venerdì 30 agosto 2013

Cubani cinici e cubani parassiti

di Félix Luis Viera - da Cubaencuentro - Non si deve criticare una persona espatriata perché torna a vedere la sua terra natale. Nel caso degli esiliati cubani, sappiamo che molti, dopo la loro uscita da Cuba, -avvenuta 10, 20, persino 40 anni fa - giurarono di non tornare e hanno prestato fede a tale giuramento. Altri, qualche volta sono tornati; alcuni per rivedere i familiari più stretti, in certi casi molto anziani; altri, semplicemente, per constatare lo stato di rovina in cui versa il quartiere dove nacquero e per visitare i parchi e i cimiteri dove si trovano i loro ricordi e i loro cari. Conosco casi di persone che "avevano bisogno" di contemplare un'altra volta quelle montagne e quel mare che li hanno visti crescere. Tutto questo, compreso molti altri esempi simili che non ho citato, è umano. Ma ultimamente, grazie alle nuove leggi migratorie approvate dal castrismo e ai vantaggi concessi dal governo statunitense, molti nostri compaesani che, paragonati a coloro che sono rimasti sull'Isola, vivono vantaggiosamente nel paese del Nord, viaggiano verso la loro terra d'origine solo per piacere, per "fare turismo", per "fare la bella vita" e mostrare i loro dollari, i loro vestiti, le loro possibilità. Questi cubani esiliati, soprattutto a Miami, vanno a Cuba con il solo scopo di "godersi la vita", frequentando locali notturni, spiagge e centri di divertimento... sfruttando tutto quel che trovano di positivo in simili luoghi. Tutto è piuttosto economico per le loro possibilità e in ogni caso alla portata dei loro redditi. Malgrado ciò, quando chiesero asilo politico negli Stati Uniti dichiararono che l'Isola era un luogo invivibile, che erano perseguitati, o qualcosa di simile. In pratica, questi cubani emigrati sfruttano il lato positivo degli Stati Uniti e - per alcuni giorni - il meglio della loro terra natale, nonostante la situazione di degrado in cui versa. Alcuni dei cubani esiliati che si comportano così fanno parte di quel contingente di compatrioti che - nei luoghi dove vivono - si fanno passare per i più coraggiosi, i più scherzosi, i portabandiera di un popolo che ama il divertimento, i migliori amanti, i migliori ballerini, i più intelligenti e ingegnosi del pianeta. Di fatto, sono soltanto dei caproni. A Cuba, invece, abbiamo un nuovo modello di compatriota. Per oltre mezzo secolo la maggior parte dei cubani, dagli alti dirigenti fino ai venditori al dettaglio e agli amministratori di farmacie, si sono dedicati a investire molte ore lavorative per portare a termine ruberie e piccole truffe. Non deve sembrare strano che dopo la crisi totale che investe il paese dal 1991 e la depenalizzazione del dollaro, decisa alcuni anni dopo, spuntasse un nuovo tipo di cubano: quello che non "muove un dito", ma attende solo la manna dal Nord, dove vivono i familiari e dei buoni amici che lo mantengono. Queste persone di solito sono giovani o adulti in età lavorativa. Il loro ragionamento è semplice: perché lavorare, anche nelle attività private recentemente liberalizzate dal governo, se con il denaro inviato dai familiari che vivono all'estero campano senza problemi? A Cuba esiste da oltre 40 anni la Legge Contro il Vagabondaggio, applicata con severità e persino con crudeltà - l'ho visto con i miei occhi - negli anni Settanta. Questa legge non è stata derogata, ma in realtà non viene più applicata. - Mi hai portato qualche extra? - E' stato il saluto di un cugino a un maestro che si è recato recentemente a Cuba per far visita ai familiari. Ha detto "extra" perché questo zio manda regolarmente al cugino e agli altri parenti i dollari che servono per sopravvivere. - Zio Alberto non manda niente da quasi tre mesi. Zio Alberto è un altro zio che, secondo quel che mi ha raccontato lo zio che è stato da poco in visita a Cuba e che è amico mio, non invia rimesse con regolarità. Che cosa fare in casi simili? Credo che non possiamo fare niente. Soltanto analizzare il risultato. Traduzione di Gordiano Lupi www.infol.it/lupi Felix Luis Viera (Cuba, 1950), vive in Messico. ha pubblicato in Italia. Il lavoro vi farà uomini (L'ancora del mediterraneo) e La patria è un'arancia (Il Foglio Letterario). Di prossima pubblicazione una raccolta di poesie, diffusa come e-book gratuito in italiano e spagnolo (con mia traduzione) sul portale Amazon.

