sabato 25 agosto 2012

Il peso di un'isola (1943)

Il capolavoro di Virgilio Piñera, in occasione del centenario della sua nascita, per la prima volta tradotto integralmente in italiano. La poesia che racconta in maniera lirica l'essenza del popolo cubano.


Virgilio Piñera (1912 - 1979)


La maledetta circostanza dell’acqua da ogni parte

mi obbliga a sedermi alla tavola del caffè.

Se non pensassi che l’acqua mi circondasse come un cancro

avrei potuto dormire tranquillamente.

Mentre i ragazzi si spogliavano dei loro vestiti per nuotare

dodici persone morivano in una stanza per compressione.

Quando all’alba la mendicante scivola nell’acqua

nel preciso momento in cui si lava uno dei suoi capezzoli,

mi abituo al fetore del porto

mi abituo alla stessa donna che invariabilmente masturba,

notte dopo notte, il soldato di guardia in mezzo al sogno dei pesci.

Una tazza di caffè non può allontanare la mia idea fissa,

in un altro tempo io vivevo adamiticamente.

Che portò la metamorfosi?



L’eterna miseria che è l’atto di ricordare.

Se tu potessi formare di nuovo quelle combinazioni,

restituendomi il paese senza l’acqua,

me la berrei tutta per sputarla al cielo.

Però ho visto la musica trattenuta nei fianchi,

ho visto le negre ballare con bicchieri di rum sulle loro teste.

Bisogna saltare fuori dal letto con la ferma convinzione

che i tuoi denti sono cresciuti,

che il tuo cuore ti uscirà dalla bocca.

Ancora galleggia nelle scogliere l’uniforme del marinaio annegato.

Bisogna saltare fuori dal letto e cercare la vena maggiore del mare per

dissanguarlo.

Mi sono messo a pescare spugne freneticamente,

quegli esseri miracolosi che possono evacuare fino all’ultima goccia

d’acqua

e farci vivere all’asciutto.

Questa notte ho pianto dopo aver conosciuto un’anziana

che ha vissuto cento otto anni circondata d’acqua da ogni parte.

Bisogna mordere, bisogna gridare, bisogna graffiare.

Ho dato le ultime istruzioni.

Il profumo dell’ananas può fermare un uccello.

Gli undici mulatti si contendevano il frutto,

gli undici mulatti fallici morirono sulla riva della spiaggia.

Ho dato le ultime istruzioni.

Tutti noi ci siamo denudati.



Giunsi quando davano un bicchiere di acquavite alla vergine crudele,

quando spargevano rum nel pavimento e i piedi sembravano lance,

proprio quando un corpo nel letto potrebbe sembrare impudico,

proprio nel momento in cui nessuno crede in Dio.

I primi accordi e le antichità di questo mondo:

ieraticamente una negra e una bianca e il liquido che schizza.

Per rattristarmi mi odoro sotto le braccia.

In questo paese dove non ci sono animali selvatici.

Penso ai cavalli dei conquistatori che montano le giumente,

penso allo sconosciuto suono dell’areíto (1)

scomparso per tutta l’eternità,

certamente devo sforzarmi per poter mettere in chiaro

il primo contatto carnale in questo paese e il primo morto.

Tutti diventano seri quando il timpano apre la danza.

Solamente l’europeo leggeva le meditazioni cartesiane.

Il ballo e l’isola circondata d’acqua da ogni parte:

piume di flamenco, spine di parago, rami di basilico, semi di avocado.

La nuova solennità di questa isola.

Paese mio, così giovane, non sai definirti!



Chi può ridere su questa roccia funebre dei sacrifici di galli?

I dolci stregoni calano i loro pugnali ritmicamente.

Come una guanabana (2) un cuore può essere trafitto senza

compiere crimini.

Una mano nel trés (3) può portare tutto il sinistro colore dei caimitos (4)

più brillanti di uno specchio nella rugiada,

malgrado ciò la bella musica si allontana dai palmeti.

Se affondassi le dita nella sua polpa crederesti nella musica.

Mia madre fu punta da uno scorpione quando era incinta.



Chi può ridere su questa roccia dei sacrifici di galli?

