mercoledì 29 maggio 2013

Appunti su Virgilio Piñera - 2


Seconda e ultima puntata

I romanzi di Piñera

La carne di René raccoglie molti temi tipici di Piñera. René è il figlio di Ramón, leader di una cospirazione mondiale che vorrebbe sconfiggere il capo in carica di un imprecisato paese. La causa per cui i seguaci di Ramón si battono è il diritto di bere e mangiare cioccolato. René si trova - suo malgrado - a dover continuare la lotta di suo padre, per farlo deve dedicarsi al culto della sua carne, ma, paradossalmente, per questo motivo deve infliggere al corpo indicibili torture, deve allenarlo all’arte della sofferenza. René rifiuta il ruolo assegnato, non vuole soffrire in silenzio, si ribella a una lotta per una causa in cui non crede e che considera irrazionale. Vero e proprio anti - leader della causa della carne (o del cioccolato, che poi è lo stesso), detesta tutto ciò che è in relazione con il corpo, persino un possibile contatto sessuale con la signora Perez, la vicina che trova la carne di René (un ragazzo di 26 anni) molto appetitosa. René combatte le idee del padre e desidera conservare intatta la sua carne. A un certo punto Ramón viene assassinato per motivi politici e René deve prendere il suo posto. In un primo tempo si nasconde per evitare di assumere le responsabilità che ha ereditato, ma poi accetta il ruolo e il lettore si rende contro che la vita di René sarà dedicata al costante martirio del suo corpo, sino al momento del sacrificio finale. Il romanzo ci ricorda, nella maniera in cui tratta l’assurdo, Il processo di Kafka. L’assurdo di Piñera, come in altre opere, è di una logica sconcertante, pur restando assurdo. Una volta che la finzione è convenientemente stabilita dal narratore, quest’ultimo conduce il lettore alla scoperta di un mondo che è la realtà filtrata attraverso l’irrealtà inventata. La carne di René presenta una chiara allegoria: le persecuzioni di cui soffre il protagonista e che lo distraggono dalla volontà di fare una vita comune - vorrebbe essere normale, ricevere un’educazione, trovare un lavoro… - sono come incidenti inattesi nel corso di un’esistenza intrisi di conseguenze distruttive. Piñera sembra dire che la vita è una valle di lacrime e chi cerca di fuggire dai dolori dovrà pagare con la sua stessa carne. Secondo Piñera, il culto della carne si oppone alla libertà dello spirito umano, che non ha alcuna possibilità di salvezza, mentre la carne governa il mondo. L’uomo può solo abituare il corpo all’ultima rinuncia, alla distruzione definitiva, il cui proposito è quello di compiacere un Dio assurdo come il pezzo di cioccolato per cui combattono i personaggi del romanzo.
In Pequeñas maniobras, il protagonista si nasconde non da un gruppo o partito politico, ma dai suoi stessi amici che pretenderebbero da lui una vita più attiva. Per sfuggire ai persecutori, il protagonista cambia continuamente casa e lavoro. Ogni occupazione è più umiliante della precedente. Finisce per guadagnarsi da vivere impiegandosi in una società di spiritisti. Presiones y diamantes presenta una società dove i beni materiali perdono valore, mentre cospirazioni segrete organizzate da un governo misterioso cominciano a dirigere la vita di tutti, eccetto quella del ribelle protagonista. In questo clima di repressione - o meglio di pressioni imposte da un oppressore - le persone smettono di parlare tra loro e arrivano a nascondersi per evitare gli altri. Il desiderio di isolarsi è tale che molti cominciano a sottomettersi a un nuovo sistema temporale di congelamento: la morte in vita che permette di liberarsi dalle “pressioni” senza dover ricorrere al suicidio. Alla fine tutti gli abitanti della città scompaiono senza che gli scienziati di altri paesi riescano a scoprire che cosa sia accaduto. Come nei due romanzi precedenti, l’uomo è invariabilmente perseguitato da forze di cui ignora l’origine, ma che in ogni caso finiscono per dominare la sua vita. Il protagonista inizialmente non si lascia intimidire, ma alla fine cade in trappola, perché tutti quelli che lo circondano fanno parte di una cospirazione che finisce per coinvolgerlo, qualunque cosa faccia, ovunque si nasconda. Il protagonista non può lottare da solo contro il resto del mondo: il suo destino è quello di soccombere, come tutti.

