mercoledì 30 novembre 2011

Dissidenti cubani in lotta contro il dualismo monetario


A Santiago de Cuba diversi dissidenti hanno dichiarato che continueranno a praticare atti di disubbidienza civile nei negozi statali per protestare contro il doppio sistema monetario. Gli oppositori pretendono che il governo cubano decida di legalizzare una sola moneta abilitata a compiere ogni operazione commerciale.

"Si tratta di uno sforzo pacifico in difesa della società civile. Non c'è cubano che non sia favorevole alla moneta unica, ma che sia una vera moneta, con un valore non simbolico, che permetta di vivere con decoro", ha detto a El Nuevo Herald, José Daniel Ferrer García, ex prigioniero politico del gruppo dei 75.

Le manifestazioni di protesta rientrano nella campagna Con la Misma Moneda (Con la Stessa Moneta), iniziativa indipendente lanciata nel 2007 dalla clandestina Federazione Latinoamericana delle Donne Rurali. Gli attivisti rifiutano di pagare in pesos convertibili (CUC - moneta parificata al dollaro), ma vogliono farlo in pesos cubani, la moneta con cui i lavoratori ricevono i salari e che vale venticinque volte meno rispetto al CUC. Il cambio ufficiale prevede 25 pesos cubani per un CUC (peso convertibile = dollaro camuffato)

Molti oppositori sono stati arrestati per aver compiuto atti di disubbidienza civile all'interno di negozi, caffetterie e ristoranti, dove avevano ordinato da mangiare, ma al momento di pagare pretendevano di usare la moneta nazionale.

Gli attivisti del FLAMUR e del Partito Repubblicano Cubano hanno sollecitato spesso il regime in merito a una rivalutazione della moneta circolante, per dare un reale potere d'acquisto al peso cubano. Le organizzazioni politiche dissidenti hanno presentato decine di migliaia di firme all'Assemblea Nazionale, ma sino a oggi non è stato fatto niente. Le manifestazioni in difesa della moneta unica continueranno in tutta l'Isola, nonostante gli arresti.

Gordiano Lupi

Yoani: Sto pensando alla mia razione di riso. Basterà fino alla fine del mese?


Appena saputo che la rivista di politica internazionale, Foreign Policy, l'aveva nominata tra i 100 intellettuali più influenti del mondo, Yoani Sánchez, con il consueto acume e spirito ironico ha detto: "La vita è tutta un paradosso. Il mio nome compare nell'elenco di Foreign Policy tra i 100 principali pensatori del mondo, e io - proprio in questo momento - sto pensando a come organizzarmi per far bastare la mia razione di riso fino alla fine del mese".
Gordiano Lupi

Il governo cubano in guerra cibernetica


Il governo cubano vuol salire sul carro delle reti sociali e usarle per fini politici. La ciberguerra viene estesa ad altri paesi del continente grazie all'evento "I mezzi alternativi e le reti sociali, nuovi scenari della comunicazione politica nell'ambito digitale", che si sta svolgendo all'Avana.

Per il momento il cavo di fibra ottica dal Venezuela a Cuba porta vantaggi soltanto a settori selezionati dello Stato, mentre soltanto l'1,6% della popolazione cubana può usare Internet a prezzi altissimi e con una velocità modesta. In questo scenario, il governo dell'Isola continua a concentrare gli sforzi nella cosiddetta ciberguerra e per far questo ha convocato al Palazzo delle Convenzioni cancellieri ed esperti internazionali.

L'evento non è organizzato per migliorare la connessione a Internet del popolo cubano o per offrire una spiegazione plausibile a un servizio promesso che non arriva, ma si concentra sul tema "i mezzi alternativi e le reti sociali nella battaglia mediatica che può liberare Cuba e i paesi del Terzo Mondo", precisa il sito Internet del Ministero delle Relazioni Estere.


La blogger e filologa Yoani Sánchez ha detto: "Nessuna persona che a Cuba usa Twitter come mezzo di libera espressione civica, libera e indipendente dalle organizzazioni governative, è stata invitata a partecipare. Prima di tutto mi sorprende l'uso che viene fatto della parola alternativo. Da sempre viene considerato alternativo un percorso che si confronta con i meccanismi statali di informazione. E invece il governo cubano organizza un dibattito sulle reti sociali e gli spazi alternativi, senza invitare una vera comunità alternativa che a Cuba da tempo usa le reti sociali. Vogliono ridurre il termine alternativo a un sinonimo di partito e di governo. Non è così. Alternativi siamo noi che non abbiamo una connessione a Internet, nessuno ci paga per inviare twitter e nessuno ci dice che cosa dobbiamo fare. Alternativi siamo noi che mettiamo in pericolo la nostra vita, la nostra credibilità e la nostra libertà per dire le cose che diciamo. Il dibattito potrà essere anche interessante, ma gli stranieri presenti all'evento non sapranno mai il grado di non connessione a Internet dei cubani e non conosceranno la portata della guerra informativa che il governo sta mettendo in atto contro i cittadini”.

The New York Times ha parlato di attacchi cibernetici che riguardano gli oppositori venezuelani del governo di Hugo Chávez, accusando informatici cubani di aver posto in essere attività di pirateria per contrastare la dissidenza. "Il governo venezuelano sta seguendo le orme di quello castrista ed è ormai nelle mani dei servizi segreti cubani", afferma la sociologa Vilma Petrash, in un'intervista rilasciata a martinoticias.com.

A Cuba le cose non vanno meglio. "Negli ultimi mesi il portale Voces Cubanas, che raccoglie molti blogger alternativi, ha subito oltre 15mila attacchi di pirateria informatica. Uno di questi ha bloccato il sito per oltre 24 ore e ha reso impraticabile il database. La guerra cibernetica sta raggiungendo livelli di guardia. Il governo possiede una struttura e studenti che possono lavorare al progetto come se fosse un compito in classe, mentre noi possiamo contare solo sulla nostra pazienza e sulla volontà di riparare i danni che riscontriamo sui nostri siti dopo simili attacchi", ha detto la blogger Yoani Sánchez.

Yoani Sánchez ritiene che il governo cubano abbia organizzato un evento che servirà solo a rendere ancora più evidente l'apartheid di cui soffre il popolo nei confronti del potere costituito. "Il regime fa salire sul carro delle reti sociali solo i membri di partito e le persone che difendono il castrismo, sia dentro che fuori Cuba, escludendo come sempre i cittadini, le persone comuni che restano spogliate dei diritti civici", ha concluso.

Gordiano Lupi

martedì 29 novembre 2011

Yoani Sánchez tra le 100 persone più influenti del pianeta

La blogger cubana condivide l’onore con Obama, Sarkozy e i coniugi Clinton


Foreign Policy, rivista statunitense di politica internazionale, ha inserito la blogger cubana Yoani Sánchez nella lista delle cento persone più influenti del mondo. La pubblicazione mette in evidenza che Yoani ha lanciato il suo blog, Generación Y, nel 2007, e quattro anni dopo è diventata una delle voci più importanti della dissidenza cubana.

“Yoani è talmente influente che è stata arrestata e aggredita dagli agenti del regime castrista, inoltre il presidente nordamericano Barack Obama si è complimentato con lei per il libro Habana Real”, scrive la rivista.

Foreign Policy afferma che i testi del blog Generación Y sono ritratti insolitamente chiari di una società problematica e avvolta nel mistero.

Yoani ha risposto ad alcune domande poste dalla redazione di Foreign Policy, per affermare che la sua musa ispiratrice è la libertà che proviene dalle nuove tecnologie, che Internet è un diritto universale, mentre non è per niente vero che il popolo ama la dittatura.

