia de su muerte, pero pronto llegará el día en que alguien pagará para sus errores.

“A la huida me empujó la vuelta totalitaria, la censura, los procesos y las condenas contra de los opositores políticos que habían participado a la guerrilla. Como muchos de los cubanos he creído en las buenas intenciones de Castro hasta cuando, llegando al poder, dijo que las elecciones demócratas eran inútiles. Me demoré unos años para dejar atrás los vínculos porqué es mucho más difícil dejar tu propio país que renunciar a la pertenencia a un partido. Y, para mí, en aquella época dejar el partido significaba sólo una cosa, el exilio, un larguísimo exilio”.


Traduzione da italiano a spagnolo di Barbara La Torre

La vida exiliada de Cabrera Infante II

El partido de Acción Unificadora (PAU) que hace cabo a Batista auspicia desde tiempo la imposición de una dictadura para que se instaure otra vez el orden en el país. Batista sube al poder sin disparos ni hostilidades, se proclama jefe de Estado sin esparcir ni una gota de sangre, al final de lo que los cubanos con ironía llaman “ el golpe del sun-sun”, referiendose a una canción que habla del sun-sun, un discreto pajarito madrugador. Los escritores nunca quedan simpáticos a los dictadores, son dolorosas espinas clavadas en las espaldas, porque el poder es como una droga y emborracharse de historia puede ser su efecto peor. Son palabras del grande poeta cubano José Maria Heredia, muerto en exilio depués de haber luchado por una Cuba libre, pero quedan bien en qualquier tiempo. “Ninguna poesia volcará nunca un tirano. Pero le deja un siñal, a veces indeleble”, añade. Guillermo Cabrera Infante escribe y deja señales indelebles en la piel del tirano, es su tarea, lo único que sabe hacer. En 1952 escribe un relato que no gusta a los censores del régimen, lo consideran obsceno y lo secuestran en todo el territorio nacional. Guillermo como pena ulterior ve prohibirse la posibilidad de firmar obras de narrativa, artículos y ensayos, prohibición que evita haciendo recurso a lo seudónimo de G. Caín, obtenido de la contracción de su verdadero nombre. El cine se converte en su amor más grande, quizás fascina el escritor más de la misma literatura, porque las imagenes expresan con inmediatez las sensacciones. En 1954, Guillermo se convierte en el joven crítico de cine de la rivista Carteles, como cuenta en el romance autobiográfico Cuerpos divinos, publicado póstumo gracias a su segunda mujer. Firma las piezas con el seudónimo que ahora lo caracteriza y que no abandonará nunca, dado que en futuro firmará las escenografías cinematográficas como G. Caín. Carteles será una pieza importante de su juventud, la redacción de la revista lo acogerá hasta el 1960 y será precisamente a partir de allí que tendrá nuevas amistades y encuentros sentimentales, juntando trabajo y pasiones como leitmotiv de su vida. Marta Calvo es la primiera mujer que casa en 1953, del matrimonio nacen dos hijas, Ana y Carola, pero en 1958 conoce el amor de su vida, la actriz cubana Miriam Gómez, que casa en 1961, después de haber devorciado de su primiera pareja. Non es un ejemplo de fieldad Guillermo, prerrogativa esta de muchos cubanos, pero Miriam Gómez será su compañera por toda la vida y debemos a ella la publicacción de Cuerpos divinos, a pesar de que el romance cuente historias de traiciones y fugazes amores vividos por el escritor con fascinantes muchachas habaneras. Guillermo cabrera es hijo de comunistas, odia a Batista con todo su corazón, lo considera un dictador inculto y arrogante, apoya a la Revolución y piensa que lo barbudos de Fidel Castro llevarán un aliento de aire nuevo en una realidad asfixiante. Por algunos años las cosas van bien, recibe la nomina de director del Consejo Nacional de la Cultura, jerente del Instituto de Cine y vicedirector de la revista Revolución, dirigida por Carlos Franqui. Cabrera Infante dirige el suplemento literario, el mítico Lunes de Revolución que hoy también queda bien imprimido en el imaginario colectivo si se piensa que un joven cubano como Orlando Pardo Lazo titula su blog Lunes de Post Revolución.

Traduzione in spagnolo di Francesca Desogus - desogus.francesca@tiscali.it

lunedì 22 novembre 2010

De Gibara a Londres – La vida exilada de Cabrera Infante (1)

1

Guillermo Cabrera Infante nace en Gibara el 22 de Abril de 1929, en una pobre pequeña ciudad de la provincia de Oriente que todavía no ha descubierto la fascinación del cine pobre de Humberto Solás.

En los años Treinta en Gibara todo es pobre, no sirve un festival de cine, se respira miseria mezcalda al perfume salobre que llega del paseo marítimo Océano Atlántico, cabeza del Caimán que empuja las fauces en un caliente mar tropical, se convertirà en provincia de Holguín, pero ahora territorio de confín, remoto país acariciado por vientos orientales y por inclementes tormentas de lluvia.

Guillermo Cabrera hace el periodista y transmite a su hijo junto al nombre de bautizo la pasión por la escritura también. Zoila infante es su compañera de vida y de lucha política, en la pequeña ciudad de Gibara sono ellos mismos los intrépidos que abren una sección del Partido Comunista, fundado en La Habana en 1925 por un personaje romantico como Julio Antonio Mella.

No es la temporada ideal para ser comunista, son los años de Machado, el dictador más horrible de la historia de Cuba. La pareja Cabrera Infante es detenida en 1936, acusada de actividades subversivas, con su hijito que solo tiene siete años y que por algunos días tiene que conocer la inclemencia de una prisión. La policía provincial de la dictadura machadista son las temidas Guardias Rurales, las que entran en casa de Infante y hacen tabla rasa, armas en las manos, capturan la madre y el hermano, destruyen muebles y enredes domésticos, queman libros y expedientes de partido.

El padre no está en casa, pero se entregarà a la policía de Santiago- quinientos kilomentros a sur- ovest de Giabra – en cuanto sepa de la detención de su mujer, mientras el niño será encomendado a los abuelos hasta el día de la liberación.

Gibara empieza a quedar estrecha a la familia de Guillermo, la provincia no es el lugar ideal para seguir con la lucha política, pero sobre todo no està bién para la educación cultural de un hijo tan prometedor. La Habana parece ser la elección justa, vivida como un sueño lejano, grande ciudad asomada al Océano Atlántico, acotada por un muro de granito, entre el mar y los sueños lejanos.

Estamos en el 1941, Guillermo tiene solamente 12 años cuando por primiera vez ve a La Habana, ciudad de su formción cultural y humana con la que siempre quedarà atado por un vínculo indisoluble. Atiende la escuela secundaria cuando por primera vez un profesor le habla de la Odisea, cuenta el regreso de Ulises a Ítaca y cita el episodio del perro Argos que se muere por la felicidad de volver a ver su patrón. Guillermo se emociona muchíssimo, nunca había escuchado una historia tan bella, es el estímulo decisivo para que empiece a interesarse en la literatura.

En el bachillerato el joven Cabrera Infante es un eficiente estudiante de historia de la literaura, no solamente española y cubana, sino de todos los tiempos y latidud. En 1947 se topa con El Señor Presidente, grande romance de Miguel Ángel Asturias, y decide hacer una suerte de parodia de la obra maestra escribiendo una narración con el mismo títiulo. Tiene sólo dieciocho años, pero puede utilizar los mismos elementos literarios que Asturias introduce en el texto, sobre todo repeticiones, sonidos, sílabas, asonancias, imitando el estilo.

Guillermo lo envia a Bohemia, la revista mas popular de Cuba, casi como un juego y con grande sorpresa ve publicar su pequeña broma literaria. Empieza su aventura entre las palabras, que con el tiempo se convertirà en una profesión, quizás sería mejor decir en una obsesión. Ya, porque la cruz de un escritor es precisamente el no poder transcurrir un solo día sin haber escrito algo, que sea un artículo, un pensamiento, una reflexión, una página de romance, una narración. No tiene la minima importancia cual cosa, el importante es ecribir.

En 1947 el pequeño Guillermo solo tiene dieciocho años, vive las calles de una capital desconocida y famélica que tan bién describirá en las páginas de La Habana para un infante Difunto, ama escribir relatos y como todos lo chicos no sabe lo que harà de su vida. Su primera opción universitaria se dirige hacia la facultad de medicina, pero la corrije pronto porque la materia no es para él, tan inclinado al razonamiento literario, a la jocosa intuición de la palabra. En 1950, Guillermo se matrícula en la facultad de periodismo – en Cuba existía y existe hoy en día también aunque a un italiano pueda parecer algo imposible- siguiendo las huellas de su padre. Entiende que su vida son el cine y la literatura, dos amores que lo acompañarán para toda su vida, quizás los únicos amores que nunca taicionará, con las mujeres no serà tan fiel.

En Cuba cae Machado y se impone en el poder Fulgencio Batista - un sergento mulato que se autonombrarà general – en un primer tiempo gracias a las libres elecciones y a el apoyo del Partido Comunista, luego gracias al golpe más rápido de la historia, llevado a cabo arriba de cuantro coches con la ayuda de decisiete oficiales.

mercoledì 17 novembre 2010

Juntos de nuevo

“Es él”, dijo la esposa.

“No es fácil reconocerlo, pero desgraciadamente así es”; añadieron los hijos.

Raúl García González había hecho su último viaje desde el aeropuerto de la Habana; y así fue como llegó a Miami, atado de pies y manos a la carlinga del avión. Lo había hecho solo, sin ninguna ayuda, como mejor pudo y ahora yacía inerte sobre una mesa de mármol.

Un último intento de fuga desesperado.

Raúl amaba su tierra y nunca hubiera querido dejarla, pero su mujer y sus hijos se habían marchado y él ya no soportaba estar lejos. Ya había estado sin ellos demasiado, desde aquel día en que escaparon a bordo de aquellas balsas furtivas.

Isabel acarició su frente y por un instante pareció revivir todas sus esperanzas.

No siempre fue tan difícil vivir en Cuba. No como ahora. Hace 15 años ya se empezaba a dejar sentir la llegada de tiempos duros, pero nadie se habría podido imaginar lo que en realidad iba a suceder.

No faltaban los problemas, nunca habían faltado. Sin embargo, la esperanza ayudaba y la fe hacía seguir adelante. Raúl era uno de los que creía; había luchado por aquella revolución cuando era poco más que un adolescente y Fidel representaba para él una de las pocas certezas de su vida. Isabel nunca había sido militante. Como buena mujer de casa, siempre se había ocupado de otros asuntos. “Hablan y hablan, pero nunca se preocupan por la gente pobre...”; decía a menudo. Su marido la reprendía diciendo; “¡No hables así! ¿Qué te falta? Nosotros somos el Estado; nosotros hemos dado nuestra sangre para construir esta república”. Isabel callaba para no contradecir a su marido, pero los políticos no la convencían, jamás la habían convencido. Batista o Fidel, era igual, de todos modos la gente pobre no importaba y nunca importaría.