La narrativa breve

I racconti di Piñera seguono la stessa direzione dei tre romanzi: il comune denominatore è un marcato scetticismo che prende la forma di una perversa ingenuità e di una sorridente ironia. Le esagerazioni macabre impressionano il lettore più per il lato ridicolo che per l’aspetto orrorifico. I racconti di Piñera, come tema di fondo, ricordano gli scheletri giocherelloni del pittore messicano José Guadalupe Posada. Gli elementi di narrativa dell’assurdo che caratterizzano i romanzi sono presenti anche nella narrativa breve e pure qui - una volta che si è stabilita la situazione surreale - il lettore viene preso per mano e condotto verso la speculazione metafisica. Il tono che prevale - come accade in molte opere di Ionesco e Beckett - è quello di un’ineluttabile fatalità. La morte come fenomeno, o l’esistenza di una vita ultraterrena, sono trattati da Piñera in modo singolare.
Nel racconto En el insomnio, un uomo che non può dormire, dopo aver provato ogni rimedio possibile, finisce per farsi saltare il cervello sparandosi con un colpo di revolver. Piñera conclude che l’uomo è morto ma che non è riuscito ad addormentarsi e che l’insonnia - interpretabile come metafora della sofferenza umana - è davvero persistente. El infierno rivela la rara qualità dello scrittore di non ambire a un modus vivendi più prospero. Piñera vuol dimostrare che l’uomo è un essere capace di adattarsi alle sofferenze più grandi e persino al dolore fisico. Dopo una lunga permanenza all’inferno (il racconto è narrato da un io collettivo mediante l’uso della prima persona plurale) arriva il giorno in cui ci viene concesso di lasciarlo, ma finiamo per rifiutare l’offerta perché non è possibile abbandonare una “piacevole abitudine”. Il racconto rivela l’idea che Piñera ha dell’eternità, non come possibile Paradiso, ma come inevitabile Inferno. Molti racconti abbondano di “umorismo nero” a base di mutilazioni, occhi strappati, lingue tagliate e membra divelte. Basti citare, tra i tanti: Las partes, La carne, La caída, El cambio, Como viví y como morí (la storia di un uomo che teme i contatti con il resto del mondo e finisce per rinchiudersi in una stanza piena di scarafaggi, embrione del romanzo Pequeñas maniobras). Il racconto ricorda La metamorfosi di Kafka, perché alla fine, quando le autorità irrompono nella stanza, trovano un gigantesco scarafaggio, “lo scarafaggio più grande sulla faccia della terra”. La circostanza sociale, l’impossibilità di guadagnarsi la vita come scrittore indipendente (da politica e mercantilismo), senza dubbio, sono elementi imprescindibili dell’arte di Piñera. L’artista, lo scrittore disposto a lavorare in mezzo a una manifesta indigenza intellettuale e spirituale, finirà per sentirsi “scarafaggio”, come il personaggio del racconto. La visione dell’autore, pessimista, disincantata, che mostra dietro ogni cosa, ogni gesto, ogni istituzione, il vuoto, deve molto a quella società indifferente ed edonista in cui si è formato, come a una certa naturale tendenza a prendere le distanze, a mettere le cose al loro posto, ad analizzare e ad auto analizzarsi.