Tra i selezionati troviamo: l’ambasciatore Carlos Pascual, il presidente statunitense Barack Obama, il cancelliere tedesco Angela Merkel, la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff, il suo collega turco Recep Tayyip Erdogan, il palestinese Mahmoud Abbas e il francese Nicolás Sarkozy. Compaiono nella lista l’ex presidente Bill Clinton e sua moglie Hillary Clinton, ma anche Bill e Melinda Gates. Tra gli altri ricordiamo l’ex segretaria di Stato Condoleezza Rice, l’ex capo del Pentagono Robert Gates e l’ex vicepresidente Dick Cheney. Citiamo pure l’argentino Luis Moreno Ocampo, giudice del Tribunale Penale Internazionale, il giornalista venezuelano Teodoro Petkoff, il pittore e attivista cinese Ai Weiwei, il Premio Nobel per la Pace del 1991, Aung San Suu Ky, e il premiato del 1984, Desmond Tute, arcivescovo sudafricano. Per Yoani una bella soddisfazione e una responsabilità che diventa sempre più grande.

Gordiano Lupi

Il vero problema è la volgarità nella musica cubana...


Garrincha su Guamà, rivista satirica on line.
- Siamo molto preoccupati per la volgarità della musica cubana!
Sullo sfondo si vedono persone che offendono e aggrediscono una dama de blanco.

La libertà di collegarsi a Internet...


Omar Santana su El Nuevo Herald stigmatizza molto bene la situazione. Un mano con la divista della Polizia Nazionale Rivoluzionaria esce fuori dallo schermo del pc ed esige il documento d'identità del povero cubano che vorrebbe navigare su Internet. La riservatezza è un sogno...

lunedì 28 novembre 2011

La morte di Saverio Tutino

(ASCA)
Roma, 28 novembre 2011
E' morto Saverio Tutino, 88 anni, giornalista, scrittore e fondatore dell'Archivio diaristico nazionale.

La sua lunga vita Tutino (Milano, 1923) l'ha quasi tutta raccontata nell'autobiografia L'occhio del Barracuda (Feltrinelli, 1995), dove si è paragonato al temerario pesce tropicale capace di guardare sopra, sotto e dietro. In effetti, da cronista - come gli piaceva definirsi - ha raccontato innanzitutto quello che ha vissuto e visto: la Resistenza da giovanissimo comandante partigiano in Val d'Aosta (nome di battaglia ''Nerio''), l'indipendenza algerina, la Cina post-rivoluzionaria, la rivoluzione cubana, l'America Latina. Quando negli anni Ottanta ha iniziato a viaggiare meno, Tutino ebbe l'idea di fondare l'Archivio diaristico a Pieve Santo Stefano dove altri, dopo di lui, hanno iniziato a depositare il racconto delle proprie vicende di vita contenute in diari che sarebbero altrimenti rimasti anonimi pur racchiudendo storie individuali paradigmatiche di pezzi di storia d'Italia.
Tutino ha sempre tenuto un diario, dove annotava le sue osservazioni da cronista e le riflessioni quotidiane. Questo, amava ripetere, gli aveva permesso una sorta di autoterapia con cui tenere a bada le insofferenze del suo carattere ma anche una certa tendenza alla depressione. Quegli stessi diari ritornavano utili quando si accingeva a scrivere i suoi libri: dai racconti partigiani di La ragazza scalza (Einaudi, 1975) fino a Il mare visto dall'isola (Gamberetti, 1998) e all'ultimo Il rumore del sole (Il vicolo, 2004). Finanche Cicloneros (Giunti, 1994), la sua prova letteraria, è basato sulle annotazioni del periodo trascorso a Cuba come corrispondente dell'Unità agli inizi degli anni Sessanta.
E' proprio l'esperienza cubana ad aver a lungo fatto pendant con Tutino. Imprescindibili, per ogni lavoro di ricerca sulla rivoluzione dei barbudos, sono i suo testi: Gli anni di Cuba (Mazzotta,1973), L'ottobre cubano (Einaudi, 1974), Guevara al tempo di Guevara (Editori Riuniti, 1996). Ogni volta che si cercava una opinione autorevole su ciò che accadeva a L'Avana bisognava chiederla a Tutino, memoria storica di quella rivoluzione, anche se mancava da Cuba dal 1980. Lui, iscritto al Pci dal 1944, giornalista per trent'anni a L'Unità, aveva visto incrinarsi il rapporto con il partito proprio a causa di Cuba che a metà degli anni Sessanta gli era apparsa la capitale di un terzo polo della politica internazionale, quello a cui facevano riferimento i paesi del Terzo mondo e del Movimento dei non allineati che a Botteghe oscure si conoscevano assai poco. Il Pci gli sembrò in quegli anni accettare troppo supinamente la realpolitik della ''guerra fredda'' e del bipolarismo imperniato su Washington e Mosca.
Il 9 agosto 1994, in una intervista al Corriere della Sera, Tutino esplicitava i suoi ripensamenti a molti anni di distanza: ''Sì, lo ammetto. Io sono stato forse il maggiore responsabile della creazione del mito cubano in Italia, il mito di una società giusta ed egualitaria. Mi sono sbagliato e ho pagato quello sbaglio. Il mito nasce quando un uomo politico lo crea intorno a sè. E, tra tanti difetti, bisogna riconoscere a Castro di essere un politico di notevole calibro. Ha capito che la politica si fa con i miti e non con i decreti''. E sul rapporto con il Pci annotava: ''Il partito, alla fine degli anni Sessanta, mi rimproverò di essere troppo innamorato di Cuba. Allora mi arrabbiai, oggi riconosco che avevano in gran parte ragione. Uscirne è stata un'avventura difficile, sofferta''. Lui era restato un comunista inquieto, libero da discipline di partito e di corrente come aveva scritto nella sua autobiografia.
La seconda parte della vita di Tutino lo vede tra i fondatori del quotidiano La Repubblica nel 1976, tra gli ideatori dell'Archivio diaristico nazionale nel 1984 a Pieve Santo Stefano, tra i fondatori nel 1998 ad Anghiari, insieme con Duccio Demetrio, della Libera universita' dell'Autobiografia.
Per un periodo ha diretto anche una rivista che si occupava di cooperazione internazionale: un'esperienza che gli era servita a mantenere il contatto con i più giovani di cui si sentiva maestro di vita.

Fonte: http://www.asca.it/news-GIORNALISTI__E__MORTO_SAVERIO_TUTINO__FECE_CONOSCERE_CUBA_ALL_ITALIA-1070825-ORA-.html

venerdì 25 novembre 2011

Bianca Pitzorno e il premio della vergogna

Al peggio non c'è mai fine.
Prensa Latina - l'agenzia di veline castriste - oggi pubblica questo articolo.