Cuando comenzó el “período especial”, Raúl no quería creer lo que estaba sucediendo; a menudo maldecía a Rusia y Gorbachov.

-¡Nos han abandonado! ¡Malditos soviéticos! Nos dejaron solos en manos de los americanos...

-¿Qué te decía? -hacía eco su mujer- ¿Qué te he dicho siempre? La gente pobre tiene que arreglárselas sola; comunistas o capitalistas el resultado es el mismo.

Se vivía muy mal; faltaba todo, incluso lo indispensable. Los americanos, con su despiadado embargo, no sólo impedían el comercio, sino inclusive el arribo de medicamentos. Fidel racionaba los alimentos; la tarjeta alimenticia permitía comprar menos de lo necesario para la simple subsistencia, con eso se las arreglaba la gente. Isabel todavía recordaba los sacrificios y sufrimientos que debían afrontar a diario; sus hijos crecían desnutridos y sin ropa suficiente. Trabajar era imposible y, cuando se lograba, el pago era de pocos dólares que nunca bastaban.

Mientras tanto, comenzaban a llegar los primeros turistas extranjeros; llevaban consigo historias de otros mundos, historias normales de lugares donde se trabajaba y se podía vivir con el propio sudor de la frente. Fue entonces cuando Isabel comenzó a pensar en la fuga.

¿IRNOS? ¡¿Pero te has vuelto loca?! ¿Y a dónde podríamos ir...?”. Decía Raúl.

“A Miami, donde van todos; ahora hay más cubanos ahí que en nuestra isla. Allá esperaremos, algo tendrá que cambiar tarde o temprano, y en la espera por lo menos no moriremos de hambre. Podremos trabajar, como en cualquier parte del mundo y ahorrar algo”, respondía Isabel.

“Yo quiero morir en Cuba. No me hables de Estados Unidos. Pero ustedes acomódense en sus balsas si quieren, yo los espero aquí. Esta es mi tierra.” Concluía Raúl.

Las dificultades eran muchas y aumentaban día tras día, pero él resistía. Nunca se habría marchado; fue entonces cuando un buen día Isabel tomó a sus dos hijos y se embarcó en una balsa insegura junto a otros desesperados hacia Miami; hacia un futuro incierto pero lejos de la certeza de un difícil presente.

Raúl se quedó solo. Pensaba que huir no serviría de nada. ¿Qué esperaba el que se iba? ¿Creían acaso que el capitalismo disolvería los problemas como nieve al sol? Raúl todavía conservaba las fotos de Fidel en su humilde casa de las afueras; estaban en los muros bien ordenadas, al lado estaba el Che Guevara con uniforme militar.

Vivía en Guanabacoa, cerca de las playas del este de La Habana; tierra de negros y ritos mágicos, condimentada de antiguas supersticiones. Un lugar pobre, decrépito como sus casas coloniales que se vienen abajo a pedazos. Triste y alegre al mismo tiempo. Refugio de cotidiana miseria que se debate entre orgullo silencioso y gritos de niños que juegan a perseguirse en los desgarbados campos, bajo palmas altísimas y plátanos.

Raúl no quería dejar su tierra. No quería traicionar la memoria del Che Guevara con quien había luchado por la revolución.

Recordaba el tren descarrilado a Santa Clara -- también se estuvo ahí, a pesar de que era aún muy joven—y los ojos de hielo de aquel argentino y esas palabras que sólo él sabía pronunciar para infundir coraje. Raúl todavía confiaba en Fidel.

Las cosas habrían cambiado y él no habría escapado. Bastaba esperar con paciente resignación, en definitiva; como lo había hecho toda su vida. Isabel no había tenido paciencia; tenía dos hijos que le pedían de comer todos los días; lo suficiente para coaccionarla a partir. Raúl se sentía traicionado y cuando lograba llamar a Miami lo expresaba claramente. “Ven tu también – le decía su mujer - todavía te quiero como antes. Te espero. Te esperamos.”

Pero Raúl no quería saber; aquélla era su tierra ¿qué podía ir a hacer a Miami? Sus viejas calles, las esquinas del barrio, las tabernas donde tomaba ron para alejar los malos pensamientos, las fiestas llenas de ruido y música...¿Quién le volvería a dar todo eso?

Y la atmósfera mágica de un ocaso habanero, cuando el Malecón engulle un horizonte desesperado y hace desaparecer el sol detrás de las olas de un mar estimulado por la fuerza del viento, ¿cómo podría revivirla? ¿Entre rascacielos en el mar de Miami? ¿Aprendiendo una lengua que no era la suya? ¿Aceptando la derrota definitiva contra los odiados capitalistas?

No se habría marchado. Era él quien los esperaba; en el mismo lugar, en aquel sitio que era su hogar.

Isabel se enjugó una lágrima que le cruzaba el rostro contraído de dolor.

“¿Por qué en el fondo no fuiste fiel a tus ideas ? ¿Por qué escapaste si era eso lo que no querías?” Murmuraba mientras acariciaba la gélida frente de su esposo.

El último viaje, el de la desesperación.

Así se lo habían mostrado, como jamás lo hubiera querido ver. Lo despojaron de las humildes ropas, descosidas y remendadas, que llevaba. El viaje, ese viaje absurdo que sólo podría conducirlo a la muerte, lo había dejado en condiciones terribles.

Isabel hizo salir a los niños. “Esto no es para ustedes”, dijo.

Cuando los niños se fueron alejando se puso a trabajar. Tenía que dejarlo presentable para la última ceremonia, vistiéndolo con un traje elegante, quizás el mejor traje que jamás hubiese usado. Isabel pensó que su esposo no habría estado de acuerdo. “Somos gente pobre –habría dicho— y por lo tanto, vestimos la ropa de la gente pobre.”

Lo recordaba con sus pantalones claros, un poco descosidos y llenos de polvo, pero también su camisa eternamente sudada, siempre para lavarse.

Tomó los pantalones y los dobló distraídamente. Ahora era el momento de tirarlos en el cesto de la basura, porque definitivamente ya habían cumplido su cometido. Fue precisamente entonces cuando vio caer del bolsillo derecho un papel amarillento. Lo recogió y leyó atentamente. Era una carta dirigida a ella, escrita en un español sencillo y correcto. Una lengua dulce y musical que no había olvidado, aunque viviera en Miami y estuviera obligada a hablar inglés.

“Querida Isabel, ¿ves qué extraña es la vida? Si lees estas palabras quiere decir que no lo habré logrado y quizá haya sido mejor así, porque me hubiera costado mucho decirte que tenías razón. Las ideas en que creía murieron hace ya mucho tiempo y probablemente es mejor que me vaya con ellas. No habría tenido la fuerza para sobrevivir a mí mismo. Cuidas de los muchachos. Siempre has sido una buena madre.”

Isabel apretó el papel entre las manos, tenía muchas ganas de llorar pero Raúl no habría querido que ninguno llorara por él. Testarudo hasta el tuétano, había escogido la forma más absurda de escapar, porque en realidad lo único que buscaba era la muerte.

Isabel tiró la carta. No diría jamás a nadie de su existencia, ni siquiera a sus hijos. Ella y Raúl se encontraban de nuevo juntos, a pesar de todo y después de tanto tiempo tenían todavía un secreto en común que conservarían celosamente entre los pliegues de la memoria.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

Quien soy/Chi sono

Gordiano Lupi (Piombino, Italy - 1960). Periodista de La Stampa de Torino. Traductor de Alejandro Torreguitart Ruiz, Yoani Sánchez, William Navarrete, Felix Luis Viera, Heberto Padilla y otros escritores cubanos. Escribe ensayos sobre el cinema italiano por la editorial Profondo Rosso de Roma. Escribe sobre www.tellusfolio.it columnas sobre cultura y politica cubana, cinema y literatura italiana. Entre sus trabajos mas distacados: Nero tropicale (Il Foglio, 2000) - cuentos cubanos -, Orrori tropicali (Il Foglio, 2002) - cuentos de horror cubano -, Cuba Magica (Mursia, 2003) - ensayo sobre la santeria - , Un’isola a passo di son (Bastogi, 2004) - sobre la musica cubana -, Almeno il pane Fidel - Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006) - sobre el periodo especial y la Cuba cotidiana - , Mi Cuba (Mediane, 2008) - ensayo fotografico sobre Cuba - , Fellini - A cinema greatmaster (Mediane, 2009), Sangue Habanero (Eumeswil, 2009) – novela negra cubana - , Una terribile eredità (Perdisa, 2009) - novela negra cubana - , Per conoscere Yoani Sánchez (Il Foglio, 2010) - biografia de la bloggera cubana - , Fidel Castro – biografia non autorizzata (A.Car, 2010) - vida y obras de un dictador. Traduce el blog Generación Y de Yoani Sánchez e es el traducotor para Rizzoli de su primer libro italiano: Cuba libre – Vivere e scrivere all’Avana (2009). Web: www.infol.it/lupi. E-mail: lupi@infol.it

venerdì 12 novembre 2010

La Rivoluzione ci ha salvato... a me e a te!


Jardim dalle colonne de El Nuevo Herald vede così il rappoorto di aiuto Cuba - Venezuela.



- A noi due ci ha salvato la Rivoluzione

- Sì, a te e a me.

Nel biglietto che pende dalla valigia si legge: "Con affetto, Hugo".

Gordiano Lupi

Il Sesto Congresso del PCC... a tempo debito!


Jardim dalle colonne de El Nuevo Herald ironizza sui tempi lunghi del PCC...

- Il governo cubano si prende il tempo necessario (13 anni) per celebrare il 6° Congresso del Partito.

- Benvenuti i delegati

Gordiano Lupi

La Rivoluzione... russa!

Fidel reagisce al videogioco per ucciderlo...



La satira colpisce ogni aspetto della vita politica. Jardim su El Nuevo Herald di oggi fa riferimento alla notizia del nuovo videogioco (di dubbio gusto) dove uccidono Fidel.



Rivoluzionario - E' uscito un videogioco dove la uccidono, Comandante!

Primo Verme - No, per Dio!

Secondo Verme - Indossa un cappellino dove sta scritto "Cuba"

Fidel - Cosa?


Gordiano Lupi

giovedì 11 novembre 2010

Un videogioco per uccidere Castro fa arrabbiare il governo cubano

Il videogioco Call of Duty: Black Ops, messo in vendita martedì negli Stati Uniti, non è piaciuto al governo cubano. La stampa ufficiale e i blogger governativi dell’isola, mercoledì hanno reagito con indignazione dopo il suo lancio sul mercato, perché tra le opzioni previste dal gioco c’è quella di poter uccidere Fidel Castro.


“Gli Stati Uniti non sono riusciti a eliminare Castro nella realtà e adesso cercano di farlo virtualmente”, scrive il portale Cubadebate, dove Castro abitualmente pubblica le sue Riflessioni.