giovedì 29 agosto 2013

Garrincha e la guerra in Siria

La vignetta del fumettista cubano Garrincha non ha bisogno di traduzioni. La guerra - vestita da matador in abiti da centurione dell'antico impero romano - tenta Obama ancora una volta. Il Presidente statunitense è raffigurato come un toro, infuriato dal rosso delle presunte armi chimiche, pronto a combattere. Una tantum, a dire il vero, condivido l'opinione di Fidel Castro che ha detto: "L'Impero sta pianificando un genocidio ai danni dell'umanità". Epurata la frase dalla retorica tipica dell'uomo, resta il fatto che un attacco alla Siria farebbe esplodere la polveriera mediorentale con conseguenze catastrofiche anche per l'Europa. Attendiamo con fiducia che la ragione abbia il sopravvento sugli istinti bellici. Gordiano Lupi

venerdì 23 agosto 2013

Dove sono i contadini di Abela?

di Yoani Sanchez
da Generacion Y - http://lageneraciony.com/


La composizione è quasi circolare, compatta. Gli occhi seguono un percorso a spirale che comincia dalle scarpe di un uomo seduto in primo piano e termina con il gallo tenuto in braccio da un altro. Si notano pace, tracce di una buona conversazione e sullo sfondo un villaggio composto da casine di legno e foglie di palma. Sei contadini cubani sono stati rappresentati in questa pittura di Abela, tanto conosciuta quanto imitata. Hanno volti bruciati dal sole e lineamenti leggermente indigeni. Sono magnetici, irresistibili. Il nostro sguardo si spinge a osservare i dettagli dell’abbigliamento. “Vestiti di tutto punto”, copricapo impeccabile, maniche lunghe, forse con tessuti inamidati per l’occasione.
Contagiata dalla familiarità con il dipinto, scendo nel campo, mi inoltro nei solchi dove tante volte sono andata a raccogliere tabacco, fagioli, aglio… Vado alla ricerca di quella unità primordiale del nostro essere cubani, rappresentata dall’uomo rurale. Ma, sotto il sole rovente di agosto, al posto di quei “contadini di Abela”, incontro gente vestita con abiti militari. Pantaloni verde oliva, camicie che da anni hanno perso le decorazioni militari, vecchi berretti di qualche battaglia mai combattuta. I contadini si coprono con divise delle Forze Armate o del Ministero degli Interni, per poter affrontare la durezza della campagna. Non hanno molte possibilità di scelta.
Sul mercato informale è più facile comprare una giacca da ufficiale che una camicia per lavori agricoli. Costa meno un berretto da poliziotto che un copricapo fatto con fibre di palma. Le cinture di cuoio sono un ricordo del passato; adesso è più facile ed economico trovare quelle usate nell’esercito. Succede la stessa cosa con le calzature. Gli stivali di gomma scarseggiano, al loro posto uomini e donne che lavorano la terra portano scarpe progettate per la trincea e il combattimento. In un paese militarizzato fino ai più piccoli dettagli, le cose militari si impongono sulla tradizione. Il contadino di oggi - per il suo abbigliamento - sembra più un soldato che un agricoltore.
Il centralismo statale ha finito per annientare la produzione autonoma di indumenti destinati ai lavori agricoli. Neppure le recenti agevolazioni in tema di lavoro privato hanno promosso questo settore. Non si tratta solo di un tema economico o di approvvigionamento, questa situazione colpisce anche le nostre idiosincrasie e i nostri costumi popolari. Una versione attuale del quadro di Abela, ci lascerebbe l’impressione di trovarci di fronte a un gruppo di militari in abiti sgualciti, che posano per il pittore in mezzo all’accampamento… mentre sta per suonare la tromba che dà inizio alla giornata.  