Insigniscono a Cuba la scrittrice italiana Bianca Pitzorno


L'Avana 23 nov (Prensa Latina) La scrittrice italiana Bianca Pitzorno ha ricevuto la Distinzione all’Umiltà Dora Alonso, concesso dalla casa editrice cubana Gente Nuova, ed un riconoscimento speciale del Centro Nazionale di Educazione Sessuale (Cenesex), in onore alla sua rivelante traiettoria. Ambasciatrice di Buona Volontà dell'UNICEF e nominata al premio Hans Christian Andersen del 2012, considerato il Nobel della letteratura infantile, Pitzorno ratificò il suo compromesso con Cuba. Conferendogli il lauro, la direttrice del Cenesex, Mariela Castro, sottolineò la contribuzione dell'autrice all'arricchimento spirituale dei bambini ed adolescenti dell'isola e del mondo. Il direttore di Gente Nuova, Enrique Perez Diaz, lodò, da parte sua, l'interesse dell'intellettuale per avvicinare la sua opera ai lettori cubani e sottolineò la sua preoccupazione, da una prospettiva femminile, per i conflitti dei più giovani nelle sue relazioni con la famiglia e l'ambiente sociale. Invitata alla Settimana della Cultura Italiana, la narratrice ha sostenuto un incontro con i bambini delle scuole elementari, con i quali ricordò i suoi inizi nella letteratura, ad otto anni, e come si ispira alle più diverse esperienze. Nata in Sardegna nel 1942, Pitzorno è considerata la più importante scrittrice di letteratura infanto-giovanile dell'Italia. I suoi testi si sono tradotti a lingue come il francese, tedesco, spagnolo, greco e giapponese.

La pedestre traduzione dallo spagnolo non è mia e non so di chi sia. Mi preme sottolineare che è una vergogna da parte di uno scrittore italiano (paese libero e democratico) accettare un premio assegnato da un regime dove gli intellettuali non sono liberi di esprimere le loro opinioni. Non solo. A Cuba uno scrittore o un blogger non possono uscire dai confini nazionali per fare la stessa cosa che ha fatto la signora Pitzorno. Yoani Sanchez non ha mai potuto ritirare un premio perchè non le hanno mai concesso il permesso di uscita. La stampa cubana non è libera ma è asservita al governo e al partito unico, la televisione pure e l'Editorial Gente Nueva (che ha premiato la Pitzorno) è una casa editrice che pubblica e premia ciò che vuole la gerontocrazia al potere. Per questo sostengo che il premio vinto dalla scrittrice italiana è un premio alla vergogna. Un vero intellettuale libero lo avrebbe rifiutato e si sarebbe detto disposto ad accettarlo solo quando a Cuba verranno rispettati i diritti umani e i principi elementari di democrazia e libertà.

Gordiano Lupi

giovedì 24 novembre 2011

Relazioni Spagna - Cuba


Garrincha su El Nuevo Herald

- Signor Rajoy, il nuovo governo spagnolo come pensa di impostare le relazioni con Cuba?
- Perchè non lo chiede agli impresari che hanno rapporti commerciali con Castro? Adesso sono un po' occupato...

mercoledì 23 novembre 2011

Il Chupi Chupi (1) e il problema dei limiti

di Yoani Sanchez

Non sono d’accordo con quel che dici, sono totalmente contrario alle tue opinioni,
ma difenderò con la mia stessa vita il tuo diritto a esprimerle.
Voltaire


Stringo gli auricolari fino a sfiorarmi i timpani, ma nonostante tutto la musica del tassì collettivo continua a entrarmi in testa. Oggi è la terza volta che sono obbligata ad ascoltare la stessa canzone, un reguetón a tematica erotica capace di far arrossire tutti noi che viaggiamo a bordo di questa Ford anni Cinquanta. Si tratta di un popolarissimo tema musicale che ha finito per conquistare il fanatismo di alcuni, la repulsione di altri e persino una severa critica sulla televisione nazionale da parte del ministro della cultura Abel Prieto. Sembra proprio che nessuno possa restare impassibile e tranquillo, mentre ascolta il ritornello: “Dame un chupi chupi, que yo lo disfruti, abre la bocuti, trágatelo tuti” (2). La scelta è tra mettersi a ballare in maniera frenetica o tapparsi le orecchie. Non ci sono vie di mezzo.

Il Chupi Chupi (http://www.youtube.com/watch?v=uZn1z61KdWo) è stato ammesso come video clip in gara per i premi Lucas, ma alcuni giorni fa il presidente dell’Istituto Cubano della Musica l’ha definito “orribile”. I molti fan del compositore Osmani García e dei suoi versi così discussi non sanno se resterà in gara, perché adesso il brano non viene quasi più trasmesso dai mezzi di comunicazione nazionali. Centinaia di persone hanno già inviato il loro voto - tramite messaggi di solo testo a mezzo telefono mobile - per cercare di far vincere il premio della popolarità a questo cantante di reguetón. Sperano di poter ballare al ritmo della sua creazione durante la serata di gala che avrà luogo la prossima domenica al Teatro Karl Marx. Tuttavia, un presentatore televisivo ha detto - tra il serio e il faceto - che “è bene non portare caramelle e confetti all’evento di questo fine settimana… perché fanno male ai denti”, alludendo al fatto che forse il polemico ritmo intriso di esplicite allusioni sessuali non verrà presentato.

Se a Cuba la televisione, i giornali e la radio non fossero proprietà privata di un solo partito, esisterebbe uno spazio anche per questo tipo di produzioni, pure se a molti non piacciono. Il problema attuale è che se un simile ritmo viene trasmesso dalla televisione nazionale significa che è accettato dal Partito Comunista, come se l’ideologia politica dovesse riconoscere che il suo “uomo nuovo” ama più il divertimento e la musica erotica piuttosto che gli inni sul lavoro e le canzoni sull’utopia socialista. Spero che prima o poi esisteranno canali non ideologici che, nelle fasce orarie riservate agli adulti, presenteranno argomenti come questi, senza tener conto delle preferenze melodiche e della soglia individuale del pudore. Susciteranno polemiche e genereranno dibattito, questo è scontato, ma nessun funzionario pubblico potrà cancellarli con un colpo di spugna, perché non si cambiano i gusti musicali con la censura. Se avete qualche dubbio, salite in questo stesso momento su un qualsiasi tassì collettivo che circola per le strade dell’Avana.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi


(1) Il chupi chupi è il nostro lecca-lecca, il chupa chups statunitense, ma in questo periodo all’Avana circola anche un succo di frutta che porta lo stesso nome.

(2) “Dammi un lecca-lecca, perché io me lo goda, apri la boccuccia, ingoiatelo tutto”.

In Sicilia si parla del mio Fidel Castro


da Notablis - rivista siciliana - novembre 2011
articolo di Salvo Zappulla

martedì 22 novembre 2011

I rapporti tra Cuba e Spagna potranno peggiorare dopo le elezioni

Raúl Castro e Mariano Rajoy

Le relazioni tra Cuba e Spagna potranno peggiorare dopo la vittoria del Partito Popolare, anche se molti analisti politici sostengono che i due governi non hanno interesse a inasprire i rapporti.

La vittoria del conservatore Partito Popolare (PP) - coalizione composita che va dai cristiano democratici agli ex franchisti - ha decretato un cambio di potere e la fine del Partito Socialista. (PSOE), criticato spesso per aver intessuto rapporti amichevoli con il governo cubano, senza criticare le violazioni dei diritti umani.

A proposito di Cuba, Mariano Rajoy, leader del PP e prossimo Primo Ministro, ha dichiarato: “Voglio democrazia, libertà e diritti umani. Non sono io a chiederlo, ma tutto il mondo”.

Nel 2010, il commercio tra Cuba e Spagna ha superato i 1.000 milioni di dollari e sono più di 200 le imprese spagnole che investono sull’isola dei fratelli Castro, soprattutto nel turismo. Certo, i problemi della Spagna sono altri e l’impegno di Rajoy sarà concentrato soprattutto sulla lotta alla disoccupazione e sulla crisi economica, ma per chi lotta per la libertà sull’Isola caraibica si tratta di una presa di posizione importante. Cuba non sarà la priorità di Rajoy, così come Raúl Castro non considera prioritario rivedere i rapporti con la Spagna, perché i suoi sforzi sono concentrati nel riformare la struttura economica del paese. I mezzi di informazione cubani danno notizia della vittoria di Rajoy senza attaccare il PP, ma stigmatizzando la sconfitta del PSOE, accusato di essersi allontanato dai principi socialisti.