Il gioco comincia nella Cuba della Guerra Fredda. I russi sono i nemici e la prima missione è assassinare il loro alleato: Castro.

“Pronto per fare la storia?”, chiede uno dei personaggi al giocatore, proprio prima di entrare in una stanza dove si vede un giovane Fidel Castro, vestito di verde oliva. Castro utilizza una donna con un camice bianco come scudo umano. Il giocatore può sparare, l’azione subisce un rallentamento, si vede una palla dorata colpire il torace del leader maximo e fuoriuscire il sangue.

Secondo Cubadebate la logica del gioco è doppiamente perversa perchè “glorifica gli attentati pianificati in maniera illegale dal governo degli Stati Uniti contro il capo di Stato cubano e stimola comportamenti negativi di bambini e adolescenti nordamericani, principali consumatori di questi giochi virtuali”.

Il videogioco ha scatenato un vero e proprio dibattito politico.

L’impresa californiana Activision Blizzard Inc., creatrice dell’intrattenimento virtuale, non ha voluto rispondere alle accuse e non ha spiegato come mai la scelta del personaggio da uccidere sia caduta proprio su Castro.

I ragazzi statunitensi sembrano entusiasti del gioco, affermano che dover uccidere un vero dittatore rende tutto più realistico. In ogni caso, pochi minuti dopo che il giocatore ha eliminato il leader comunista, Castro torna alla ribalta e spiega che non è stato lui a morire, ma un suo sosia. Il dittatore consegna il giocatore ai russi e la guerra continua. Tutto ciò è motivo di grande delusione per molti cubani che hanno comprato il videogioco solo per togliersi una soddisfazione negata dalla vita reale…


Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

giovedì 4 novembre 2010

L'influenza blogger

Yoani Sánchez non riesce a collegarsi a Internet, quindi opta per pubblicare alcuni messaggi su Twitter a mezzo sms.

“Ieri ho cercato di collegarmi a Internet da un hotel, ma la connessione era terribile: continuo a twittear per sms”, scrive la blogger. Alcuni messaggi riguardano la mancanza di libertà di stampa: “Il quotidiano Granma è ogni giorno più autistico. In realtà la stampa ufficiale non parla di quasi niente, ma si limita a citare vecchi discorsi. Addirittura non fa parola della possibile esecuzione di una donna iraniana accusata di adulterio. Se potessimo scegliere quale quotidiano leggere, vi immaginate con quanti lettori resterebbe il Granma?”.

Poter usufruire di piena libertà su Internet è un pensiero dominante: “Il cavo sottomarino tra Cuba e il Venezuela porterà un accesso massiccio dei cubani a Internet? Il cavo sottomarino tra Cuba e il Venezuela porterà qualche kilobyte per i blogger alternativi? Ho il presentimento che per accedere a Internet continuerà a funzionare il filtro ideologico. Non esiste la volontà politica di far accedere i cubani liberamente a Internet”. Molti altri messaggi riguardano i limiti culturali e l’impossibilità di possedere uno spazio libero in rete, accessibile a tutti: “Lo scambio culturale sarà completo solo quando potranno venire a Cuba anche gli artisti dall’esilio. Il mio blog è bloccato negli Internet - caffè e nei server pubblici da marzo 2008. Un altro sito bloccato è il mercato virtuale e alternativo: www.revolico.com. Sapete quanto è lungo l’elenco dei web censurati nei nostri server pubblici? Sapete che un cittadino cubano non può pubblicare un sito nei server del proprio paese? Il governo ha dato il via all’operazione “cybermambí”: creare blog ufficiali per contrastare gli alternativi. Ma è molto difficile dirigere dall’alto un blog, tipico frutto della spontaneità personale. Nella realtà ci sono le brigate di risposta rapida che attaccano i non conformi, in rete troviamo le brigate di risposta cibernetica”.

I blogger cubani hanno bisogno di strumenti di lavoro. Yoani ringrazia chi invierà al suo indirizzo e-mail manuali sulle reti sociali e su web 2.0. Intanto comunica che Francis Sanchez, scrittore e poeta di Ciego de Avila, ha aperto un blog: www.hombreenlasnubes.blogspot.com”. Il suo unico conforto è che “l’influenza blogger si diffonde come uno starnuto di libertà”.

Gordiano Lupi
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giovedì 28 ottobre 2010

L'Unione Europea manda un messaaggio all'Avana

L'Unione Europea manda un messaggio all'Avana.

- Sacharov? Farinas? Premio?
- Sshh... Zitto, zitto... Non si domanda!

Jardim - da El Nuevo Herald

martedì 19 ottobre 2010

Cuba a Parma il 28 gennaio

MANGIA COME SCRIVI


Rassegna gastro-letteraria-pittorica

Ottobre 2010 - Febbraio 2011

Hostaria Tre Ville

Parma – Via Benedetta, 99/A

Tel. 0521-272524

VENERDI’ 28 GENNAIO


La loro Cuba

OSPITI
Davide Barilli, Gordiano Lupi, Marilù Oliva, El Rubio Loco

Cena caraibica (con immancabile mojito e Cuba libre) in compagnia degli autori di “Le cere di Baracoa” e “Carte d’Avana” (Barilli), “Una terribile eredità” e “Per conoscere Yoani Sánchez” (Lupi), “Tú la pagarás!” (Oliva) e del cantautore che ha firmato successi internazionali come “Gozalo”, “Moron”, “Bachata de amor”, “Salsaton”.

Foreign Policy inserisce Yoani Sánchez tra le dissidenti più combattive del mondo

La rivista Foreign Policy - nella sua versione in lingua spagnola - inserisce la blogger cubana Yoani Sánchez nell’elenco delle “donne dissidenti più combattive del mondo”, pubblicato nel numero di ottobre – novembre.
“Yoani Sánchez è diventata famosa per Generación Y, un blog che scrive per raccontare la vita quotidiana del popolo cubano sotto l’oppressione politica del governo”, dice la pubblicazione. “Anche se la Sánchez ha sofferto persecuzioni e intimidazioni (…) continua a scrivere e a richiamare l’attenzione sulla situazione politica dei cubani sotto il regime castrista”, aggiunge.
Insieme alla blogger compaiono nella lista di Foreign Policy la bielorussa Iryna Vidanava, fondatrice e direttrice di 34 Multimedia Magazine, “una pubblicazione che vuole incentivare la creatività, la diversità di opinioni e i valori democratici tra i giovani” del suo paese; la russa Lyudmila M. Alexeyeva, 82 anni, che “da oltre 40 protesta contro la repressione”, e la pakistana Hina jiLani, in lotta per i diritti umani dagli anni Ottanta. Troviamo inoltre l’afgana Sima Samar, “sostenitrice instancabile dei diritti delle donne e della condizione femminile”; l’iraniana Shirin Ebadi, Premio Nobel della Pace, l’indonesiana Kamala Chandra- Kirana, che lotta contro la violenza di ogni genere e contro la corruzione governativa; la dissidente birmana Aung san suu Kyi, anche lei Premio Nobel della Pace, e la malese Zainah Anwar, che ha diretto varie ONG dedicate a promuovere i diritti delle donne nella società islamica. Yoani Sánchez si trova accanto a dissidenti prestigiose e insospettabili, con buona pace di certi personaggi vicini al castrismo che si arrampicano sugli specchi pur di cercare di screditarne il rilievo internazionale. Nel suo caso l’uso della menzogna tipico dei regimi dittatoriali non ha raggiunto lo scopo.

Gordiano Lupi
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giovedì 14 ottobre 2010

A Cuba non c'è più niente da rubare!


Il problema dei nuovi lavoratori privati è quello di trovare i prodotti da vendere, visto che non possono più rubarli allo Stato durante le ore di lavoro.



Lavoratore: - Come trovo adesso i materiali per la mia attività privata?

Raul: - Credo che inseriremo il mestiere di "mago" nella lista delle attività consentite.


Verme1: - Traduco: Lo Stato non possiede neppure cose da rubare...

Verme2: - ... dovremo mandargli qualcosa da Miami.

Jardim su El Nuevo Herald del 13 ottobre 2010


Gordiano Lupi
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martedì 12 ottobre 2010

La mia Avana

È cambiata tanto la mia Avana negli ultimi anni e adesso che non posso rivederla, come un piccolissimo Cabrera Infante, immagino che lo sia ancor di più. Ricordo la mia Avana percorsa da biciclette cinesi e mulatte ancheggianti, da autobus affollati nelle ore di punta, da uomini e donne dagli odori penetranti che camminano sotto il sole bruciante. Ricordo la mia Avana senza tempo scandire ore di pomeriggi sonnolenti mentre si lascia sfiancare dal calore tropicale. Ricordo la mia Avana dimenticata dalla storia, percorsa da tristi mendicanti e da bambini che giocano a baseball agli angoli di strada, da jineteras d’alto bordo e ragazzine in cerca d’avventure, da maricones sfrontati e turisti arroganti. Ricordo la mia Avana che non c’è più, se non nella memoria, nei giorni d’un passato che non ritorna, distrutta da un capitalismo selvaggio che conquista strade e pensieri. All’Avana squillano telefonini, proprio come da noi, fioriscono internet point, girano auto straniere di grossa cilindrata, aprono grandi magazzini in valuta pregiata dove chi possiede chavitos può comprare di tutto. Povera la mia Avana deturpata dal presente, piena di gente che sorride per nascondere pensieri, dove vaga il fantasma di Humberto Solás, Fernando Pérez gira film stupendi e gli scrittori finiscono suicidi se non ritornano. Povera la mia Avana che Cabrera Infante ha descritto per tutta la vita senza poterla rivedere, pensando a una città perduta nella nebbia di Londra. La mia Avana è cambiata, ma sarebbe meglio dire che siamo cambiati insieme, anch’io non conservo lo stupore del primo incontro, invecchio nel ricordo senza distinguere il confine tra realtà e sogno. Consola la monotonia dei miei giorni una piccola Miriam Gómez che sostiene con forza la nostalgia, ogni tanto fa shopping pure se non percorre le strade di Londra, vorrebbe coinvolgermi ma resisto, refrattario come Cabrera Infante a vetrine e negozi che offrono prodotti a prezzi scontati. Non posso essere fedele a un ideale perduto, ma resto fedele a una città perduta. Non so fare di meglio.