Il teatro di Piñera

La produzione drammatica di Piñera è il tipico “teatro dell’assurdo”, a parte la già citata Electra Garrigó e, fino a un certo punto, Aire frío. Dobbiamo subito sgombrare il campo da un possibile errore di interpretazione: Piñera non è un imitatore. Prendiamo Jesús, opera magistrale in cui l’autore si mostra come un talentuoso drammaturgo, indipendente da scuole letterarie e da precise influenze. La pièce è scritta molti anni prima che a Cuba si conosca Ionesco, così come Falsa alarma. Quando Piñera conosce Ionesco - il suo doppio europeo - apprezza le similitudini di stile, ma non può fare a meno di seguire i suoi passi.
Vediamo in rapida sintesi alcune opere teatrali di Piñera.
Jesús racconta le vicissitudini di un barbiere, figlio di María e José, scambiato per un nuovo Messia capace di compiere miracoli. Jesús cerca di chiarire la sua posizione, assume il ruolo di anti - Messia, imita il vero Jesús, lo mette in ridicolo cambiando burlescamente frasi evangeliche o fatti narrati nelle Sacre Scritture. Alcuni esempi. Invece di resuscitare Lazzaro, Jesús vede un cane morto e subito dopo afferma: “Questo cane è morto, e morto resterà!”. Quando qualcuno gli dà uno schiaffo, non porge l’altra guancia come Cristo, ma restituisce il ceffone. Durante una simbolica “ultima cena”, prima di essere assassinato, Jesús brinda alla “morte eterna”.
Falsa alarma presenta un omicida, un giudice e la vedova dell’uomo che è stato assassinato. L’assurda conversazione tra il giudice e la vedova occupa quasi tutta la pièce. Alla fine i due se ne vanno e il criminale resta in scena, in sospeso, con il peso sulla coscienza di dover decidere da solo sulla propria colpevolezza. Il sipario cala mentre l’assassino, condotto alla follia per la scomparsa degli altri due personaggi, balla sulle note del Danubio Blu.
La boda è la storia di una coppia prossima al matrimonio che rompe la promessa quando la ragazza sente il fidanzato confidare a un amico che lei ha i seni cadenti. La pièce è una divertente e giocosa ricostruzione dei fatti. Va da sé che il difetto di Flora (la donna) dà vita ai dialoghi più paradossali.
El flaco y el gordo si svolge in un stanza di ospedale, dove un magro (flaco), povero e oppresso da un ricco grasso (gordo), per vendicarsi delle torture alle quali quest’ultimo lo sottomette, se lo mangia e così facendo si trasforma in un nuovo grasso. Il magro diventato grasso prende posto nel letto del grasso appena divorato. Il letto vuoto dell’ex magro, intanto, è occupato da un nuovo magro. Il ciclo ricomincia.
El filantropo analizza ancora una volta il tema del potente che opprime il debole. Coco, il protagonista, un consumato misantropo, si diverte ad assumere gente che svolga i compiti più degradanti: scrivere centinaia di volte frasi senza senso, mettersi a quattro zampe e abbaiare come cani.
Aire frío è la pièce più razionale di Piñera. Vediamo la famiglia Romaguera - padre, madre, figlia e due figli - in diversi periodi della storia cubana contemporanea. Il desiderio di Luz Marina, la figlia, di possedere un ventilatore elettrico è il leitmotiv che concatena le diverse scene. La famiglia non supera mai la crisi economica. Oscar, proprio come Piñera, emigra in Argentina. Alla fine Enrique, il fratello maggiore, che gode di un certo benessere, regala alla famiglia un ventilatore usato. L’aria fredda (aire frío) simboleggia le cose alle quali i Romaguera non possono assolutamente aspirare. Nel soffocante calore tropicale, ottengono solo l’aria tiepida che adesso circola nella stanza grazie a un ventilatore usato ottenuto per un atto di carità.
Estudio en blanco y negro è un breve dialogo che vede protagonisti due uomini che discutono in un parco, indicando la loro preferenza sul colore bianco o nero. Una giovane coppia, che si trova vicino, viene coinvolta nella discussione e giunge al punto di rompere il fidanzamento. Finalmente entra in scena un personaggio insolito - come tutti gli altri - che grida la parola giallo. L’assurdo è il tema dominante: bianco, nero o giallo sono, per loro natura, identici alla causa del cioccolato (La carne di René) per la quale lottano e si uccidono gli uomini.