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

domenica 18 agosto 2013

Ottantasette e non li dimostra



Il vecchio compie ottantasette anni. Sì, lo so, sono fuori tempo massimo, ne hanno già parlato tutti. Il Granma c’ha fatto un’edizione speciale, bontà sua, i giornali di mezzo mondo si sono affannati a fare riassunti, facendo finta di credere che il vecchio avesse detto qualcosa di nuovo. Un mio amico mezzo scemo, uno che non ci sta con la testa e scrive un blog, è ripartito con la vecchia storia Fidel è morto, non ha festeggiato il compleanno in pubblico, non s’è fatto vedere, e via col mambo delle puttanate in rete, che poi la gente ci crede e il governo smentisce. Da dieci anni a questa parte credo che il vecchio l’abbiano fatto morire almeno una dozzina di volte, ma è sempre resuscitato, più arzillo di prima. Ottantasette e non li dimostra, ha detto mio padre. Sarà merito di tutta la moringa che mangia, credo. Cazzo, non li dimostra, papà, sai quante volte vorrei essere morto per davvero prima di ridurmi in quelle condizioni? Il vecchio resta vivo, non si sa grazie a cosa, un po’ come questa rivoluzione che perde pezzi, come una macchina scassata che vaga per le strade polverose, un almendron. Il vecchio non avrebbe mai immaginato che la sua vita si sarebbe prolungata per altri sette anni. Nemmeno noi, a dire il vero, ma consolati, tanto fanno come se tu non ci fossi: lavoro privato, licenziamenti, dissidenti che espatriano, qui è tutto un casino, dammi retta, non credo che ti farebbe piacere capire come un tempo. Mentre tu ricordi l’Unione Sovietica, la crisi dei missili e i compagni coreani, un bel po’ di dirigenti del partito hanno messo da parte capitali immensi e vivono da nababbi. Non solo, si prendono in casa le servette orientali per fare i lavori domestici, proprio come una volta, proprio come quando c’era Batista e anche prima, al tempo dei proprietari terrieri. Barba mio, se ci fossi ancora tu nei tuoi cenci, mi sa che t’incazzeresti parecchio. Altro che moringa! Barba mio, ci mancano i tuoi discorsi fiume, ci facevi due palle come cocomeri, ma alla fine uscivi dalla piazza con la voglia di andare a zappare campi di patate per la rivoluzione. Ora l’entusiasmo è poco, da una parte un’invasata che pensa ai diritti dei gay, dall’altra uno Speedy Gonzales che teme persino la sua ombra, lui si regge sul Venezuela del camionista presidente, e noi, se non riusciamo a scappare, ci arrangiamo come possiamo. La politica? No, la politica non ci sta nella zuccheriera, come dice Varela. E non è roba per noi. Chi fa politica ha i suoi motivi, dove c’è un cubano c’è un partito, ormai lo sappiamo, l’unità resta un sogno, l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa di buono è stato nel 1959, ma guarda un po’ com’è finita. Il problema delle rivoluzioni è sempre lo stesso. A un certo punto si alza uno, recinta il campo, e dice: È mia. Un po’ come la proprietà privata. Pure la Rivoluzione - a volte - è un furto. Ai danni del popolo. Tu guarda l’Egitto. E allora basta parlare di politica, tanto a me non mi paga nessuno, posso dire quel che voglio, resta soltanto uno sfogo, un racconto, uno sberleffo al potere. Non scrivo su El Mundo, non scrivo su El País, non ho contratti milionari, ogni tanto un camajan d’editore mi manda cento euro, a volte pure di più, e vado avanti. Bastano, per non affogare la disperazione nel rum di strada, quello fatto con alcol di legno che fa più vittime del comunismo. Bastano per andare a caccia di mulatte nella notte, quando il Malecón illuminato dalla luna e percosso dal vento del Messico ti fa venire voglia di tenerezza e parole d’amore. Bastano per non pensare… 