Gordiano Lupi
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giovedì 7 ottobre 2010

Mario Vargas Llosa riceve il Nobel per la Letteratura

Lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, ha ricevuto oggi - giovedì 7 ottobre - il Premio Nobel per la Letteratura assegnato come ogni anno dall'Accademia Svedese "per la sua descrizione precisa delle strutture del potere e per le incisive immagini che raccontano resistenza individuale, rivolta e sconfitta", come ha detto il segretario dell'Accademia, Peter Englund.
Quando è avvenuta la proclamazione lo scrittore era a New York. Il prossimo 10 dicembre riceverà il Premio a Stoccolma, dalle mani del re di Svezia. La Casa Editrice Alfaguara sta per pubblicare il suo nuovo romanzo, El sueño del celta, una sorta di libro - inchiesta sulla brutalità del governo di Leopoldo II di Belgio durante la colonizzazione del Congo.
L'ultimo autore di lingua spagnola ad aver ottenuto il Nobel è stato il messicano Octavio Paz (1990), prima ancora era stato premiato lo spagnolo Camilo José Cela (1989). Nello stesso anno in cui vinse Paz ,Vargas Llosa si era immerso anima e corpo nell'avventura politica che lo portò a candidarsi alla presidenza del Perù. La cronaca romanzata di quel periodo è contenuta nel famoso libro El pez en el agua (1993), tradotto in italiano come Il pesce nell'acqua.
Nato ad Arequipa (Perú) il 28 marzo 1936, Mario Vargas Llosa, membro della Reale Accademia di Spagna, aveva già vinto tutti i premi più importanti in lingua spagnola, dal Cervantes al Príncipe de Asturias. Dopo alcuni anni che si è sempre trovato a lottare tra i favoriti, lo scrittore peruviano si è visto assegnare un riconoscimento prestigioso che lo inserisce tra i migliori autori della letteratura latinoamericana. Tra i suoi lavori più importanti: La ciudad y los perros (1962), La casa verde (1965) e Conversación en La Catedral (1969).
Fidel Castro non sarà contento di questo premio, perchè Vargas Llosa ha sempre lottato per l'affermazione delle idee libertarie e per il rispetto dei diritti umani, contrastando la dittatura cubana come un regime caratterizzato dalla mancanza di libertà e dalla sistematica sopraffazione individuale.
I grandi scrittori cubani Alejo Carpentier e Guillermo Cabrera Infante non hanno fatto in tempo a fregiarsi di un premio che anche loro avrebbero meritato, ma Mario Vargas Llosa è uno scrittore ugualmente degno del riconoscimento e può farsi portavoce della riscossa dei popoli oppressi dalla tirannia del potere.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Lustrascarpe: "Va bene, dottore?"

Rivoluzionario: "La Rivoluzione non abbandona nessuno!

Spontaneo

di Claudia Cadelo
http://octavocerco.blogspot.com/


Sono rimasta un po’ traumatizzata dopo le celebrazioni della festa dei CDR (Comitati di Difesa della Rivoluzione). Tra la discussione in autobus, il lavoro volontario svolto domenica dai miei vicini e il reggetón a tutto volume del 28 che è andato avanti fino alle una del mattino, mi sento ancora un po’ frastornata.
Domenica scorsa toccava il lavoro volontario. El Ciro (blogger cubano compagno di Claudia che gestisce El auditorio imbecil, ndt) e io non ne sapevamo niente, per questo motivo quando lui è uscito di casa con i cani e ha incontrato un vecchietto che tagliava con fatica l’erba del prato gli ha detto: “Amico, lascia fare a me che sono più giovane”. Mentre Ciro toglieva le erbacce dal quartiere si è avvicinato il responsabile del lavoro e gli ha detto: “Ascolta amico, smetti che ti ho già segnato”. Ciro ha alzato lo sguardo e si è reso non solo di aver preso parte al lavoro volontario, ma di essere stato l’unico ad aver lavorato davvero. Tutti gli altri si erano limitati a prendere un mattone e a spostarlo da destra a sinistra, per poi andare dal responsabile e dirgli: “Segnami nell’elenco”. Mi sono ricordata di quando si ruppe l’interruttore per accendere la luce delle scale e El Ciro (http://pornopararicardo.com) (iniziativa privata al cento per cento) lo cambiò senza dire niente a nessuno. Una vicina mi informò subito dopo che si stava organizzando una riunione per definire la strategia di riparazione, “la somma di denaro da versare per ogni appartamento, chi avrebbe dovuto cercare l’interruttore e infine chi si sarebbe incaricato di comprarlo”. Noi abbiamo saltato tutte le procedure.
Per la festa è stata la stessa cosa. Nel mio edificio, di solito sono l’unica che rimane sveglia dopo le dieci di sera. I miei poveri vicini questa volta hanno chiuso gli occhi ben quattro ore dopo, perché “si doveva celebrare” l’arrivo del 28 settembre. Passata la notte ho ascoltato un’innocente vicina chiedere perché non avevano fatto la festa al venerdì o al sabato. La poveretta non sa che si balla il giorno stabilito, si lavora il giorno stabilito e si vive come è stabilito.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

martedì 5 ottobre 2010

Le urne

di Yoani Sanchez

Domenica scorsa una busta sigillata è stata consegnata a ogni pompa di benzina della nostra isola. Come se si fosse trattato di una cronometrata operazione militare, gli ordini contenuti nel dispaccio si riferivano al nuovo prezzo dei combustibili e si sarebbero potuti leggere solo alla mezzanotte del 26 settembre. In quella data molte persone avrebbero atteso con ansia i risultati delle elezioni parlamentari in Venezuela, dove il partito di Hugo Chávez aveva bisogno di controllare i due terzi del Parlamento per poter garantire gli obiettivi del proclamato socialismo del XXI secolo.


Io, che vivo all’Avana e non possiedo auto, stavo attenta a entrambe le informazioni. Una vittoria del PSUV avrebbe significato per undici milioni di cubani dover confrontarsi con un governo che si poteva permettere il lusso di non temere le conseguenze internazionali della sua condotta, vista la tutela di un potente padrino. Anche un rialzo considerevole del prezzo dei combustibili avrebbe colpito i trasporti alternativi che ci costano quasi un giorno di salario per spostarci da un quartiere all’altro della stessa città.

Mi sono addormentata davanti al televisore quando erano le due di notte e ancora non avevano affrontato nessuno dei due argomenti. Tra i titoli del notiziario del lunedì, non venivano annunciati i risultati delle urne venezuelane né il nuovo prezzo della benzina. Ho dovuto attendere che l’annunciatore desse altre informazioni poco importanti prima di rendermi finalmente conto che “anche se non era stata ottenuta l’ambiziosa meta dei due terzi, il PSUV si era consolidato come la forza politica più importante del paese”.

Un’ora dopo ho potuto verificare che gli almendrones (soprannome che diamo a Cuba alle auto nordamericane degli anni Cinquanta) continuavano a prestare servizio come taxi privati senza aumenti di tariffa. Queste vecchie auto seguono percorsi stabiliti lungo le principali strade e fanno salire e scendere clienti come se fossero autobus. Al loro interno viene affrontato ogni tipo di argomento durante curiose conversazioni protette da un anonimato che concede alle persone libertà di esprimersi senza temere rappresaglie. Da Piazza della Rivoluzione a Parco della Fraternità, vicino all’antico Capitolio, bisogna pagare dieci pesos in moneta nazionale per un viaggio che dura meno di quindici minuti.

Quando sono salita sulla tribuna viaggiante marca Chevrolet che ho preso questa mattina, si parlava soltanto del mezzo milione di lavoratori che saranno licenziati dai loro impieghi nei prossimi mesi e delle ristrette opzioni di lavoro privato che da oggi in poi si troveranno di fronte. Nessuno tra chi ha condiviso il mio tragitto, incluso l’autista del veicolo, aveva più di 50 anni. Nessuno ha mai vissuto l’esperienza di dover scegliere tra una posizione politica o l’altra per dare il suo voto in qualche elezione, nessuno ha mai fatto uno sciopero né è uscito per strada brandendo un cartello in segno di protesta per qualche problema; tuttavia quando si è parlato di quel che era accaduto in Venezuela la notte precedente, tutti erano al corrente e nessuno sembrava triste o avvilito.

“Il Governo Cubano già sapeva che Chávez avrebbe perso”, ha detto un uomo con aria da professore, e ha aggiunto questa domanda: “Per quale motivo credi che abbiano aumentato il prezzo del combustibile?”. Dopo alcuni secondi di silenziosa riflessione, per non lasciare solo l’improvvisato analista ho commentato: “Sì, è vero, alla fine il nuovo prezzo della benzina ci ha rivelato quel che la stampa ufficiale nasconde: che il sussidio venezuelano sta per finire”.

Traduzione di Gordiano Lupi
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* Articolo pubblicato in spagnolo su El Comercio, Perú.

Il macho

di Claudia Cadelo
http://www.octavocerco.blogspot.com/





Non mi considero una femminista perché cerco di evitare atteggiamenti reattivi. Il femminismo come opposizione al maschilismo mi sembra una soluzione troppo facile, mentre in realtà i diritti che mi spettano come essere umano vanno ben oltre il mio genere. Tuttavia, per alcuni dei miei conoscenti il discorso è abbastanza semplice: io sono una femminista. È una tendenza naturale quella di inserire nel novero delle cose conosciute ciò che non riusciamo a capire, generalizzare al massimo le eccezioni che non rientrano nelle statistiche. A Cuba, il maschilismo funziona come il razzismo, per la direzione del PCC semplicemente "non esiste". Nel suo libro "Il Secondo sesso", Simone de Beauvoir ha studiato i punti di contatto tra la discriminazione razziale e quella femminile, mezzo secolo più tardi, il mio paese è la prova vivente
della sua tesi. Tra i "non razzisti" c'è chi afferma che "non tutti i neri sono uguali" ma non manca un ragionamento aberrante come "quel nero ha l'anima bianca". Tra i "non maschilisti" troviamo un'altra versione dello stesso fenomeno: "le donne sono come noi". In altre parole, "loro" sono la specie, "noi" siamo soltanto simili. L'altro giorno sono andata a una festa che si teneva in un luogo un po' decentrato e mi sono persa per strada, uno degli ospiti mi ha riconosciuta e mi ha dato un passaggio in taxi. Quando sono salita stava sostenendo un'animata conversazione con il tassista che non ho voluto interrompere. Il dialogo è
andato più o meno così:
- Senti amico, io non la lascio mai uscire da sola. Che storia è mai questa di andare in giro da sola?
- Fai bene.
- Quando torno a casa dal lavoro a volte le do un po' di botte, non si sa mai - questo commento credo che fosse uno scherzo, ma non ho potuto verificare - poi la metto di fronte allo specchio e le dico: "Vedi, io sono
più bello di te".
Ci sono rimasta di sasso, non solo per il cattivo gusto di quello che sembrava uno scherzo, ma per il fatto che entrambi non facevano nessun caso alla mia presenza nella parte posteriore della vettura. Quando siamo
arrivati alla casa dove si teneva la festa, l'uomo che mi aveva dato il passaggio si è voltato verso di me e mi ha detto:
- Claudia, hai un po' di soldi? Paga te che non ho la cifra esatta.