Una scatola da scarpe vuota

Una caja de zapatos vacía è un gioco drammatico che rappresenta un rituale in tre parti: la tortura, l’interrogatorio e l’immolazione. Nel primo atto, Carlos prende a pedate un’insignificante e indifesa scatola da scarpe vuota, dopo interroga Berta, perché non può interpellare una scatola inanimata, infine distrugge la scatola come se stesse compiendo un’esecuzione. Il gioco non è un mero passatempo, ma il modo di addestrarsi nei meccanismi della crudeltà che a Carlos, nel secondo atto (dove incarna la scatola di cartone), toccherà subire. Perché Carlos, prima torturatore, inquisitore, capo tirannico ed esecutore della scatola, si trasformerà nella vittima che nel secondo atto dovrà sopportare le pedate di un nuovo capo, Angelito, personificazione del tiranno oppressore. I personaggi che ne El flaco y el gordo sono meri simboli del debole politicamente oppresso che si ribella al despota per poi prenderne il posto, si presentano in modo più realistico. Il secondo atto fa parte dell’artificio, fin quasi al finale della pièce, quando le risorse che hanno guidato i personaggi per controllare le regole del gioco, cominciano a mancare e gli stessi sembrano cadere in mano di forze soprannaturali che decidono il destino. Le pedate e le vessazioni di cui Carlos è oggetto si propongono di abituarlo alle sofferenze e alle torture che prima o poi arriveranno nella società dispotica in cui vive. A ben vedere, come in tutta l’opera di Piñera, tra morti, mutilazioni, sofferenze e ostracismo, quel che davvero conta è l’insistente riaffermazione della propria vita. Qui, come in Dos viejos pánicos, i giochi che hanno per tema la morte si prefiggono solo di scacciarla, ridurla a una circostanza casuale che non dovrà spaventare quando arriverà il momento. Virgilio Piñera passa in rassegna tutte le possibilità dolorose nella mente dei suoi personaggi affinché la sofferenza di vivere e la fine della vita, ormai esperimentate molte volte, non finiscano per sorprendere. Il finale di Una scatola da scarpe vuota è molto diverso rispetto a quello di altre opere di Piñera. Nella pièce, il coro, che obbedisce sempre al più forte, al capo, con un imprevedibile cambio di prospettiva, ignora i comandi di Angelito e acclama Carlos, che, dopo essere morto simbolicamente per mano del primo, rinasce tra le gambe di Berta. Carlos, alla fine, sventola una camicia rossa, simbolo del trionfo dei deboli sui forti. In ogni caso guadagna la libertà (o il potere) ma non vince la codardia.
Il lettore, o lo spettatore, distratto, che non faccia attenzione agli abbondanti commenti filosofico - morali del secondo atto, non capirà fino in fondo il motivo per cui gli dei (rappresentati dal coro) prendano posizione e favoriscano Carlos, anche se non è riuscito a vincere la paura che lo domina. La pièce sembra avere un finale arbitrario, ingiustificato, ma per comprendere l’epilogo dobbiamo considerare che la rinascita di Carlos, il suo impegno per imporsi e vincere la morte, è un glorioso atto di follia.

Angelito: Adesso più che morto è pazzo. Dovremo spedirlo all’ospedale dei dementi dell’inferno.

Berta: Se è pazzo può fare qualcosa. Solo impazzendo si possono fare grandi cose.

Solo così l’esorcismo funziona. Ormai in preda alla follia, l’uomo si getta senza timore nella battaglia per la libertà. Certo, può essere sconfitto, ma almeno ha una possibilità di vittoria, che non lottando, non avrebbe. Carlos, come el flaco de El flaco y el gordo, lotta per raggiungere una vita migliore, e in un attacco di follia si ribella e trionfa. Il trionfo è la sola cosa che conta, non il modo in cui si ottiene. Una nota positiva che giunge a conclusione di un corpus teatrale importante redatto da Piñera.
Diciamo, en passant, che Dos viejos pánicos, Estudio en blanco y negro e Una caja de zapatos vacía, tutte scritte dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana, portano avanti la poetica del teatro dell’assurdo. La Rivoluzione non cambia gli argomenti fondamentali di Piñera, né il senso profondo della sua opera. Va da sé che il suo messaggio non può avere interesse per il nuovo regime cubano, per le sue implicazioni politiche e perché gli obiettivi centrali dello scrittore non sono finalizzati a demonizzare la vecchia realtà dell’Isola, né a propugnare la redenzione dell’uomo, secondo le richieste di Fidel Castro agli scrittori cubani nelle Parole agli intellettuali del 1961. L’opera di Piñera per molti anni viene studiata più fuori di Cuba che all’interno dell’Isola. In ogni caso molti narratori e drammaturghi sono influenzati dalla produzione di Virgilio, al punto che la sua opera crea una vera e propria scuola che i giovani scrittori cubani continuano a seguire. Nel centenario della nascita (1912 - 2012), Cuba proclama l’anno piñerano, caratterizzato da ristampe, recuperi, studi critici, approfondimenti, convegni e rappresentazioni di opere teatrali mai messe in scena. Encomiabile, non c’è che dire, anche se pare evidente il tentativo maldestro di appropriarsi post mortem di uno scrittore scomodo che in vita non si adatta a vestire i panni del poeta cortigiano. La regola tracciata dalla frase di Fidel - Dentro de la Revolución todo; contra la Revolución nada - non fa per lui. Gli scrittori servono alle dittature solo quando possono manipolarne il pensiero.

Gordiano Lupi

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