Alejandro Torreguitart Ruiz 
L’Avana, 14 agosto 2013 

Traduzione di Gordiano Lupi

venerdì 16 agosto 2013

Mamma, voglio fare il dissidente


di Alejandro Torreguitart Ruiz
Mamma è preoccupata. Dice che non scrivo più. Questa è bella, proprio lei che stava sempre a dire Alejandro non fai un cazzo dalla mattina alla sera, perché non ti trovi un lavoro serio invece di scrivere, ora mi rimprovera perché non scrivo.
“Mamma, ti senti bene?”, le chiedo.
“Mai stata meglio”, risponde. E intanto separa i fagioli buoni dai cattivi. Solito gesto che scandisce il ritmo del quotidiano in questo paese dove non succede mai niente e si va avanti così, tanto siamo cubani, s’inventa. 
“Non scrivo a richiesta, mamma. Scrivo quel che vedo. Ho parlato di froci, puttane, gente che scappa, mogli che uccidono mariti. Ho messo in burletta Lovecraft e Dickens. Non ho più idee, mamma”.
“Fattela venire, allora. Chiama il tuo amico camajan. Digli che ti pubblichi un libro, una raccolta di racconti, qualcosa. I soldi fanno comodo, Alejandro. Abbiamo la casa da restaurare…”
Ora mi spiego la foga letteraria di mia madre. Non ha mai letto un libro in vita sua, al massimo Juventud Rebelde, le pagine dei fumetti, riviste tipo Palante e Boemia, cose che non si trovano più. Figurati se legge quel che scrivo, e poi meglio così, ché con tutti i cazzi e i culi che ci metto dentro le prenderebbe male. Ma i soldi dei diritti le interessano, certo. Mai chiedersi da dove provengono. Basta che arrivino. E allora cara mamma, tu non lo sai, ma un modo ci sarebbe per fare un po’ di soldi senza fatica. Mi sa che non ti piace ma oggi come oggi rende bene fare il dissidente. Ricardo Alarcón deve essersi preso uno sturbo, ché da un anno a questa parte volano tutti in Europa e nordamerica, i cieli del mondo sono pieni zeppi di dissidenti cubani, le strade del nord brulicano di cubani coperti da enormi cappotti che parlano di politica, mangiano caldarroste e bevono vodka. E io che ho sempre avuto paura. Mi sa che sono proprio fesso. Pubblico libri in Italia, non mi faccio vedere, mia madre dice ti mettono in galera e buttano la chiave, mio padre aggiunge ragazzo fai attenzione. E io sto attento, tranquilli, ma qui non sta più attento nessuno, vanno in America i Porno Para Ricardo, persino Gorki, che a tempo perso manda affanculo Raúl Castro e dà del vecchio rimbambito a Fidel. Ma mica viaggiano e basta, mica affollano gli aeroporti per far dispetto al vecchio Alarcón, no, riscuotono pure un sacco di soldi, tra concerti, conferenze, lezioni universitarie e articoli sulla stampa di mezzo mondo. Scorreggia un dissidente? El País concede la prima pagina e una collaborazione da opinionista. Alejandro, fatti furbo, segui la tua strada. Altro che quattro spiccioli da un editore italiano per scrivere storie di froci e puttane, ché gli italiani quello leggono, pare. Dicono che la Sezione d’Interessi paghi bene, basta farsi coraggio, osare un pochino, aprire un blog, poi ci si mette in lista d’attesa. Magari trovo un agente letterario europeo, firmo qualche contratto, apro un conto in Svizzera o in Spagna, un posto vale l’altro, deposito i soldi e ogni tanto attingo per le piccole spese.
Non farò mai niente di tutto questo, lo so, ma è bello sognare…

“Mamma, ora come ora mi vengono solo poesie”, dico.
“Figlio mio, con la poesia non ha mai mangiato nessuno”.

Ecco, mia madre non capisce un cazzo di letteratura, tra l’Indio Naborí e Lezama Lima preferisce il primo, pensa che Proust sia una malattia infettiva, una cosa tipo la proustite, nonostante tutto ha capito che con la poesia non si mangia. Mamma, si mangerebbe girando per il mondo a fare il santone, rischi zero, mica siamo il Kazakistan, non ci tocca nessuno. Mamma, voglio fare il dissidente, è il mestiere del futuro. Avrei tanta voglia di dirglielo, ma meglio di no, non reggerebbe il colpo. E poi mica ce la farei. Meglio inventarsi un’altra storia di puttane, guarda, come ha detto l’editore l’altro giorno, magari una trilogia, ché ora vanno di moda le trilogie. Quasi quasi scrivo La puttana dissidente, mi sa che diventa un best-seller, anche senza sfumature di grigio, ché qui le sfumature ci sono, e neanche poche, ma è meglio non dire di cosa...
L’Avana, 31 luglio 2013
Traduzione di Gordiano Lupi

Garrincha e l'Egitto


Il vignettista cubano Garrincha e la democrazia egiziana.

mercoledì 14 agosto 2013

Felix Luis Viera

Un poema para el crítico


Yo quise escribir un poema que a cierto
   crítico sirviera.
Por tanto me preocupé por la más estric-
   ta segmentación,
puse además mucho cuidado
en las bisémicas y sinécdoques precisas, en
los asíndeton, polisíndeton, en
las cacofonías y asonancias de cuarta y
   quinta dimensión,
etcétera (vicios y deslices que saltan de-
   masiado fácil cuando los enfocan
esos hipersensibles instrumentos de este
   crítico). También
debía agregarle una —muy bien balancea-
da—dosis de mostaza
y salpicarlo con salsa y ron puramente
   criollos.