Traduzione di Gordiano Lupi
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giovedì 30 settembre 2010

Come in un film di Chaplin

di Yoani Sanchez - da Generacion Y

L’uomo con il vestito liso, cappello a bombetta e scarpe enormi portava anche un vetro sulle spalle. Il suo compare, un bambino di appena cinque anni, rompeva a colpi di pietre le vetrine dei negozi e le finestre delle case affinché il vetraio potesse offrire i suoi servizi ai disperati clienti. Insieme erano un vero e proprio duo della sopravvivenza, un gruppo di lavoro emergente che riusciva appena a mantenere acceso il fuoco in casa. La storia descritta nel film “Il Monello” (1921) di Charles Chaplin è tornata a scorrere di fronte ai miei occhi mentre leggevo la lista delle attività private pubblicata dal quotidiano Granma. L’elenco dei lavori privati sembra un repertorio di miseria e dipendenza e pare più consono a un villaggio feudale che a un paese in pieno secolo XXI.


Letto da cima a fondo - contenendo il disgusto - salta agli occhi come siano poche le occupazioni vincolate direttamente alla produzione. Gli imprenditori non potranno contare su un mercato all’ingrosso dove rifornirsi di materie prime, mentre è stata soltanto annunciata la possibilità di accedere a crediti bancari, ma nessuno ha fatto cenno al tasso d’interesse. Non si parla neppure della possibilità per i lavoratori privati di importare mercanzie direttamente dai mercati oltre frontiera, perché questa attività continua a essere monopolio assoluto dello Stato. Tra le oltre 178 attività consentite, molte venivano già svolte senza licenza e il fatto di essere state incluse nell’elenco comporta la sola novità che i privati saranno obbligati a pagare le imposte. Per questo motivo c’è molto scetticismo sul fatto che queste “liberalizzazioni” dell’inventiva privata contribuiranno a risolvere i gravi problemi della nostra economia.

Questa lentezza nell’applicare i cambiamenti necessari farà sì che i cittadini continueranno a ingrossare le lunghe code di fronte ai consolati per andarsene dal paese oppure si getteranno a capofitto nella illegalità e si dedicheranno alla sottrazione delle risorse. Se le nostre autorità credono che le trasformazioni dispensate con il contagocce eviteranno che il sistema sfugga loro di mano mentre tentano di modernizzarlo, non danno il giusto peso alla sensazione di urgenza che percorre l’Isola. Tanta tiepidità nel promuovere improrogabili aperture rende fragile la situazione sociale e nessuno può prevedere come reagiranno i frustrati “monelli”, sfavoriti dai licenziamenti in massa e dalla mancanza di aspettative. Speriamo che non finiscano per distruggere le vetrine!


Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

mercoledì 29 settembre 2010

Sottigliezze del bavaglio

di Claudia Cadelo
OCTAVO CERCO

La coda dell’autobus di Coppelia è un posto speciale, un angolo così caratteristico che se un giorno scomparisse L’Avana non sarebbe la stessa. Ieri alle 10 di sera aspettavo l’autobus P4 e accanto a me una donna con sua figlia commentava quanto fosse “animata” la città per la festa dei CDR (Comitato per la Difesa della Rivoluzione, ndt). “Vuole scherzare, signora?”, le ho chiesto mentre lei mi lanciava uno sguardo da serial killer.

Assecondando l’ordine dell’autista - non c’era posto per una sola persona in più nel P4 - sono salita dalla porta posteriore. Un ubriaco dietro di me spingeva per passare per primo, ma barcollava e aveva una bottiglia di rum in mano, non è riuscito a stare in equilibrio ed è caduto. L’autista ha accelerato mentre l’uomo tentava di salire e per poco non ci ha lasciato la pelle.

La donna accanto a me che aveva parlato “dell’ambiente festivo”, ha lanciato un grido, ma io ho risposto: “Con la sbornia che si ritrova non arriverà all’angolo!”. Lei ha aggiunto: “Poteva essere solo un nero. I neri sono tutti uguali…” e si è messa a fare un discorso su “quei neri” che se l’avesse sentita Martin Luther King sarebbe morto di nuovo. Mi sono guardata attorno piena di vergogna. I miei compagni di viaggio erano tutti bianchi. Nessuno ha aperto bocca e mi sono resa conto che nessuno avrebbe detto una parola in difesa dei neri. Sono diventata isterica, dopo me ne sono pentita, ma in quel momento avrei voluto prenderla per il collo, soprattutto perché aveva fatto quel discorso davanti a sua figlia. Un esempio davvero negativo!

“Signora” le ho detto “se gridassi Abbasso Fidel! lei sarebbe la prima a irritarsi. Mi vuole spiegare perché io devo sopportare di sentirla parlare come se fosse la presidentessa del Ku Klux Klan? E se gridassi Abbasso Esteban Lazo! (uno dei vicepresidenti del consiglio con la pella nera, ndt) si irriterebbe ugualmente?”. La frase mi è venuta fuori abbastanza scomposta. La signora non ha replicato. La gente mi fissava e d’un tratto mi sono sentita come se fossi uscita da una tomba del cimitero Colón, con i vermi e mezzo teschio fuori.

Mi sono resa conto che non mi sarei calmata. Non si dovrebbe affrontare un dialogo in questo modo, ma a volte scappa la pazienza. Alla fermata di 23 e A sono scesa. Ho percorso a piedi il restante tragitto che mi separava da casa, parlando da sola.



Traduzione di Gordiano Lupi
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martedì 28 settembre 2010

Senza parole...

IL MONDO VOLAVA SU UN CAVALLO BIANCO

di Orlando Luis Pardo Lazo
da VOCES 2 – settembre 2010

Canzoni schifose che segnarono a morte il nostro cuore povero e provinciale. Ballate di poco valore, certamente. Poesie sdolcinate che i nostri antenati interpretarono mentre svolgevano i loro lavori domestici del fine settimana o mentre di notte facevano mediocremente l’amore (un altro lavoro domestico).


Cattiva musica. Pessima. Inimitabile e senza paragone. Kitsch tropicale da alcova. Boleri light e melodrammi pop-corn di cornuti e ricchi uomini maturi. Strofe spremute con versi indimenticabili, eufonie che ci accompagneranno ben oltre il Giudizio Finale di fronte a un pubblico ministero dello Stato o di Dio.

Con una simile colonna sonora abbiamo succhiato il latte dalla madre e abbiamo appreso le prime parole di spagnolo. Una specie di spagnolo. Melodie genetiche, generazionali, geniali nonostante la loro ingenuità. Tutto un background di quartieri distrutti sotto le grida dei neonati che siamo stati e gli onanismi onirici degli adolescenti invecchiati senza mai esserlo completamente.

Oggi Cuba viene messa a tacere a forza di grida di ripudio e demagogia politica, pasto teatrale per il volgo: ultimi movimenti niente affatto estetici di una Rivoluzione il cui repertorio musicale non farà sentire niente di nuovo.

Oggi siamo come zombi in chiave di sol sostenuto maggiore, il più noioso degli accordi. Monotonia di un pentagramma che è rimasto con i microfoni in bianco. Nessuno ricorda le minacce apocalittiche del Premier del nostro unico Partito, così come nessuno rammenta le parole dell’ultimo successo della stagione delle ballate.

Cancelliamo scene. Abbandoniamo abitazioni quasi al ritmo della risacca. Cuba come paronimo perfetto di Coda.

E, allora, quando alla fine la speranza prende le sembianze di una malattia endemica, quando sappiamo di essere soli in una generazione così vasta e che non faremo niente che dopo valga la pena di pensare, allora, stanchi di dare testate contro i fantasmi suicidi, senza saperlo ci trasformeremo in funzionari pragmatici, quando lo scintillare del giorno dopo giorno sarà una nebbia sorpassata dalle nostre cateratte concettuali di gente che si è lasciata rubare il tempo che gli è toccato vivere, allora, il dono di quella musica della nostra stupida infanzia ci aspetterà ancora lì, come un visto per salvarci, come un talismano contro le dittature di tipo totalitario o democratico, come un cuscino dove appoggiare la nuca e chiedere perdono all’amore per aver chiacchierato troppo in suo nome e per averlo praticato così poco.

La cultura intera sarà condensata solo in due o tre frasi di paccottiglia che esprimeranno meglio di qualunque trattato quel che siamo stati senza saperlo. Endecasillabi indemoniati dai quali non aveva senso tentare la fuga, perché tra le loro metafore mefitiche, in alcune delle loro innumerevoli sdolcinate sonorità (meglio della falsa intelligenza dei veri poeti), risuonerà l’anima segreta di una truffa in fase terminale chiamata cubanità.


Traduzione di Gordiano Lupi
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El Dorado e la sinistra del XXI secolo

di Claudia Cadelo
http://www.octavocerco.blogspot.com/

La mia unica certezza è che non sono comunista, per il resto non ho ancora le idee chiare. Mi costa fatica definirmi politicamente. Forse perché sono nata in un sistema diverso da quello vigente nel resto del mondo - fuori dai confini delle destre e delle sinistre di altri luoghi - basato sul potere di un solo uomo e retto dai suoi capricci. Mi piace ascoltare le persone quando spiegano le loro posizioni politiche (anche se pensano in maniera ortodossa), però mi sconcerta non sentirmi attratta da nessuna. A parte i diritti e la libertà dell’essere umano, non vedo altre cause per cui valga la pena di lottare.

Ma uno legge, si informa e si sforza di comprendere il mondo, soprattutto le ideologie che lo fanno muovere. Invece di salire su un aereo, le quattrocento pagine di un libro consumato da un gran numero di lettori o un documentario registrato in una memory card mi raccontano la storia dell’umanità che vive oltre il mare. In generale ho deciso di stabilire margini di comparazione minimi per non diventare pazza. Serve a poco, dal mio punto di vista, cercare di paragonare una democrazia con un capitalismo di Stato, o una dittatura con un paese in via di sviluppo. Posso confrontare gli Stati Uniti con l’Europa, il Messico con l’Argentina, il Cile o Haiti; Cuba con i vecchi paesi dell’Unione Sovietica, con l’Iran, con il Cile di Pnochet, con la Spagna di Franco e persino con la Corea del Nord. Qualunque altro paragone, Cuba con l’Uruguay, per esempio, risulta segnato da un antagonismo primario: Società totalitaria contro Stato di diritto.

Per questo quando un sindacalista europeo mi cerca di convincere in merito ai “risultati della rivoluzione cubana”, mi viene voglia di piangere. Per prima cosa devo cercare di fargli capire che a Cuba non esiste un sindacato, almeno non quello storicamente noto come sindacato dei lavoratori, che serve a far valere i diritti dei lavoratori nei confronti di padrone, impresa o Stato. Sarebbe importante andare alla radice del concetto, rispettare il significato dei sostantivi per non cadere nelle ambiguità, come dice il mio amico Reinaldo Escobar: “Pane al pane, dittatura alla dittatura”.

Su questo punti le idee di certa sinistra, sfortunatamente, tendono parecchio a confondermi. Incontro persone che condannano tutte le dittature dell’universo ma salvano il mio piccolo paese, si offendono quando sentono parlare di Franco con rispetto mentre venerano Fidel Castro. Altre odiano la stampa occidentale perché troppo sensazionalista ma non criticano la linea fissata dal partito unico nei confronti dei nostri periodici. Altri assicurano che la politica degli Stati Uniti è interventista ed egemonica, ma hanno combattuto in Nicaragua, Angola ed Etiopia. Altri ancora protestano per le strade di New York contro la guerra in Iraq brandendo un cartello raffigurante Ernesto Guevara grande un metro per un metro. Infine conosco persone che definiscono il governo del mio paese “Rivoluzione”.