Altri commentatori sostengono che i rapporti tra Cuba e Spagna diventeranno difficili se Rajoy insisterà sul tema dei diritti umani.

“Non sarà facile per il Partito Popolare intavolare relazioni diplomatiche cordiali con il regime, perchè i Castro sono refrattari a ogni governo che metta in discussione il loro modo di gestire il potere”, scrive la rivista digitale Diario de Cuba.

Uno dei punti di conflitto potrebbe essere la campagna che Raúl Castro ha intrapreso per eliminare la corruzione e che potrebbe portare sul banco degli imputati alcuni imprenditori spagnoli.

L’attivista per i diritti umani Elizardo Sánchez ha detto: “La politica spagnola nei confronti di Cuba deve cambiare, perchè le azioni del governo Zapatero si sono dimostrate fallimentari”.

Elizardo Sánchez si riferisce alla fine delle sanzioni decretata dall’Unione Europea, su spinta di Zapatero, dopo la scarcerazione di alcuni prigionieri politici. La Spagna ha dato asilo a ben 115 dissidenti liberati e a molti dei loro familiari.

“Il governo di Rajoy dovrebbe adottare una nuova linea di solidarietà con la dissidenza interna e di rispetto per i cubani che vivono in esilio”, scrive ancora Diario de Cuba.

Il dissidente Guillermo Fariñas si è detto “molto soddisfatto” della vittoria di Rajoy e spera che la Spagna sia al fianco dell’opposizione cubana, come aveva fatto l’ex presidente del governo José María Aznar. “Il governo del PSOE è stato complice della dittatura cubana”, ha concluso Fariñas.

A Miami, la Fondazione Nazionale Cubano Americana ha detto che l’ambasciata spagnola all’Avana deve cominciare rapidamente a permettere che i dissidenti cubani utilizzino i suoi servizi Internet, per poter comunicare con il mondo.

Berta Soler, leader delle Damas de Blanco, ha elogiato l’ambasciata spagnola per aver trattato i dissidenti in modo cordiale sotto l’amministrazione Zapatero. L’attivista ha concluso: “Spero che con Rajoy si torni ai livelli del governo Aznar, il solo ad aver vigilato sui problemi cubani, rispettando il popolo, le opposizioni e i gruppi che lavorano per il rispetto dei diritti umani”.


Gordiano Lupi

lunedì 21 novembre 2011

Il governo cubano autorizza i contadini a vendere i loro prodotti



Il governo cubano ha autorizzato alberghi e centri turistici a comprare direttamente prodotti agricoli dai contadini, senza dover passare per la contrattazione statale. La normativa entrerà in vigore il primo dicembre, dopo essere stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Da quel giorno contadini, cooperative e le imprese statali che si dedicano ad attività agricole potranno vendere i loro prodotti a stabilimenti turisti, alberghi e ristoranti. Il prezzo sarà stabilito tra le parti, senza intervento statale, e sarà pagato in pesos cubani (24 pesos cubani fanno un peso convertibile che equivale al dollaro ed è la moneta turistica), la valuta con cui vengono pagati gli stipendi. Questo provvedimento che permette ai contadini di commercializzare i loro prodotti senza intervento statale fa parte del pacchetto annunciato nel 2010 da Raúl Castro per modernizzare il modello economico cubano. Lo scopo è quello dare più razionalità ai consumi, eliminare i sussidi e l’intervento statale. Il nuovo governo cubano giunge a questa importante novità dopo aver introdotto alcune innovazioni come la concessione in usufrutto ai contadini delle terre incolte, il programma di nuovi lavori autonomi e il taglio dei posti statali. I cambiamenti saranno graduali per evitare problemi e per non lasciare indifesi i settori più vulnerabili della popolazione.

Fidel Castro incontra gli studenti e parla di agricoltura

 
Fidel Castro, intanto, ha ricevuto una scolaresca di futuri giornalisti, ha parlato di agricoltura e di prodotti utili per l’alimentazione della popolazione e per l’economia del paese. Fidel si è detto interessato a sapere dagli studenti in quali condizioni versi la situazione scolastica a Cuba e se ci siano problemi risolubili a breve termine. Infine si è detto preoccupato per la situazione mondiale, per i disastri che hanno colpito nazioni come la Libia e che saranno sempre più gravi in ogni regione del mondo. “La televisione dovrebbe parlare di questo, perché l’argomento della nostra sopravvivenza è fondamentale”, ha concluso.

 
Gordiano Lupi

domenica 20 novembre 2011

Urne d’oltremare

di Yoani Sanchez
da www.lastampa.it/generaciony


Dopo cena sono rimasti al tavolo della sala da pranzo per compilare le schede. Lui nervoso, lei più decisa. Hanno fatto dei segni a forma di croce, a quattro mani, mentre i bambini giocavano sul divano. Quei documenti ricevuti nel Consolato spagnolo dell’Avana profumavano di nuovo, di vernice fresca sullo scudo composto da colonne e corone. Ma per i coniugi la vera novità era il fatto di poter scegliere in un elenco composto da vari partiti e di decidere tra diversi colori politici. Fino a poco tempo fa entrambi sorvegliavano le urne vestiti da pionieri, adesso che sono stati naturalizzati spagnoli hanno potuto esprimere il loro primo voto. Hanno afferrato la biro con una determinazione mai provata quando dovevano compilare una scheda nazionale, per dare una preferenza a candidati lontani, visto che non possono ancora farlo a casa loro.

Milioni di cubani non hanno mai ascoltato un programma politico dalla voce di un candidato al parlamento. Non hanno mai udito neppure un’opinione da parte di un politico su temi incandescenti come il dualismo monetario, il matrimonio gay o l’urgente riforma migratoria. Forse proprio questa frustrazione locale ha prodotto la serietà con cui 12.458 nostri compatrioti hanno chiesto di poter partecipare alle elezioni spagnole del 20 novembre. Protetti dalla “Legge dei nipoti” si esercitano oltre l’Atlantico a lasciare un’impronta in un’altra realtà, ben sapendo che il loro destino viene deciso da una ristretta cerchia di potenti. Si rendono conto che una presenza numericamente più consistente in queste elezioni potrà condizionare la composizione parlamentare e le alleanze. A Madrid, quando spunterà l’alba, vedremo se saranno lacrime o sorrisi.

Sorprende l’attenzione con cui la comunità ispanica dell’Isola ha seguito il processo elettorale spagnolo. Si percepisce tra i votanti che vivono a Cuba la chiara intenzione di condizionare la politica spagnola in maniera tale che questa, a sua volta, faccia accadere qualcosa in Piazza della Rivoluzione. La scheda inserita in questa “urna d’oltremare” sembra un grido per richiamare l’attenzione, un fazzoletto agitato dal naufragio. La stessa coppia che - sul suo tavolo avanero - ha messo un segno accanto al nome di un partito politico estero, si trova in questi giorni di fronte al dilemma se portare i figli verso “la madre patria” o lasciarli nel paese dove sono nati. Ci piaccia o meno tale dipendenza, oggi in Spagna si decide in parte anche il futuro di Cuba, di questa nazione che ostenta la sua sovranità mentre in realtà dipende da molti fattori esterni ai suoi confini.