Chi si può trattenere quando le claves (5) risuonano?

Chi rifiuta di affogare nell’indefinibile rossore del flamboyán (6)?

Il sangue adolescente beviamo nelle pulite scodelle.

Adesso non passa una tigre ma la sua descrizione.



Le bianche dentature che perforano la notte,

e anche i famelici denti dei cinesi in attesa della colazione

dopo la dottrina cristiana.

Ancora può questa gente salvarsi dal cielo,

perché al ritmo degli inni le donzelle eccitano in modo esperto

i falli degli uomini.

L’impetuosa onda invade l’ampio salone delle genuflessioni.

Nessuno pensa a implorare, a chiedere grazia, a ringraziare, a testimoniare.

La santità si sgonfia in una risata.

Siano i caotici simboli dell’amore i primi oggetti che tocchi,

fortunatamente ignoriamo la voluttuosità e la carezza francese,

ignoriamo il perfetto gaudente e la moglie polipo,

ignoriamo gli specchi strategici,

non sappiamo sopportare la sifilide con la tranquilla eleganza di un cigno,

ignoriamo che molto presto praticheremo queste mortali eleganze.

I corpi nella misteriosa pioggerellina tropicale,

nella pioggerellina diurna, nella pioggerellina notturna, sempre nella

pioggerellina,

i corpi mentre aprono i loro milioni di occhi,

i corpi, dominati dalla luce, si ritirano

davanti all’assassinio della pelle,

i corpi, divorando ondate di luce, esplodono come girasoli di fuoco

sopra le acque statiche,

i corpi, nelle acque, come carboni spenti deviano

verso il mare.



È la confusione, è il terrore, è l’abbondanza,

è la verginità che comincia a perdersi.

I manghi marciti nel letto del fiume oscurano il mio giudizio,

quindi scalo l’albero più alto per cadere come un frutto.

Niente potrà fermare questo corpo destinato agli zoccoli dei cavalli,

così turbato e occupato tra la poesia e il sole.



Ascolto brevemente il cuore trafitto,

conficco lo stiletto più appuntito nella nuca dei dormienti.

Il tropico salta fuori e il suo getto invade la mia testa

attaccata con forza contro la crosta della notte.

La pietà originale delle aurifere sabbie

affoga sonoramente le giumente spagnole,

la tromba marina scompiglia le criniere più inclinate.



Non posso guardare con questi occhi dilatati.

Nessuno sa guardare, contemplare, denudare un corpo.

È la terribile confusione di una mano nel verde,

gli strangolatori che viaggiano nella fascia dell’iride.

Non saprei popolare di sguardi il solitario corso dell’amore.



Mi fermo su certe parole tradizionali:

l’acquazzone, la siesta, il cañaveral (7), il tabacco,

con semplice cenno, appena un’onomatopea,

come un titano passo sopra la sua musica,

e dico: l’acqua, il mezzogiorno, lo zucchero, il fumo.



Io armonizzo:

l’acquazzone percuote il dorso dei cavalli,

la siesta è in relazione alla coda di un cavallo,

il campo di canna da zucchero divora i cavalli,

i cavalli si perdono silenziosamente

nella tenebrosa emanazione del tabacco,

l’ultimo gesto dei syboneis (8) mentre il fumo passa dalla forcella

come il carro funebre,

l’ultimo cenno dei syboneis,

mentre scavo questa terra per incontrare gli idoli e farmi una storia.



I popoli e le loro storie nella bocca di tutto il popolo.



Subito, il galeone carico d’oro si mette nella bocca

di uno dei narratori,

e Cadmo, sdentato, comincia a suonare il bongó.

La vecchia tristezza di Cadmo e il suo perduto prestigio:

in un’isola tropicale gli ultimi globuli rossi di un dragone

tingono con imperiale dignità il mantello di una decadenza.



Le storie eterne davanti alla storia di una volta del sole,

le eterne storie di queste terre che generano buffoni e pappagalli,

le eterne storie dei negri che furono,

e dei bianchi che non furono,

o al contrario o come vi sembri meglio,

le eterne storie bianche, nere, gialle, rosse, azzurre,

- tutta la gamma cromatica che esplode sopra la mia testa in fiamme -,

l’eterna storia del cinico sorriso dell’europeo

arrivato per stringere le tette di mia madre.