Non voglio dare una mano a una sinistra che è diventata filosoficamente crudele. Tuttavia non posso accettare che certi risultati (educazione e salute suppongo) vengano raggiunti a detrimento delle mie libertà e dei miei diritti. Non posso essere obbligata a ringraziare eternamente una giunta militare al potere da oltre mezzo secolo perché c’è un medico di famiglia che mi garantisce un pap test gratuito ogni due anni. Non posso rischiare una condanna a vent’anni di galera per aver scritto quello che penso solo perché sono andata a scuola senza pagare. Non esiste niente di più spietato e di più crudo di questo “fine che giustifica i mezzi”.

Forse sono io che mi confondo, ma in questa situazione credo che ci sia qualcosa di poco chiaro. Persone di sinistra che difendono i diritti dei senza diritti, i pacifisti, i liberatori del pensiero, gli emancipati radicali del denaro, gli ultra utopici di un mondo sociale e benefico, parlano della mia isola senza usare mai vocaboli come autocrazia, militarizzazione, socialismo di Stato, stampa reazionaria, monopolio di Stato o, semplicemente, dittatura. Potrebbero non utilizzare quest’ultimo termine se pensano che sia troppo forte, ma sostituirlo con “rivoluzione” è un’iperbole eccessivamente violenta.
Traduzione di Gordiano Lupi
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domenica 26 settembre 2010

Il sacco dei non conformi



di Yoani Sánchez
Dalla rivista clandestina VOICES 2 - settembre 2001

Un’immagine edulcorata mostra Cuba come un paese dove ha trionfato la giustizia sociale nonostante un nemico potente come l’imperialismo nordamericano. Per oltre mezzo secolo, è stata alimentata l’illusione di un popolo unito attorno a un ideale, coraggiosamente impegnato per raggiungere l’utopia sotto la saggia direzione dei suoi capi. La propaganda politica e turistica, presentando una falsa immagine della nostra realtà, hanno diffuso la voce che gli oppositori della causa rivoluzionaria siano mercenari senza ideologia al servizio di padroni stranieri.

Viene da chiedersi come sia possibile che milioni di persone che vivono su questo pianeta possano credere che l’unanimità si sia insediata - in maniera naturale e volontaria - in un’isola di centoundicimila chilometri quadrati. Come possano credere alla favola di una nazione ideologicamente monocromatica e di un Partito che tutti sostengono perché rappresenta le istanze di ogni abitante.

Nell’anno 1959, quando trionfò l’insurrezione contro il dittatore Fulgencio Batista, i barbudos giunti al potere misero nel sacco dei loro nemici coloro che definirono “sbirri e torturatori della tirannia”.

Durante gli anni Sessanta, come conseguenza delle leggi rivoluzionarie che finirono per confiscare tutte le proprietà produttive e lucrative, la definizione iniziale si ampliò e furono aggiunti al novero dei nemici “i proprietari terrieri e gli sfruttatori dei poveri”, “coloro che vogliono ritornare al mortificante passato capitalista” e altre categorie identificate con lo stesso taglio classista.

Arrivati gli anni Ottanta caddero nel deposito dei contrari al sistema anche “coloro che non sono disposti a sacrificarsi per un futuro radioso” e “le scorie”, un’invenzione linguistica che pretendeva di definire un sottoprodotto della fornace dove si forgiava non solo la società socialista ma anche l’uomo nuovo, che avrebbe avuto il dovere di costruirla e un giorno anche il piacere di beneficiarne.

Le etichette ideologiche non rimarcavano la differenza tra chi si era opposto subito alle promesse di trasformazione sociale e chi ci aveva creduto ma aveva visto frustrate le sue aspirazioni di fronte alle promesse incompiute. Perché ogni promessa ha una scadenza, soprattutto se è politica e quando scadono le proroghe proclamate nei discorsi, termina la pazienza e vengono fuori posizioni difficili da etichettare per gli eterni classificatori di cittadini. Per questo motivo da diversi decenni a Cuba alcune persone sostengono che le cose dovrebbero essere fatte in un altro modo e concludono che un’intera nazione è stata spinta alla realizzazione di una missione impossibile, ci sono molti cittadini che vorrebbero introdurre alcune riforme e altri che pretenderebbero cambiare tutto.

Ma il sacco è ancora lì con la sua insaziabile bocca aperta e la stessa mano pronta a cacciare dentro chi si azzarda a confrontarsi con la sola possibile “verità” monopolizzata dal potere. Non importa se sia socialdemocratico o liberale, democristiano o ecologista, o semplicemente un non conforme indipendente; se non è d’accordo con i precetti del solo partito consentito - il comunista -, viene considerato un oppositore, un mercenario, un traditore della patria e alla fine viene classificato come un agente al soldo dell’imperialismo.

Molte persone continuano a guardare con ostinazione l’immagine edulcorata che esibisce un processo sociale capace di fare giustizia e cercano di giustificare l’intolleranza che lo accompagna a partire dai suoi risultati - ormai piuttosto deteriorati - nei campi della salute e dell’educazione. Queste persone non possono capire che i modelli usati per caratterizzare l’immagine trionfalista del sistema cubano, sono ben diversi quando scendono dal piedistallo dove sono stati messi. Paziente ospedalizzato e alunno di una scuola non sono sinonimi di cittadini di una repubblica. Quando uomini e donne in carne e ossa - con propri sogni e aspirazioni - si trovano fuori dalla “zona dei benefici della rivoluzione”, scoprono di non possedere uno spazio privato per formare una famiglia, né un salario corrispondente alla quantità di lavoro, né un progetto di benessere lecito e onesto. Quando riflettono su quali siano le strade disponibili per modificare la loro situazione, comprendono che resta solo la scelta di emigrare o di delinquere. Se pensano a come poter modificare la situazione del paese, pieni di paura si troveranno di fronte il minaccioso dito accusatore di uno Stato onnipresente, l’insulto che scredita, l’intolleranza rivoluzionaria che non ammette critiche o proposte. Si renderanno conto di essere finiti nel sacco dei dissidenti, nel quale per il momento troveranno soltanto stigmatizzazione, esilio e carcere.

Traduzione di Gordiano Lupi
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venerdì 24 settembre 2010

Domani parlerò di Cuba al liceo Leonardo di Milano

Domani 25 settembre - ore 9/11 - sarò al Liceo Scientifico Leonardo di Milano per parlare di Cuba e della blogosfera alternativa cubana, con particolare riferimento all'attività di Yoani Sanchez e alla situazione attuale dell'isola caraibica. partiremo da una breve analisi storica per arrivare alle riforme di Raul e alla recente liberazione delle attività por cuenta propria.

giovedì 23 settembre 2010

Nero Tropicale, il lato oscuro di Cuba...

Licenziamenti e privatizzazioni



di Caludia Cadelo
http://octavocerco.blogspot.com/

Lavorare per lo stato è un supplizio. Il salario non serve a niente, la produttività è inesistente, la contabilità caotica, inoltre si devono sopportare le abuliche riunioni di un sindacato che rappresenta tutti meno che i lavoratori. Malgrado ciò, questi ultimi hanno affrontato tutti questi problemi con stoicismo e hanno sopportato anni di statalismo nei loro posti di lavoro. Non è il masochismo a tenere vincolati i lavoratori alla burocrazia statale, ma la poca fede che un cambiamento in senso privato durerà abbastanza da farli invecchiare.

Non è la prima volta che il governo decide - con la corda al collo - di consentire l’iniziativa cittadina per sostenere l’economia nazionale. Abbiamo già visto negli anni Novanta sorgere piccoli ristoranti familiari, case da affittare, trasporti privati, rivendite di cibo e di oggetti per la casa. Oggi non resta quasi niente di quella esplosione di lavoratori per conto proprio. Il problema è: per quanto tempo si potrà tenere aperto un negozio?

Tirare su un piccolo ristorante, affittare una stanza o vendere pizze non può essere un cambiamento di breve durata. La gente vuole vedere il frutto del suo impegno, ma un burocrate che un giorno bussa alla porta e si porta via tutti i permessi è un evento accaduto spesso nella storia della rivoluzione. Una mia amica ha gestito un piccolo ristorante per anni abbastanza popolare, ma una sera è arrivato un ispettore e si è portato via i documenti per “verificarli”. Ancora oggi attende che le vengano restituiti. Non ha potuto più aprire la porta del suo ristorante. Non ha ricevuto nessuna spiegazione. Non ha commesso nessun delitto.


Traduzione di Gordiano Lupi
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Fidel e i malintesi...

Che cosa stai facendo lì? Mi stai fraintendendo?

TIMOTEO - EL NUEVO ERALD

Il capitalismo è cattivo... ma cosa si mangia?



Il cancelliere cubano Bruno Rodriguez parla alle Nazioni Unite.
"Il capitalismo è cattivo, cattivissimo..."
"OK... sbrigati. Vediamo se usciamo a mangiare qualcosa..."

TIMOTEO - da EL NUEVO ERALD

La fine del "socialismo" cubano


Timoteo su EL NUEVO ERALD - Dove finirà il socialismo cubano?

venerdì 17 settembre 2010

CHUCO E LA FINE DELLA CLASSE OPERAIA

di Orlando Luis Pardo Lazo
http://orlandoluispardolazo.blogspot.com/



Non sono stati Fidel e Raúl a licenziarlo dal suo posto di lavoro. È stata la vita a farlo e senza bisogno di aiuto.

Chucho è morto oggi.

Erano mesi che orinava troppo. Era anemico. Aveva poco appetito. Era dimagrito.

I dottori scoprirono una bolla compatta nella sua prostata. Fecero un prelievo, ma il campione non bastava in laboratorio. Fecero un altro prelievo. Sanguinò. Bestie di studenti che risparmiano anestesia, Dio solo sa il motivo. Chucho disse che non avrebbe sopportato un altro esperimento selvaggio. Continuò a sanguinare nelle feci. Vomitò. Lividi sul corpo. Ebbe uno scompenso. La lingua aggrovigliata in meno di mezz’ora. La vista alla fine del mondo. Morto nel Calixto García senza dare tempo a nessuno (non gli avrebbe fatto niente neppure la claque giovanile bolivariana). Vegliato questa notte tra giovedì e venerdì presso l’impresa di pompe funebri di Infanta, La Nacional.

Mia madre è rimasta lì tutta la notte. Io me ne sono andato. Non sopporto la luce fioca e la mediocrità istituzionale che ci ostacola persino dopo morti.

Chucho è stato un lottatore. Aveva più di settant’anni. Senza figli. Senza moglie. Per puro caso ha avuto vicino mia madre.