Traduzione di Gordiano Lupi

Angel Santiesteban ricorda Laura Pollan


Nella foto si vede lo scrittore dissidente Angel Santiesteban mentre si appresta a correre la Maratona dell’Avana indossando una maglietta in memoria di Laura Pollán, leader scomparsa della damas de blanco. Si teme per la sua sicurezza.

sabato 19 novembre 2011

Yoani Sánchez ospite virtuale alla Feria del Libro de Miami


La blogger cubana è riuscita a partecipare in collegamento telefonico ala presentazione del suo libro Wordpress: un blog para hablar al mundo (Wordpress: un blog per parlare al mondo).

La blogger Yoani Sánchez, senza muoversi dalla sua casa situata nel quartiere di Piazza della Rivoluzione all’Avana, ha partecipato alla Fiera Internazionale del Libro di Miami, dove ha presentato il suo libro: Wordpress: un blog para hablar al mundo, pubblicato dalla casa editrice spagnola Anaya di Eugenio Tuya. Purtroppo la comunicazione telefonica si è interrotta presto e Yoani non ha potuto partecipare al dibattito per il tempo che avrebbe desiderato. Nel suo spazio Twitter la blogger si è lamentata che il governo di Raúl Castro le abbia negato il permesso di recarsi a Miami.

“Sono stufa di raccontare la mia vita da lontano, senza prendere parte agli eventi che mi riguardano”, ha detto l’autrice del blog Generación Y, che negli ultimi quattro anni ha chiesto molte volte il permesso di uscire da Cuba ma non l’ha mai ottenuto.

“Almeno ho potuto dire qualche parola, ascoltare l’applauso, sentire l’affetto delle persone”, ha aggiunto Yoani.

“Nessun processo resta immutabile nel tempo. A Cuba i cittadini cominciano a esprimersi liberamente e a cercare una loro strada. Le critiche sono sempre più numerose, questo significa che presto arriverà il tanto atteso cambiamento politico”, ha detto.


Yoani Sánchez ha dichiarato di essere disposta a scambiare opinioni sulla realtà cubana con Mariela Castro e ha sfidato a un dibattito pubblico la figlia di Raúl, con la quale ha avuto un vivace scambio di vedute su Twitter.

Alla presentazione del libro hanno partecipato lo scrittore Carlos Alberto Montaner, l’editore Eugenio Tuya e il giornalista Alberto Muller. Montaner (autore del romanzo La moglie del colonnello, che sarà pubblicato in Italia da Edizioni Anordest) ha detto: “Grazie alle sue battaglie milioni di cubani si sentono rappresentati da una ragazza che non possiede poteri speciali ma solo molto coraggio. Yoani è uno spirito libero che non accetta di vedersi imporre il silenzio e non vuole applaudire a comando. Il regime non riuscirà a liberarsi facilmente di lei”.


“Sono ottimista, perché l’ottimismo è profondamente contestatario”, ha concluso la Sánchez. “Questo paese possiede la ricetta per essere una nazione prospera, un luogo dove la gente desideri vivere e crescere. Basta sfruttare le cose che abbiamo e unire tutte le voci: ecco la formula aritmetica della felicità”.

Gordiano Lupi

venerdì 18 novembre 2011

Il lato oscuro del festival

di Yoani Sanchez


Il mese più atteso dell’anno è sempre stato dicembre, sia per le giornate fredde che ci facevano tirare fuori i maglioni che per le proposte cinematografiche del Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano. Ricordo ancora una sera del 1992 quando il vetro delle porte del cinema Acapulco andò in mille pezzi sotto la spinta di centinaia di persone desiderose di assistere alla proiezione del film argentino Il lato oscuro del cuore. Il nostro entusiasmo non era esagerato, perché soltanto a dicembre potevamo vedere un cinema diverso da quello sovietico e pellicole di maggior valore artistico rispetto ai thriller nordamericani trasmessi dalla televisione nazionale. Allora erano in pochi a possedere un riproduttore di videocassette ed era ancora intatta la magia della sala oscura con un proiettore in funzione.

Il Festival è giunto all’edizione numero 33, ma ha perduto inesorabilmente la sua posizione di primo piano nella vita culturale avanera. Molti cubani utilizzano la perseguitata antenna parabolica, mentre altri preferiscono stare a casa davanti a un lettore DVD per vedere copie pirata di serial, telenovelas e produzioni hollywoodiane. Inoltre hanno chiuso i battenti molti cinema di quartiere come il confortevole Bayamo della mia infanzia, i maestosi Rex e Duplex o il centrale Cuba. Ma il principale evento dedicato al cinema latinoamericano presenta anche problematiche interne e limiti dovuti alla sua stessa struttura.

La mostra è stata impoverita da episodi di censura, diverse opere vengono presentate soltanto una volta mentre altre occupano l’intera programmazione, infine sono stati esclusi alcuni autori, colpevoli di “aver esagerato” nella critica sociale o politica. Il centralismo decisionale, impersonato dalla figura di Alfredo Guevara, provoca al festival un effetto simile a quello prodotto sul nostro paese da un governo troppo autoritario. Ecco perché non deve sorprendere l’esclusione del film Vinci realizzato dal regista Eduardo del Llano. Di fronte alla lettera di protesta (http://eduardodelllano.wordpress.com/2011/11/13/dossier-vinci/) del creatore di cortometraggi come Monte Rouge e Exit, l’alta direzione del Festival ha potuto apporre solo considerazioni di natura tematica. Nonostante tutto siamo in molti a sapere la verità: Del Llano è un autore scomodo e le sue produzioni vengono accettate a denti stretti perché mettono a nudo le ferite di una realtà che la retorica ufficiale cerca di occultare. Per fortuna, le stesse reti alternative che diffondono teleromanzi brasiliani e reality show tra breve forse manderanno in onda il film rifiutato. Quindi, dovremo solo spegnere la luce della nostra sala, premere un pulsante e dare inizio alla proiezione, senza attendere che qualcuno decida per noi ciò che possiamo vedere.


Traduzione di Gordiano Lupi

giovedì 17 novembre 2011

El Camino del Pueblo circolerà tra i cubani


Il documento indicherà la strada per il cambiamento, ha assicurato Oswaldo Payá, uno dei suoi creatori, il coordinatore nazionale del Movimento Cristiano di Liberazione.

Il dissidente cubano Oswaldo Payá Sardiñas, ha detto all’Avana che avrà inizio la distribuzione popolare del documento El Camino del Pueblo, per impedire che i cambiamenti a Cuba siano diretti dal Partito Comunista.

“Unisciti a noi, è un tuo diritto” è uno dei punti cardine di questo proclama che invita i dissidenti “dentro e fuori Cuba” a esigere la pienezza dei loro diritti. Payá ha detto: “Il documento è stato firmato sino a oggi da 672 persone ed è la conferma che esiste una via pacifica per il cambiamento, basata sui diritti di ogni cittadino e condizionata allo svolgimento di libere elezioni. I cubani non devono accontentarsi delle briciole, ma devono esigere spazi di libertà e diritti”. Il coordinatore nazionale del Movimento Cristiano di Liberazione ha concluso: “La disinformazione è il nemico da battere. Non bisogna commettere l’errore di lasciare al Partito Comunista un ruolo di primo piano. Oggi possiamo comprare auto e automobili, ma in tema di diritti civili non è cambiato niente, siamo sempre al punto di partenza”.