L’orrenda passeggiata circolare,

il tenebroso gioco dei piedi sulla sabbia circolare,

l’avvelenato movimento del tallone che evita il ventaglio del riccio,

le sinistre mangrovie, come un cinturone canceroso,

circondano l’isola,

le mangrovie e la fetida sabbia

stringono le reni degli abitanti dell’isola.



Solo si eleva un flamenco assolutamente.



Nessuno può uscire, nessuno può uscire!

La vita dell’imbuto e sopra la panna della rabbia.

Nessuno può uscire:

lo squalo più piccolo rifiuterebbe di trasportare un corpo intatto.

Nessuno può uscire:

un’uva caleta (9) nella fronte della creola

che si sventola languida in una sedia a dondolo,

e “nessuno può uscire” termina terribilmente nel suono delle claves.

Ogni uomo mangia frammenti dell’isola,

ogni uomo divora i frutti, le pietre e l’escremento nutritivo,

ogni uomo morde lo spazio lasciato dalla sua ombra,

ogni uomo addenta il vuoto dove trova la sua sede il sole,

ogni uomo, apre la sua bocca come una cisterna, ristagna l’acqua

del mare, ma come il cavallo del barone di Munchausen,

la getta pateticamente dalla sua parte posteriore,

ogni uomo nel vendicativo lavoro di ritagliare

i bordi dell’isola più bella del mondo,

ogni uomo cerca di lasciar andare la bestia in mezzo alle lucciole.



La bestia è indolente come un bel maschio

e testarda come una femmina primitiva.

Vero è che la bestia attraversa quotidianamente i quattro momenti caotici,

i quattro momenti in cui si può contemplare

- con la testa messa tra le sue zampe - scrutando l’orizzonte

con occhio terribile,

i quattro momenti in cui si apre il cancro:

alba, mezzogiorno, crepuscolo e notte.



Le prime gocce di una pioggia inclemente cadono sulle sue spalle

fino a quando la pelle assume la risonanza di due maracas (10) suonate

abilmente.

In questo momento, come una savana o come un bandiera di

tregua, potrebbe

manifestarsi un gradevole mistero,

ma la valanga di verdi lussuriosi soffoca i bagnati suoni,

e la monotonia invade l’avvolgente tunnel delle foglie.



La traccia luminosa di un sogno mal generato,

un carnevale che comincia con il canto del gallo,

la nebbia che copre con la sua gelida maschera lo scandalo della savana,

ogni palma che si diffonde insolente in un verde gioco di acque,

perforano, con un triangolo incandescente, il petto dei primi acquaioli,

e la colonna d’acqua lancia i suoi vapori nella faccia del sole cucita

da un gallo.

È l’ora terribile.

I divoratori di nebbia si dileguano

verso la parte più inferiore della palude,

e un caimano passa dolcemente vicino.

È l’ora terribile.

Come un meteorite la terribile gallina cade,

e ognuno beve il suo caffè.

Cosa può fare il sole in un paese così triste?

I lavori quotidiani si attorcigliano al collo degli uomini

mentre il latte cade disperatamente.

Cosa può fare il sole in un paese così triste?

Con un lusso mortale i macheteros (11) aprono grandi spazi nel bosco,

la tristissima iguana salta baroccamente in una pozza di sangue,

i macheteros, mentre realizzano spazi luminosi, si rattristano

fino ad acquistare la sfumatura di un sotterraneo egizio.

Chi può sperare clemenza in questa ora?

Confusamente un popolo fugge dalla sua stessa pelle

addormentandosi con la luminosità,

la fulminante droga che può dare inizio a un sonno mortale

nei begli occhi di uomini e donne,

negli immensi e tenebrosi occhi di queste genti

per i quali la pelle entra all’interno di strani riti.