Naturalmente, no lo debía escribir a má-
quina, ni a mano, ni a tinta,
sino con regla de cálculo, compás y
   estereoscopio.

Y comencé. Esperanzado.

Y lo logré.
Según afirmó él públicamente en una ter-
   tulia anónima, esquinera.  

Yo quise escribir un poema que a este
   crítico —no a otro—
sirviera, un poema
que alcanzara el dictamen positivo después
    de transitar
su vasto laboratorio repleto
de equipos electrocríticos de primer orden.

Y lo logré. Afirma él.

Lástima que así
recién nacido como estaba,
hubiera que ponerle al pobrecito
urgentemente una transfusión en cada vena.


Junio del 81



Una poesia per il critico

Io volli scrivere una poesia che a un certo
   critico servisse.
Pertanto mi preoccupai della più
   stretta segmentazione,
feci inoltre molta attenzione
alle bisemiche e alle sineddoche precise, agli  
asindeti, polisindeti, alle  
cacofonie e assonanze di quarta e
   quinta dimensione,
eccetera (vizi e peccati che saltano fuori   
   troppo facilmente quando sono messi a fuoco
dagli ipersensibili strumenti di questo
   critico). Inoltre
dovevo aggiungere una - molto ben bilanciata -
dose di mostarda
e condirlo con salsa e rum tipicamente
  creoli.

Naturalmente, non avrei dovuto scriverla a
macchina, né a mano, né con la pittura,
ma con righe da calcolo, compasso e
  stereoscopio.

E cominciai. Speranzoso.
E ci sono riuscito.
Secondo quel che affermò lui pubblicamente in un
  incontro anonimo, di quartiere.    

Io volli scrivere una poesia che a questo
   critico - non ad altri –
servisse, una poesia
che ottenesse il giudizio positivo dopo
    essere passata
dal suo vasto laboratorio strapieno
di gruppi elettrocritici di primordine.

E ci sono riuscito. Afferma lui.

Peccato che così
neonata com’era,
dovetti praticare alla poveretta
una trasfusione urgente in ogni vena.


Giugno 1981

(Traduzione di Gordiano Lupi)

Félix Luis Viera


Félix Luis Viera (Santa Clara, Cuba, 1945). Poeta, cuentista y novelista. Ha publicado los poemarios: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David de Poesía de la Uneac*, 1976, Ediciones Unión, Cuba), Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba), Cada día muero 24 horas (1990, Editorial Letras Cubanas), Y me han dolido los cuchillos (1991, Editorial Capiro, Cuba), Poemas de amor y de olvido (1994, Editorial Capiro, Cuba) y La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami, EE UU, 2010, Ediciones Il Foglio, Italia, 2011); los libros de cuento: Las llamas en el cielo (1983, Ediciones Unión, Cuba), En el nombre del hijo (Premio de la Crítica 1983. Editorial Letras Cubanas. Reedición 1986) y Precio del amor (1990, Editorial Letras Cubanas); las novelas Con tu vestido blanco (Premio Nacional de Novela de la UNEAC 1987 y Premio de la Crítica 1988. Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (1995, Ediciones Unión, Cuba), Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2002, Editorial L´ Ancora del Mediterraneo, Italia, 2005), la noveleta Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997. Reediciones 2003 y 2005) y El corazón del Rey (2010, Editorial Lagares, México). Su libro de cuentos Las llamas en el cielo es considerado un clásico de la literatura de su país. Sus creaciones han sido traducidas a diversos idiomas y forman parte de antologías publicadas en Cuba y en el extranjero. En su país natal recibió varias distinciones por su labor en favor de la cultura. Fue director de la revista Signos, de proyección internacional y dedicada a las tradiciones de la cultura. En México, donde reside desde 1995, ha colaborado en distintos periódicos con artículos de crítica literaria, de contenido cultural en general y de opinión social y política. Asimismo, ha impartido talleres literarios y conferencias, y se ha desempeñado como asesor de variadas publicaciones.