Gordiano Lupi

mercoledì 16 novembre 2011

Ambulanti o peripatetici

di Yoani Sanchez
da www.lastampa.it/generaciony


“Voglio una ciambellina alla meringa”, dice il bambino che indossa un’uniforme bianca e rossa a un venditore in perenne movimento. Un’ampia fascia di tela scende dalle sue spalle e sostiene la cassa di legno e acrilico ricolma di dolciumi, biscotti e pasticcini. Tony è il venditore di dolci più noto del quartiere. Ha aperto il suo primo chiosco di confetture da oltre dieci anni e ha vissuto ogni periodo del lavoro privato cubano: l’entusiasmo, il fastidio, i numeri che non tornano e persino la restituzione della licenza. Adesso assiste alla rinascita del settore insieme ai 346mila lavoratori privati che - specialmente nel corso dell’ultimo anno - si fanno notare lungo le strade di tutto il paese.

Questa volta Tony ha preferito non mantenere il piccolo negozio all’esterno della stazione ferroviaria di Tulipán, dove in passato ha venduto tanti torroni di maní. Affittare uno spazio statale costa molto caro e lui non se lo può permettere, per questo ha rinunciato alla sua vecchia bancarella situata tra il movimento del viale e il fischio delle locomotive. Ha capito che una licenza da “venditore ambulante” costa molto meno in termini di tasse, quindi ha scelto di mettersi a camminare agli angoli delle strade e nei dintorni delle scuole. In questo modo non avrà spese di elettricità, non dovrà proteggere il chiosco con mezza dozzina di lucchetti per evitare furti notturni e non sarà costretto a sopportare che i poliziotti mangino senza pagare nel suo piccolo negozio. Rinunciare a uno spazio fisso e scegliere di muovere le gambe sembrava offrire soltanto vantaggi.

Malgrado ciò, il contratto da “venditore ambulante” è scritto in caratteri molto piccoli e non è chiaro per quanto tempo Tony possa fermarsi in uno stesso posto. Ogni ispettore interpreta autonomamente la permanenza consentita in un determinato luogo da parte di questi “venditori di dolci nomadi”. In questo ultimo periodo, il nostro imprenditore di quartiere ha speso così tanto per pagare multe e per regalare dolci agli implacabili supervisori da far diventare modesti gli alti introiti della sua vecchia licenza. Adesso Tony mentre cammina viene seguito sempre da molti bambini che chiedono una ciambella o una pasta di mandorle, mentre lui non si può fermare. Vaga da calle Boyeros alla più elegante avenida 26 e si chiede come mai il settore privato venga sempre bersagliato da assurde limitazioni. Nella sua testa sta prendendo forma una decisione: quella di entrare a far parte di quel 25% di lavoratori privati che hanno cancellato definitivamente la loro licenza.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nella foto di Luis Orlando Pardo Lazo: “Affittacamere privati offrono le loro stanze ai turisti”.

martedì 15 novembre 2011

Linea parla del mio FIDEL CASTRO

Carlo Ganmbescia su LINEA del 16 novembre 2011

Fidel Castro: "Il mondo è sull'orlo della guerra nucleare"


Fidel Castro ha scritto domenica, in una delle sue ormai famose Riflessioni pubblicate dal Granma, che le ultime dichiarazioni sull'Iran che provengono dalle Nazioni Unite "espongono il mondo al rischio di una guerra nucleare". Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, secondo il padre della patria cubano, "stanno preparando un aggressione contro l'Iran, legalizzata da un comunicato dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Nucleare"". L'articolo firmato da Castro è intitolato Cinismo Genocida, mette in guardia dai pericoli di una guerra nucleare e stigmatizza il comportamento di un organismo delle Nazioni Unite, a suo parere schierato a favore di un conflitto predisposto contro uno Stato sovrano.

"La politica degli Stati Uniti ricorda molto il veni, vidi vici degli imperatori romani, preoccupata di ridurre tutti all'obbedienza e di eliminare fisicamente i governi scomodi", ha scritto Fidel Castro, che appoggia senza mezzi termini la posizione iraniana. "L'umanità sta correndo rischi enormi a causa delle decisioni irresponsabili di certi politici che hanno in mano il destino del mondo", ha concluso Castro.

L'Iran è stato sanzionato per ben sei volte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per il suo programma nucleare. L'ONU chiede con fermezza la cessazione del programma iraniano volto allo sfruttamento dell'energia nucleare.



Gordiano Lupi

La vignetta con protagonista Fidel Castro è di Omar Santana (El Nuevo Herald)

lunedì 14 novembre 2011

Il Papa a Cuba nel 2012


Omar Santana su El Nuevo Herald.

IL PAPA PROGRAMMA UNA VISITA A CUBA NEL 2012

"Finalmente! Nel 2012 arriva la patata (in spagnolo: papa)!"
"Il Papa, nel 2012 arriva il Papa. E poi se ne va".

Le due cubane al mercato commentano la notizia. La prima pensa che finalmente riuscirà a trovare la preziosa papa (patata), da tempo assente nei negozi che vendono in pesos, alla portata dei poveri, privi di rimesse dall'estero. La seconda ha capito bene e le  toglie ogni speranza. Nel 2012 arriverà solo il Papa e non la papa. E dopo aver fatto la sua visita, se ne andrà. Tutto tornerà come prima.

domenica 13 novembre 2011

Recensione di Fidel Castro su L'Occidentale

Il saggio "Fidel Castro. Biografia non autorizzata"
Lupi da ammiratore tradito offre un ritratto di Castro lucido e obiettivo

di Alessandra Boga


È da poco uscita in libreria Fidel Castro. Biografia non autorizzata, (Ed. A. Car.), l’ultima opera di Gordiano Lupi, direttore delle Edizioni il Foglio e collaboratore de La Stampa come traduttore del blog della celebre dissidente cubana Yoani Sanchez.

Lupi, che è anche direttore di una collana di narrativa latinoamericana e ha tradotto i romanzi dello scrittore cubano Alejandro Torreguitart Ruiz, è soprattutto uno dei più grandi conoscitori di Cuba, ci regala ora un ritratto inedito di colui che domina l’isola caraibica dal 1976.

Un ritratto duro, ma soprattutto lucido e obiettivo come può esserlo quello di un ammiratore tradito. Perché in passato Lupi si è recato a Cuba armato del mito del Che e dello stesso Fidel (un mito che accomuna anche tanti adolescenti di oggi, che idolatrano questi due personaggi senza approfondire ciò che sono stati realmente), ma ha dovuto dolorosamente ricredersi, arrivando a giurare che mai più avrebbe votato per il comunismo, se così si può chiamare quello di Castro.

Il grande merito del saggio di Lupi è proprio quello di offrire una precisa documentazione storica e politica su Cuba e sul Leader Maximo e insieme la lettura scorrevole ed empatica che si dedicherebbe a un bel romanzo d’amore e di idealismo.

Dal libro emerge un Fidel Castro che, come ogni dittatore, è totalmente incapace di guidare il proprio Paese e soprattutto è disinteressato di fatto a migliorare la qualità di vita dei suoi cittadini, preferendo sacrificarla alla brama di potere personale. Il ritratto è quello un assassino puro, che, a dispetto dei proclami propagandistici e del suo essere un abile e carismatico incantatore di folle attraverso la parola (è infatti un uomo colto come lo è ogni capo rivoluzionario), ha mortificato la libertà, la pace e le speranze dei Cubani, eliminando in nome dell’ideologia della rivoluzione oppositori che avrebbero potuto fornirgli un costruttivo contribuito.

A tal proposito Lupi scrive: “Fidel aveva promesso pane e libertà, in compenso portò austerità e totalitarismo … che fanno bella mostra ancora oggi tra i prodotti tipici della rivoluzione” e ancora “Il Comandante fu abile a circondarsi di uomini fedeli, facendo passare in secondo piano la competenza … La rivoluzione cubana tradì gli ideali di libertà e democrazia che sulla Sierra l’aveva ispirata, perché il fantasma del capitalismo e i vecchi squilibri sociali portarono i ribelli al rifiuto della vecchia struttura di governo”.