Si erano conosciuti nella fabbrica di bambole Lilí, proprio quando mia madre si stava innamorando di mio padre, l’onesto impiegato del Dipartimento Personale che aveva quasi vent’anni più di lei.

Io nacqui nel 1971. Mia madre si mise a fare la casalinga. Chucho attese, proprio come uno di quei personaggi di García Marquez che lui non ha mai letto. Passò un secolo o un millennio.

Quando tutti furono invecchiati, Chucho cominciò a frequentare la nostra casa di Lawton. Arrivava prima dell’alba. Aiutava a fare quel che poteva. Vecchietto arzillo con più energia e onestà della maggior parte dei giovani, incluso me stesso.

In quel momento mio padre sembrava il padre di mia madre. Chucho e lui giocavano a scacchi sotto un porticato degli anni Novanta. Mio padre aveva ancora la forza per sconfiggerlo. Aveva il vantaggio storico di chi ha avuto le mani libere per dedicarsi a lavori di tipo intellettuale.

Chucho, il tuo è stato un lavoro manuale. La lotta. Da gestore della Lotteria negli anni Cinquanta a Segretario di Sezione in un Partito Comunista di Cuba già stanco del comunismo cubano.

Sono le tre del mattino a Cuba. Scrivo nudo nella mia stanza, mentre lui riposa nei locali de La Nacional di Infanta, sala A (terzo piano), non molto lontano dalla sua casetta in un labirinto di calle Manglar. La notte ci unisce nella desolazione per il vecchio Chucho e per l’adolescente tardivo Landy.

Qualche volta, quando mio padre era già morto, lui avrebbe voluto dettarmi le sue memorie, ma con delicatezza ho sempre rifiutato. Non me ne pento. La sua vita non meritava l’inganno d’un racconto. La sua vita era una cosa oltremodo concreta. Un enigma. Come la parola “chucho”, per esempio, anche se tra i suoi amici quasi nessuno conosceva il suo nome e ancor meno il suo cognome (sempre che l’abbia avuto).

Chucho, ci mancherai.

Chucho, che avresti potuto essere mio padre nel vortice proletario dei lavori volontari degli anni Sessanta.

Chucho, che non ci credevi più però confidavi ancora nella Rivoluzione.

Con la tua grafia da cavallo che io mettevo in bella copia con la macchina da scrivere Underwood che era stata di mio padre. Verbali di riunioni e inviti a riunioni. Questo mi dava Chucho da dattiloscrivere.

Tac tac.

Tic tac.

È finito il tempo della nostra classe sociale.

Con te muore lo spirito del sottoproletariato. Povero, ma onesto. Trovavi soluzioni senza mettere di mezzo gli altri. Avevi un sorriso da personaggio cittadino uscito da un racconto di Lino Novás Calvo. Gridavi al telefono come un contadinotto montanaro. Questo eri. Un guerrigliero titubante in una reggia abbandonata che i suoi padroni originali chiamarono L’Avana.

L’organo ufficiale del Partito Comunista di Cuba di sicuro non si renderà conto della “perdita rilevante di un compagno di strada”, ma con Chucho è caduto il capo d’un tempo che nessun cubano rimpiazzerà. In un certo senso, per me è come se fosse morto Fidel (si assomigliavano molto nell’aspetto fisico quando si approssimava la fine).

Chucho, non voglio continuare a parlare di te usando la seconda persona singolare, quel vizio vuoto di chi dispensa dolori.

Arrivano le prime ore del mattino e presto albeggerà su questa Avana post rivoluzionaria. Mia madre è rimasta ancora più sola. Il tuo amore per lei è un poco più vicino a realizzarsi in un luogo che forse non esiste.

Chucho, mi dispiace. Addio.


Traduzione di Gordiano Lupi
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Castro, è il momento di confessarsi
Larry King attende la sua ultima intervista.

da EL NUEVO HERALD di domenica 12 settembre 2010

giovedì 16 settembre 2010

RIFORME CUBANE E CAPITALISMO DI STATO

1. Campi da golf, multinazionali e lavoratori in esubero

Il primo agosto 2010 il Parlamento cubano ha approvato la costruzione di sedici campi da golf, ha ridotto le trattenute bancarie alle multinazionali e ha annunciato la soppressione di un milione di posti di lavoro statali. Il regime parla di socialismo e di “difesa della rivoluzione”, ma approva un lungo elenco di lavori privati (cuentrapropistas) tra i quali si legge il deprecabile ritorno dei domestici e dei lustrascarpe, costruisce campi da golf, vende case agli stranieri, riduce le tasse alle multinazionali, sopprime posti di lavoro statali. Il governo dice che sta modernizzando il socialismo per affrontare la crisi economica mondiale e l’embargo, ma queste misure sembrano un piano di riforme di stampo capitalista, ideato per far pagare la crisi ai lavoratori. Si tratta di misure volte a potenziare il capitalismo di Stato, come lo definisce la blogger Yoani Sánchez, da tempo unico modello economico cubano. Disuguaglianza e diversità di opportunità sono all’ordine del giorno nella Cuba castrista, ma adesso lo saranno ancora di più, perché le misure annunciate andranno soltanto a beneficio delle imprese straniere che operano sull’Isola.

Raúl Castro ha ripetuto spesso che “il socialismo è irrevocabile”. Il Ministro dell’Economia ha affermato che Cuba non sta copiando né la Cina né il Vietnam, perché “Il modello cubano ha una caratteristica ben precisa: la difesa della rivoluzione e la scelta socialista”, visto che “è stato scartato “ogni tipo di riforma in senso capitalista”. Si tratta soltanto di menzogne sostenute dai fratelli Castro e dal partito Comunista Cubano, perché il cambiamento in senso capitalistico è sempre più netto. Spagna, Brasile e persino Stati Uniti stanno approvando il corso degli eventi.

Il cancelliere spagnolo ha lavorato insieme alla chiesa cubana per la scarcerazione dei prigionieri politici, pur dichiarando di “non aver suggerito a Raúl Castro nessun tipo di riforme, ma che il progetto di cambiamento economico è un’idea del presidente cubano”. Il cancelliere brasiliano, Celso Amorín, ha affermato al Clarin: “Cuba è uno stato in evoluzione, il suo sistema politico cambierà, così come si sta modernizzando il sistema economico, come dimostrano le nostre imprese che investono in quel paese”.

La statunitense Sarah Stephens, direttrice del Centro per la Democrazia nelle Americhe, a luglio era a Cuba per parlare di energia e problemi ambientali. Ha criticato l’embargo del suo paese contro Cuba e ha detto al Clarin che “Raúl Castro liberando i prigionieri politici sta lanciando un messaggio al governo degli Stati Uniti per dire che è disposto a portare avanti riforme economiche in senso capitalista”.

La Camera di Commercio degli Stati Uniti e altri gruppi nordamericani contrari all’embargo stanno facendo pressione perché tale misura impopolare venga tolta. Myron Brillant ha detto al Congresso: “L’isolamento non aiuta il rinnovamento politico. Il cammino più rapido per migliorare il tenore di vita sull’Isola è intessere relazioni commerciali, turistiche e politiche. Stiamo perdendo occasioni di lavoro nei confronti di impresari canadesi e brasiliani. Il governo cubano è ormai una reliquia storica”.


2. Socialismo o capitalismo di Stato?

Il regime giura sul socialismo, ma nella realtà segue altre strade. Governi e imprese discutono con naturalezza di nuove relazioni commerciali e di investimenti a Cuba. Molti impresari e parlamentari nordamericani chiedono a Obama di poter partecipare alla spartizione della torta cubana. Nessuno si preoccupa, invece, per le dichiarazioni ufficiali di rifiuto del capitalismo e della riaffermazione del socialismo.

Il modello economico cubano si fonda da tempo sul capitalismo delle multinazionali, sulle imprese miste e sullo sfruttamento dei lavoratori, diretto da una burocrazia corrotta, dittatoriale e menzognera. Il popolo cubano perde anche quel poco che doveva essere salvaguardato, l’eredità sociale della rivoluzione, rassegnandosi alle disuguaglianze, alla disoccupazione e ai miseri salari che non servono per sopravvivere. Adesso nuove misure economiche annunciano il licenziamento di un gran numero di impiegati statali e l’ampliamento del lavoro privato. Non dimentichiamo che i grandi affari sono da tempo nelle mani delle multinazionali e delle imprese miste.

Il deterioramento della situazione economica cubana è dovuto alla riduzione del turismo, alla caduta del prezzo del nichel, al pessimo raccolto della canna da zucchero e a un piano di sviluppo agricolo che stenta a partire. La maggior parte della popolazione riscuote salari da fame che si aggirano sull’equivalente di dieci - quindici dollari al mese. Raúl Castro sostiene che “sono state approvate importanti misure che costituiscono un cambiamento strutturale per consentire lo sviluppo del nostro sistema sociale e renderlo sostenibile per il futuro”. Nonostante tutto dichiara che “il socialismo è irrevocabile”.

A Cuba esistono da tempo piccole attività private. Per esempio nella gastronomia abbiamo i paladares, ristoranti a conduzione familiare, gli affittacamere, i gestori di piccole case private che lavorano nel turismo e gli agricoltori che vendono direttamente i loro prodotti. Per non parlare del mercato nero e delle attività clandestine di ogni tipo che da anni prosperano a Cuba, come taxi illegali, compravendita di pezzi di ricambio, registrazione di CD e di pellicole… Adesso vengono legalizzate molte attività e i nuovi imprenditori potranno assumere impiegati e retribuirli, pagando le relative imposte allo Stato. Come prima iniziativa sono stati autorizzati sia i taxi privati che i parrucchieri.

Al tempo stesso è stato dato il via ai lavori per costruire sedici campi da golf, mentre sull’Isola adesso se ne contano soltanto due, il tutto ricorrendo a capitali internazionali. Il governo ha autorizzato la vendita di case agli stranieri, aperta negli anni Novanta e subito dopo congelata. Il governo ha rinegoziato le obbligazioni del debito estero con creditori internazionali (circa un milione di dollari) e la riduzione delle ritenute bancarie alle imprese straniere. In ogni caso l’annuncio più preoccupante è quello relativo alla drastica riduzione dell’impiego pubblico di oltre un milione di lavoratori. La ricomparsa di Fidel Castro è servita per sostenere le scelte di Raúl, che ha negato qualsiasi tipo di lotta tra ortodossi e riformisti all’interno del Partito Comunista.

3. Un milione di posti di lavoro in meno

Da aprile 2009 il governo cubano ha intrapreso una politica di riforme. Sono stati ritardati o sospesi i pagamenti ai fornitori e sono tornate le misure di razionamento dell’energia, che non si vedevano dai tempi del periodo speciale, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Raúl Castro aveva messo in allerta gli impiegati statali con il discorso del 4 aprile 2010, tenuto al Congresso della Gioventù Comunista. In tale sede aveva affermato che esisteva “un esubero” di oltre un milione di lavoratori e che “il problema andava affrontato con fermezza e senso politico”. Al tempo stesso si era lamentato della mancanza cronica “di costruttori, operai agricoli e industriali, maestri, poliziotti e altri mestieri indispensabili che poco a poco stanno sparendo”.