Félix Luis Viera

Félix Luis Viera (Santa Clara, Cuba, 1945). Poeta, autore di racconti e romanziere. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David di Poesia Uneac, 1976, Ediciones Unión, Cuba), Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba), Cada día muero 24 horas (1990, Editorial Letras Cubanas), Y me han dolido los cuchillos (1991, Editorial Capiro, Cuba), Poemas de amor y de olvido (1994, Editorial Capiro, Cuba) e La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami, EE UU, 2010 - Ediciones Il Foglio, Italia, 2011 - La patria è un’arancia, traduzione di Gordiano Lupi). Ha pubblicato le raccolte di racconti: Las llamas en el cielo (1983, Ediciones Unión, Cuba), En el nombre del hijo (Premio della Critica 1983. Editorial Letras Cubanas. Riedizione, 1986) e Precio del amor (1990, Editorial Letras Cubanas). Ha pubblicato i romanzi: Con tu vestido blanco (Premio Nazionale per il Romanzo UNEAC 1987 e Premio della Critica 1988. Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (1995, Ediciones Unión, Cuba), Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2002 – L’ Ancora del Mediterraneo, Italia, 2005 – Il lavoro vi farà uomini), il romanzo breve Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997. Riedizioni 2003 e 2005) e El corazón del Rey (2010, Editorial Lagares, México). Il suo libro di racconti Las llamas en el cielo è considerato un classico della letteratura del suo paese. I suoi lavori letterari sono stati tradotti in diverse lingue e sono stati pubblicati in antologie, sia a Cuba che all’estero. Nel suo paese natale ha ricevuto diversi premi per il suo lavoro in favore della cultura. È stato direttore della rivista Signos, di respiro internazionale e dedicata alle tradizioni culturali. Risiede in Messico dal 1995, dove collabora con diversi periodici con articoli di critica letteraria, di contenuto culturale, di opinione sociale e politica. Tiene conferenze letterarie e collabora a diverse pubblicazioni. 

Gordiano Lupi (Piombino, Italy - 1960). Periodista de La Stampa de Torino. Traductor de Alejandro Torreguitart Ruiz, Yoani Sánchez, William Navarrete, Felix Luis Viera, Heberto Padilla, Virgilio Piñera, Guillermo Cabrera Infante y otros escritores cubanos. Escribe ensayos sobre el cinema italiano por la editorial Profondo Rosso de Roma. Escribe sobre www.tellusfolio.it columnas sobre cultura y politica cubana, cinema y literatura italiana. Escribe un blog sobre Cuba: Ser cultos para ser libres (www.gordianol.blogspot.com) y un blog de cinema, dedicado a Guillermo Cabrera Infante: La cineteca de Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.com/). Entre sus trabajos mas distacados: Nero tropicale (Il Foglio, 2000) - cuentos cubanos -, Orrori tropicali (Il Foglio, 2002) - cuentos de horror cubano -, Cuba Magica (Mursia, 2003) - ensayo sobre la santeria - , Un’isola a passo di son (Bastogi, 2004) - sobre la musica cubana -, Almeno il pane Fidel - Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006) - sobre el periodo especial y la Cuba cotidiana - , Mi Cuba (Mediane, 2008) - ensayo fotografico sobre Cuba - , Fellini - A cinema greatmaster (Mediane, 2009), Sangue Habanero (Eumeswil, 2009) - novela negra cubana - , Una terribile eredità (Perdisa, 2009) - novela negra cubana - , Per conoscere Yoani Sánchez (Il Foglio, 2010) - biografia de la bloggera cubana - , Fidel Castro – biografia non autorizzata (A.Car, 2010) - vida y obras de un dictador. Traducì La ninfa incostante (Sur, 2012) de Guillermo Cabrera Infante y La isla en peso (Il Foglio e-book, 2012) dE Virgilio Piñera. Traduce el blog Generación Y de Yoani Sánchez e es el traducotor para Rizzoli de su primer libro italiano: Cuba libre – Vivere e scrivere all’Avana (2009). Web: www.infol.it/lupi. E-mail: lupi@infol.it

giovedì 1 agosto 2013

La morte di Alvarez Guedes



Gli umoristi cubani sono a lutto per la morte di Guillermo Alvarez Guedes, un maestro della comicità. Garrincha pubblica una nuova vignetta su Martì Noticias.
Un cubano si asciuga le lacrime con un fazoleto e dice: "Oggi mi ha fatto piangere ma non dal ridere...". Sullo sfondo la caricatura di Guedes.