Più in concreto “(prima di Castro) I segnali di progresso economico erano inesistenti e l’alfabetismo toccava livelli di guardia … il livello di disoccupazione era piuttosto alto. In campagna si mangiavano riso, piselli, banane e radici, senza carne, uova, pesce e latte, mentre le condizioni igieniche erano pessime, le case prive di luce e con pochissimi servizi. In città abbondavano le bidonvilles, la piaga del sottoproletariato era una triste realtà, il popolo mancava di cibo e lavoro, ma in compenso la terra era inutilizzata e non si costruivano fabbriche. La rivoluzione venne fatta dal ceto medio, come sempre accade … Adesso le condizioni cubane sono simili, ma non esiste una classe media perché Fidel l’ha distrutta”. Egli “cominciò a governare con un progetto di riforma agraria che colpiva lo zucchero … Mandò in rovina i proprietari di case e mise in crisi il settore edile … L’economia cubana piombò nel caos per l’inesperienza dei suoi governanti, interessati soltanto a sostituire il vecchio con il nuovo mondo. Sembravano bambini che giocavano in un mondo di adulti”.

Tuttavia a livello personale è sempre stato un duro Fidel, un testardo che, proprio come un bambino, non ha mai accettato la sconfitta e mai si è arreso, sicuro com’è di se stesso e non avvezzo a sottostare a disciplina, regole e gerarchie. L’unica persona a cui prestava ascolto era Cecilia Sanchez, sua consulente rivoluzionaria e amante nella Sierra.

Pur avendo ricevuto un educazione cattolica, Castro ha represso i culti religiosi dopo l’imposizione della rivoluzione e rinchiuso sacerdoti e santèros (figure che fanno parte delle cultura cubana, persone che si sentono autorizzate da uno specifico santo a predire il futuro) nelle famigerate Unità Militari di Aiuto alla Produzione (UMAP), denominazione eufemistica che indica veri è propri lager, campi di lavoro (nei quali sono stati rinchiusi anche numerosi omosessuali, secondo alcuni, per volontà dello stesso Che Guevara).

Recentemente però il presidente cubano, uomo scaltro e pragmatico che ha sempre basato i rapporti umani sulla convenienza del momento, si è riavvicinato alla religione grazie al contribuito di Giovanni Paolo II, incontrato prima in Vaticano e poi all’Avana, dove il pontefice-beato ha compiuto una storica visita nel 1998.

Essendo l’obiettività uno dei meriti dell’eccellente saggio di Lupi, viene qui riconosciuto anche un aspetto positivo di Fidel: non solo egli non è mai stato razzista, ma anzi è riuscito a smussare il razzismo strisciante presente a Cuba e, a parte la sua millantata fede comunista, non è mai stato un marxista ortodosso. La rivoluzione cubana è una novità, plasmata sulla sua forte personalità di caudillo latinoamericano.

Inoltre Lupi non stigmatizza solo l’atteggiamento del leader cubano, ma anche l’estremo idealismo visionario che ha portato intellettuali del calibro di Gabriel Garcìa Marquez a definirlo un “buon dittatore”. In realtà, dice l’autore di “Fidel Castro. Biografia non autorizzata”, “non esistono dittatori buoni e il famoso scrittore lo sa bene. La storia non lo assolverà per troppe omissioni: un Premio Nobel per la Letteratura avrebbe precisi obblighi nei confronti dei lettori”. Obblighi che è stato Lupi ad assolvere, col suo stile, e nel suo ripercorrere passo dopo passo l’avventura di Castro attraverso gli sconvolgimenti di Cuba e del mondo nel Secolo Breve, ci trasporta in una dimensione colta dove la documentazione storica s’intreccia al linguaggio narrativo più affascinante, quel tono secco e preciso, non privo d’ironia e intelligenza, che Lupi sa interpretare perfettamente. Ne risulta un documento d’estremo interesse politico, ma anche – meraviglioso merito – un libro le cui qualità letterarie sanno soddisfare i lettori più esigenti.


Fidel Castro. Biografia non autorizzata
Autore Gordiano Lupi
Editore A.CAR.
Pagine 250
Prezzo euro 15,00

sabato 12 novembre 2011

L'Avana dipinta con bombolette spray

di Yoani Sánchez
da Voces n.11 - Novembre 2011


È notte, il lampione all’angolo di strada non funziona e a quest’ora non passa neppure un’auto. Una mano agile e scarna estrae una bomboletta di pittura spray e lascia una firma sul muro che termina con una stella a cinque punte. La mattina dopo i vicini curiosi leggono la firma de “El Sexto” (Il Sesto) e si chiedono per quale motivo una persona si faccia chiamare con un numero cardinale. Il presidente del Comitato di Difesa della Rivoluzione (CDR), piuttosto contrariato, si occupa di occultare l’irriverente soprannome e di cancellare il disegno, ma si può star certi che il mattino successivo comparirà di nuovo.

Fermate di autobus, pareti di istituzioni ufficiali, bidoni della spazzatura e rovine dove un tempo c’era una casa, sono la tela sulla quale questo artista di strada realizza i suoi scarabocchi. Il suo soprannome è di per sé sarcastico, perché allude alla campagna governativa per la liberazione delle cinque spie cubane catturate negli Stati Uniti. Danilo Maldonado sembra il nome del personaggio di una telenovela e così il nostro pittore di strada ha scelto di chiamarsi “El Sexto”, perché venga reclamata anche la sua scarcerazione. Certo, la sua non è una prigione fisica, ma si tratta di una grave clausura rappresentata dalla mancanza di diritti.

L’Avana è ormai una città del secolo XXI e non perché i pochi periodici in circolazione facciano capire che ci troviamo nel 2011. Ben altri sono i segnali, i barlumi di modernità che ogni tanto escono fuori da una vecchia corazza. Abbiamo persino simpatiche e misteriose pitture sopra diverse pareti, timidi segnali di un’espressione cittadina che non trova spazio in luoghi più convenzionali.

Alcuni giovani osano lasciare un marchio colorato di acrilico sopra sagome di cartone e dipingono alcuni simboli in una colonna. Rapidi, appongono un marchio improvvisato in una città già segnata da un’eccessiva propaganda ufficiale.

È un fenomeno che vivacizza, anche se molti lo giudicano un danno alla proprietà collettiva o privata, perché si tratta di un linguaggio che va di pari passo alla retorica del potere, una sorta di grido composto di disegni colorati.

Molti paesi hanno già passato il periodo dei graffiti di strada, mentre noi avaneri, neofiti in una materia composta di messaggi dai molteplici significati, assistiamo estasiati e indignati alla loro comparsa. Il maestro per eccellenza di un’arte così spontanea è un ragazzotto magro conosciuto come “El Sexto”, autore di molti sberleffi grafici e persino di qualche critica al potere composta di frasi che sembrano frammenti di canzoni di hip hop.

“Sono in ogni luogo…”, ci grida da un pezzo di carta e, dopo aver diffuso un simile messaggio, i poliziotti vedono graffitari ovunque, sospettano che persino un infante possa nascondere una bomboletta spray nella sua carrozzina.

Qualche settimana fa, nella nostra scolorita capitale hanno arrestato l’artista più stravagante tra coloro che lavorano sulle facciate. El Sexto è stato obbligato a salire in un’auto da tre uomini robusti, che non si sono identificati ma di sicuro appartenevano alla polizia politica. È stato condotto in una stazione dall’aspetto così lugubre che avrebbe potuto ravvivarla solo un disegno di Danilo Maldonado. El Sexto è stato trattenuto in cella per quasi quattro giorni, perché confessasse il nome del mandante dei suoi arabeschi e delle frasi irriverenti.