Raúl Castro ha detto in Parlamento che “dopo mesi di studio, il Consiglio dei Ministri ha deciso di ridurre gradualmente la pianta organica del settore statale”. Sarà un processo drastico e di portata epocale, la cui prima fase si concluderà nel primo trimestre del 2011 e avrà come scopo quello di licenziare oltre un milione di lavoratori statali “inutili” o “improduttivi”.

Raúl ha affermato con forza: “Va cancellata per sempre l’idea che Cuba sia il solo paese al mondo dove si possa vivere senza lavorare”. Il Presidente cubano ha inserito nel suo discorso retorico una grave menzogna, offensiva per milioni di cubani che lavorano, purtroppo senza riscuotere adeguata retribuzione.

Operai specializzati, medici, maestri e infermiere ricevono stipendi che oscillano tra i 10 e i 15 dollari, mentre soltanto chi ricopre posti direttivi negli ospedali e nelle scuole raggiunge cifre di 35 o 40 dollari. Raúl Castro dice che mancano i maestri, ma molti vanno a lavorare all’estero, soprattutto in Venezuela, così fanno i medici, per poter inviare denaro ai familiari e risparmiare qualcosa. A Cuba restano i peggiori maestri e i medici meno preparati, mal pagati e sfruttati, sia nella scuola che nella sanità. I salari che i cubani riscuotono in pesos nazionali non hanno un potere d’acquisto in un’economia retta dal peso convertibile, una sorta di dollaro mascherato. Questo è il volto capitalista di Cuba.

4. Lo Stato Cubano, agenzia di lavoro per le multinazionali

Il 95% dei salariati sono impiegati statali, ma non è vero che il 95% dei mezzi di produzione è nelle mani dello Stato. Tutto il contrario. L’impiego è la sola cosa statale del sistema cubano, tutto il resto viene appaltato alle multinazionali. La maggior parte della produzione, dei servizi e persino il turismo sono privati, sotto forma di imprese miste. Gli impresari si associano con lo Stato, che offre mano d’opera a basso prezzo, qualificata ma sfruttata, garantendo alti guadagni a spagnoli, canadesi, cinesi, russi, brasiliani e venezuelani. I lavoratori vengono pagati pochissimo e in moneta nazionale, mentre la maggior parte dei prodotti devono essere acquistati in CUCS (pesos convertibili - 24 pesos nazionali = 1 CUC = 1 dollaro). All’Avana le cose vanno meglio e i cubani riescono a recuperare qualcosa al margine del turismo, ma nelle zone interne del paese la situazione è peggiore. Il furto è generalizzato, la corruzione e il mercato nero sono i soli modi per resistere alla miseria. Facciamo un esempio pratico. Una guida bilingue, che lavora 12 o 14 ore al giorno, riceve un salario statale mensile di 400 pesos (17 dollari). La multinazionale che lo utilizza paga allo Stato cubano 150 dollari. Pare evidente lo sfruttamento del lavoratore e il plusvalore realizzato dallo Stato che intasca la differenza. Questo è socialismo? Questo è sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Proprio ciò contro cui si scaglia Marx nel Capitale. Per questo motivo il popolo cubano vive “inventando” e cerca di trovare il modo per ottenere moneta convertibile.

Adesso si parla di licenziare circa il 30 per cento della forza lavoro statale per obbligarla a impiegarsi nell’agricoltura e nell’edilizia, settori già in crisi e senza sbocco. Anche il turismo è in crisi e per la congiuntura economica sfavorevole molti lavoratori hanno perso l’impiego. A Varadero diversi impiegati sono stati sospesi per alcuni mesi e sono rimasti senza salario. Mentre si verificavano questi fatti incresciosi, il Ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale, Margarita González, con grande faccia tosta, affermava: “Cuba non licenzierà i lavoratori in maniera massiccia e non si lascerà contagiare da riforme in senso neoliberista”.


5. Un capitalismo senza diritto di sciopero e libertà sindacale

Il progetto di licenziare oltre un milione di lavoratori statali è diretto a favorire guadagni secondo lo schema capitalista che pratica il governo di Raúl Castro e il Partito Comunista Cubano. Fa parte di un pacchetto di misure in arrivo, come la riduzione e la chiusura delle mense aziendali, la revisione e il ritiro dei sussidi e delle elargizioni nelle attività culturali e sportive, ma anche nell’alimentazione degli studenti (che già si sono mobilitati reclamando per la pessima qualità del cibo). Si annuncia la scomparsa definitiva della tradizionale “tessera di razionamento”, che da tempo non basta a garantire un minimo di sussistenza

Queste riforme provocano un crescente malessere popolare. Ma a Cuba i lavoratori non dispongono per difendersi del diritto di sciopero che esiste nella maggior parte dei paesi capitalisti. I sindacati dipendono dal Ministero del Lavoro, sono succursali della dittatura del partito unico. Non esiste il diritto di organizzarsi, discutere, fare assemblee per dibattere liberamente su questa complessa situazione, su come affrontare i licenziamenti e i bassi salari. Con la giustificazione di non servire “la controrivoluzione” e “non fare il gioco del nemico”, si impedisce la democrazia operaia, si proibisce lo sciopero e la mobilitazione di piazza per chiedere aumenti di stipendio.

6. Una pentola a pressione

Nel febbraio di quest’anno, la morte di Orlando Zapata Tamayo, prigioniero in sciopero della fame, ha prodotto una crisi politica nel paese. Il giorno successivo, un altro giornalista dissidente, Guillermo Fariñas, ha cominciato in casa sua un altro sciopero della fame. Ci sono state prese di posizione di artisti e di intellettuali di altri paesi che ripudiano l’embargo e solidarizzano con il popolo cubano. Pablo Milanés si è permesso di dire che “bisogna condannare Fidel Castro, dal punto di vista umano, se il dissidente Fariñas muore di fame”, e ha definito “una farsa” le elezioni che si sono tenute ad aprile. La scrittrice Ena Lucía Portela, iscritta alla Unión Nacional de Escritores y Artistas de Cuba (UNEAC), ha levato la sua voce solitaria e critica dicendo: “Adesso basta, accada quel che accada…”.

Il malessere sociale è crescente, non solo per la mancanza di libertà, ma per un sempre più basso tenore di vita, anche se la repressione soffoca il desiderio di ribellione. Ma nell’ottobre del 2009 si sono registrate proteste studentesche nell’Istituto Superiore d’Arte dell’Avana, per il cibo cattivo e la mancanza di igiene. Prima c’erano state denunce per la mancanza del diritto a viaggiare liberamente all’estero. Sono molte le espressioni di ribellione giovanile, soprattutto clandestine. Ricordiamo gruppi musicali come i Porno Para Ricardo capitanati da Gorki Aguila, rapper come Los Aldeanos ed Escuadrón Patriota, che si esprimono con canzoni contro il regime e la burocrazia, chiedendo libertà e diritti civili. I loro CD non sono ufficiali, ma vengono riprodotti clandestinamente. Un maggior acceso a Internet (i cubani possono usarlo ma la connessione costa cara ed è possibile effettuarla solo dagli hotel e da pochi punti Etecsa) allarga gli spazi informativi e di protesta. Basti pensare a Yoani Sánchez e al sito Generación Y, che commenta criticamente le difficoltà quotidiane e la burocrazia, ma non può certo essere considerata una controrivoluzionaria.

In questa situazione, nel mese di luglio il governo ha accettato la mediazione della Chiesa Cattolica e del cancelliere spagnolo per cominciare a liberare 52 prigionieri politici, molti dei quali sono già stati trasferiti in Spagna. Si tratta di un successo importante nel campo dei diritti umani. Non dimentichiamo che gli stessi governi che reclamano il rispetto dei diritti e la libertà per il popolo cubano, sono i rappresentanti delle multinazionali pronte a fare affari d’oro con la dittatura cubana e si disinteressano del fatto che milioni di persone lavorano per un salario ridicolo.

7. Una nuova rivoluzione socialista

In una delle loro canzoni, Viva Cuba Libre, il duo rapper Los Aldeanos afferma che “Ernesto Che Guevara, vero comandante, è il solo che riconosciamo”. Non è mai stato più opportuno ricordare Guevara e la battaglia contro burocrazia e privilegi che caratterizzò la sua gestione durante i primi anni di governo. Ricordiamo le critiche di Guevara alla crescente subordinazione del regine castrista nei confronti del Partito Comunista Sovietico. Il Che diceva: “Rivoluzione socialista o caricatura di rivoluzione!”. Fidel ha sempre negato una vera rivoluziona socialista, con i fatti e con le parole, ma soprattutto ha negato definitivamente il socialismo dopo la fine dell’Unione Sovietica e ha cominciato un percorso di restaurazione capitalistica. La dittatura sta imponendo un capitalismo di Stato che non tiene conto delle necessità popolari e che ha esautorato il popolo dalla proprietà dei mezzi di produzione.

I cubani hanno diritto a un salario degno di questo nome, non possono andare avanti con cifre pari a 10/15 dollari mensili che guadagnano adesso. Uno stipendio minimo deve arrivare a 200/300 CUCS (dollari) e va abolito il sistema perverso della doppia moneta. Sarebbe ora di finirla con la distinzione tra mercati e negozi riservati ai ricchi e quelli dove si servono i poveri. Non sono molto socialisti i privilegi speciali di cui gode la burocrazia al potere. A Cuba non deve più esistere il sindacato unico, ma deve affermarsi la libertà sindacale, il diritto di scioperare, dissentire e riunirsi. Non devono più esserci prigionieri politici. Non deve più esistere un partito unico, ma va dato spazio alla libera formazione dei partiti e a libere elezioni. Entrare e uscire dal paese non deve essere più soggetto a restrizioni per i cittadini. Il permesso di uscita e di entrata è un aberrante strumento di coercizione che ha fatto il suo tempo. Internet deve essere libero e alla portata di tutti. La censura non deve colpire musica, arte e informazione. I giovani devono potersi associare e poter presentare liberamente le loro proposte. Un piano economico nazionale serio deve recuperare il monopolio del commercio con l’estero, eliminare il doppio sistema monetario e aumentare i salari in maniera sostanziale. La pianificazione economica deve eliminare le differenziazioni sociali, la corruzione di chi governa e deve sovvertire la restaurazione capitalista. Devono essere recuperate le conquiste nel campo della salute e dell’educazione ottenute nei primi anni della rivoluzione dal popolo cubano.

Sono molte le cose da fare per migliorare le condizioni del popolo cubano, ma purtroppo viaggiano in direzione opposta alle prime riforme che abbiamo visto estrarre dal cilindro del governo rivoluzionario. Per ottenerle servirà un’altra rivoluzione?


Gordiano Lupi
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