La pelle, in questa ora, si estende come una scogliera

e morde i suoi stessi limiti,

la pelle si mette a gridare come una pazza, come un maiale selvatico,

la pelle cerca di coprire la sua luminosità con pezzi di palma,

con foglie portate distrattamente dal vento,

la pelle si copre furiosamente con pappagalli e pitahayas (12),

assurdamente si copre con malinconiche foglie di tabacco

e con resti di leggende tenebrose,

e quando la pelle è soltanto una palla oscura,

la terribile gallina depone un uovo bianchissimo.



Bisogna coprire! Bisogna coprire!

Ma la luminosità avanza, invade

perversamente, obliquamente, perpendicolarmente,

la luminosità è un’enorme ventosa che assorbe l’ombra,

e le mani vanno lentamente verso gli occhi.

I segreti più inconfessabili vengono detti:

la luminosità muove le lingue,

la luminosità muove le braccia,

la luminosità cade su una fruttiera di guayabas (13),

la luminosità cade sui negri e sui bianchi,

la luminosità percuote se stessa,

va da un lato all’altro convulsamente,

inizia a esplodere, a scoppiare, a spaccarsi,

la luminosità inizia l’illuminazione più orribile,

la luminosità inizia a generare luminosità.

Sono le dodici del giorno.



Tutto un popolo può morire di luce come morire di peste.

A mezzogiorno il bosco si popola di amache invisibili,

e, lanciati, gli uomini seminano foglie alla deriva sopra acque metalliche.

In questa ora nessuno saprebbe pronunciare il nome più caro,

né alzare una mano per accarezzare un seno;

in questa ora del cancro uno straniero giunto da spiagge remote

domanderebbe inutilmente quali progetti abbiamo

o quanti uomini muoiono di malattie tropicali in questa isola.

Nessuno lo ascolterebbe: le palme delle mani rivolte verso l’alto,

gli orecchi otturati dal tappo della sonnolenza,

i pori chiusi con la cera di un fastidio elegante

e della mortale deglutizione delle glorie passate.



Dove incontrare in questo cielo senza nubi il tuono

il cui scoppio spacca, da sopra a sotto, il timpano dei dormienti?

Quale conchiglia paleolitica spaccherebbe con il suo aspro corno

il timpano dei dormienti?

Gli uomini-conchiglia, gli uomini-scimmia, gli uomini-tunnel.

Popolo mio, tanto giovane, non sai ordinare!

Popolo mio, divinamente retorico, non sai raccontare!

Come la luce o l’infanzia ancora non hai un volto.



All’improvviso il mezzogiorno si mette in moto,

si mette in moto dentro se stesso,

il mezzogiorno statico si muove, oscilla,

il mezzogiorno inizia a elevarsi tra flatulenze,

le sue cuciture minacciano di scoppiare,

il mezzogiorno senza cultura, senza gravità, senza tragedia,

il mezzogiorno che orina verso l’alto,

che orina in senso opposto alla grande orinata

di Gargantuà nelle torri di Notre Dame,

e tutte quelle storie, lette da un isolano che non sa

che cosa sia un universo risoluto.



Ma il mezzogiorno si decide nel crepuscolo e il mondo si delinea.

Alla luce del crepuscolo una foglia di yagruma (14) dispone il suo velluto,

il suo colore argentato del rovescio è il primo specchio.

La bestia lo guarda con il suo occhio terribile.

In questo trance la pupilla si dilata, si distende

fino a catturare la foglia.

Allora la bestia esamina con il suo occhio le forme seminate nella sua

schiena

e gli uomini gettati contro il suo petto.

È l’ora unica per guardare la realtà in questa terra.



Non una donna e un uomo faccia a faccia,

ma il contorno di una donna e un uomo faccia a faccia,

entrano senza gravità nell’amore,

in modo tale che Newton fugge vergognandosi.



Una guinea (15) strilla per indicare l’angelus:

abrus precatorius, anona myristica, anona palustris.



Una litania vegetale senza aldilà si eleva

davanti agli archi floridi dell’amore:

Eugenia aromatica, eugenia fragrans, eugenia plicatula.

Il paradiso e l’inferno scoppiano e solo resta la terra:

ficus religiosa, ficus nitida, ficus suffocans.

La terra che produce per i secoli dei secoli:

Panicum colonum, panicum sanguinale, panicum maximum.

Il ricordo di una poesia naturale, non codificata, mi viene alle labbra:

albero del poeta, albero dell’amore, albero del sesso.



Una poesia esclusivamente della bocca come la saliva:

fiore di rabbia, fiore di cera, fiore della Y.



Una poesia microscopica:

Lacrime di Job, lacrime di Jupiter, lacrime d’amore.



Ma la notte si chiude sopra la poesia e le forme si sfumano.

In questa isola per prima cosa la notte risveglia l’olfatto:

le aperture di tutte le narici frustano l’aria

cercando un fiore invisibile;

la notte si mette a macinare migliaia di petali,

la notte si lascia attraversare da meridiani e paralleli d’odore,

i corpi s’incontrano nell’odore,

si riconoscono in questo odore unico che la nostra notte sa produrre;

l’odore porta la bacchetta delle cose che passano per la notte,

l’odore entra nel ballo, si stringe contro il güiro (16),

l’odore esce dalla bocca degli strumenti musicali,

si posa nel piede dei ballerini,

il capannello dei presenti divora quantità d’odore,

apre la porta e le coppie si aggregano alla notte.



La notte è un mango, è un ananas, è un gelsomino,

la notte è un albero davanti a un altro albero senza muovere i suoi rami,

la notte è un insulto profumato sulla guancia della bestia;

una notte sterilizzata, una notte senza anime in pena,

senza memoria, senza storia, una notte antillana (17);

una notte interrotta dall’europeo,

l’inevitabile personaggio di passaggio che lascia il suo escremento illustre,

al massimo, cinquecento anni, un sospiro nel percorso della notte antillana,

un’escrescenza vinta dall’odore della notte antillana.

Non importa che sia una processione, una conga (18),

una comparsa, una parata.

La notte penetra con il suo odore e tutti vogliono accoppiarsi.

L’odore sa strappare le maschere della civilizzazione,

sa che l’uomo e la donna si incontreranno puntualmente nel bananeto.

Musa paradisiaca, proteggi gli amanti!



Non devi che conquistare il cielo per goderne,

due corpi nel bananeto valgono tanto come la prima coppia,

l’odiosa coppia che servì per segnare la separazione.

Musa paradisiaca, proteggi gli amanti!



Non vogliamo potenze celestiali ma presenze terrestri,

che la terra ci protegga, che ci protegga il desiderio,

felicemente non portiamo il cielo nelle nostre vene,

solo sentiamo la sua realtà fisica

per la comunicazione della pioggia che cade sulle nostre teste.



Sotto la pioggia, sotto l’odore, sotto tutto quel che è una realtà,

un popolo si fa e si disfa lasciando testimoni:

una veglia, una festicciola, una mano, un crimine,

disordinati, confusi, sprofondati nella risacca perpetua,

facendo lievi saluti, mostrando i denti, percuotendosi le reni,

un popolo discende risoluto in enormi blocchi di concime,

sentendo come l’acqua lo circonda da ogni parte,

più in basso, più in basso, e il mare che freme alle sue spalle;

un popolo resta insieme alla sua bestia nell’ora di partire,

urlando nel mare, divorando frutti, sacrificando animali,

sempre più in basso, fino a conoscere il peso della sua isola;

il peso di un’isola nell’amore di un popolo.



(1943)

Traduzione di Gordiano Lupi


Note del traduttore:

(1) canto indigeno

(2) frutto tipico cubano

(3) strumento musicale cubano simile a una chitarra

(4) fiore cubano

(5) strumento musicale cubano

(6) pianta tipica cubana dai fiori rossi

(7) campo di canna da zucchero

(8) uno dei ceppi indigeni cubani

(9) tipica uva bianca cubana

(10) strumento musicale cubano

(11) tagliatori di canna da zucchero che lavorano con il machete

(12) pianta cubana

(13) frutto cubano

(14) pianta cubana

(15) uccello tropicale

(16) strumento musicale cubano

(17) antillana, delle Antille, intraducibile, anche se molti usano l’orribile italianismo antigliana.

(18) strumento musicale cubano

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