Prima di tutto hanno cercato di fargli capire quanto fosse immaturo, dicendogli che se avesse messo il suo spray al servizio del discorso ufficiale lo attendeva un luminoso futuro. Ma il testardo artista non si è lasciato convincere. Ha risposto che quei graffiti sono frutto soltanto della sua immaginazione e che preferiva rischiare come pittore alternativo piuttosto che entrare a far parte del riconoscimento istituzionale.

Scontati quattro giorni di detenzione, è stato liberato ed è tornato nella sua strada, dopo aver firmato un Atto di Avvertenza. Quella stessa notte ha messo ancora una volta la sua firma sopra una parete dipinta da poco. Ma non è più la stessa cosa.

Prima di essere arrestato, El Sexto era una presenza anonima, occulta, che dipingeva negli spazi liberi; adesso sappiamo come si chiama, dove abita e persino il numero della sua carta d’identità. È diventato il nemico pittorico numero uno e la punizione che probabilmente gli infliggeranno lo allontanerà dai muri, dalle bombolette spray e da quelle mattinate avanere durante le quali la sua scarna mano cercava di ravvivare una città così scolorita.

Traduzione di Gordiano Lupi

venerdì 11 novembre 2011

A tu per tu con Yoani Sánchez


La morte di Laura Pollán, la cattura di Gheddafi, la polemica tra Pablo Milanés e Edmundo García e il suo recente scontro con la figlia del generale Raúl Castro su Twitter sono i temi di questa intervista concessa a martinoticias.com.

La filologa - blogger cubana Yoani Sánchez confessa di essere ogni giorno “più informatica e meno filologa”, ma non è così vero. Basta leggere (nel suo blog Generación Y) i bozzetti di una vita quotidiana - grigia e monotona - che molti lettori apprezzano come racconti di viaggio e altri come il sincero e poetico diario di una donna di 36 anni, cresciuta con “i cartoni animati russi” e con l’idea che nel suo paese è quasi tutto vietato.

Yoani è una donna minuta ma molto determinata. In questi giorni è tornata a far parlare di sé per uno scontro su Twitter con Mariela Castro, la figlia del generale Raúl Castro, dopo averle detto: “Qui nessuno mi può far tacere, negarmi il permesso di viaggiare, né impedirmi l’ingresso”. Un atto coraggioso, senza dubbio.

Hai dato il benvenuto a Mariela Castro su Twitter, ma la figlia del generale ha debuttato sul social network insultando invece di partecipare al dibattito. Che cosa puoi dirci in proposito?

Mariela Castro ha aperto questa settimana uno spazio su Twitter, rete sociale caratterizzata dal fatto che i cittadini parlano tra loro liberamente. Qui un presidente e un uomo politico non sono più importanti di chi li segue e chiede informazioni sul loro conto. Mariela Castro ha fatto una cosa buona a entrare su Twitter, ma purtroppo ha portato l’atteggiamento tipico della famiglia autoritaria che governa Cuba. Abbiamo avuto uno scambio di messaggi perché mi è venuto in mente di chiederle quando noi cubani potremo uscire dagli altri armadi, visto che Mariela Castro è una donna che si batte per il rispetto delle libere scelte sessuali, mentre a me interessa anche che si rispettino le differenze politiche e ideologiche che esistono in questa nazione. La mia domanda ha provocato una reazione molto dura, ma spero che in futuro il suo modo di fare migliori ed evolva verso una maggior tolleranza.

Quando parli di altri armadi ti riferisci alle libertà individuali?

Esattamente. Penso che la tolleranza non deve essere a settori e in una sola area della società, ma bisogna chiedere con forza che a Cuba venga depenalizzata la diversità ideologica e che sia possibile mostrare pubblicamente la propria preferenza politica senza essere puniti. Non dobbiamo essere condannati al partito unico, chi ha idee liberali e socialdemocratiche deve poterle esprimere liberamente e senza paura.

Mariela Castro dice nella sua risposta: “Il tuo concetto di tolleranza riproduce i vecchi meccanismi di potere”. Cosa avrà voluto dire?

Ti fai la stessa domanda che mi sto ponendo da ore. Cosa avrà mai voluto dire con queste parole Mariela Castro, proprio a me che sono una cittadina e non ho nessun potere? E poi, da quale pulpito viene la predica! Mariela è nata in quella che possiamo definire “la famiglia reale cubana”, che ha mantenuto il potere per oltre cinquant’anni… una frase così le si ritorce contro, è come un boomerang lanciato che finisce per cadere sulla sua fronte. “Vecchi meccanismi di potere”, come tutti possono vedere, è il sistema tenuto in piedi da Fidel e Raúl. Io non c’entro.

Questo scontro con la figlia del generale, un presidente al potere senza essere stato eletto democraticamente, non potrebbe causarti problemi? Non hai paura?

La paura c’è sempre. Ogni giorno temo che la polizia bussi alla mia porta, per portarmi via, giudicarmi e condannarmi a una lunga pena detentiva, come hanno fatto con altri. Ma questa rete sociale (Twitter), il mio blog e la mia voce che si fa sentire all’esterno, mi proteggono. La mia visibilità è il mio scudo protettivo, ma è anche un modo per essere nel mirino del governo e degli organi repressivi, che è una cosa molto pericolosa. Ho paura, ma la paura può avere tanti effetti: ti può paralizzare e farti nascondere sotto il letto, ma anche spingerti a correre proprio contro la fonte che produce questa paura, come capita a me.

Come ha accolto la dissidenza cubana la cattura e la successiva esecuzione del dittatore Gheddafi?

La cattura di Gheddafi e la sua morte è stata letta a Cuba in due modi. La prima è stata fatta dai cittadini. Ci siamo detti: è possibile farla finita con un governo autocratico, dittatoriale e invasivo che dura da decenni. Gheddafi cade, perché non potrebbe cadere anche il castrismo? Raúl Castro ha letto i fatti in altro modo. Si è detto che deve aumentare il controllo, la militarizzazione, la presenza della polizia nelle strade, nelle case, nei gruppi di opposizione, perché teme di fare la stessa fine di Gheddafi. Noi cubani viviamo tra la speranza che ci possa essere una fine e le misure profilattiche del governo, perché questa fine non arrivi.

C’è chi dice che Laura Pollán (leader delle Damas de Blanco) possa essere stata avvelenata. Cosa ne pensi?

Non ho conoscenze mediche tali da poter essere sicura di un fatto così grave. Ero presente in ospedale e posso dirti solo che i dottori non avevano le idee chiare sulla malattia di Laura. Per diagnosticare il dengue (che a Cuba è una malattia endemica) c’è voluto molto tempo, oltre cinque giorni per capire che si trattava di un dengue emorragico. Tutto questo pare incredibile in un sistema sanitario come quello cubano. Ma di qui a essere certa che sia stata avvelenata la strada è lunga e non me la sento di avvalorare questa tesi. Forse non è stato fatto tutto il possibile per salvarla…

In un certo senso ti consideri erede della lotta che Laura non ha potuto portare a termine?

Senza dubbio le Damas de Blanco e soprattutto la figura carismatica di Laura, hanno aperto una breccia dalla quale siamo passati in molti, non soltanto donne. Le Damas de Blanco sono riuscite a sottrarre al governo, per la prima volta in 50 anni, un pezzo di città, sono riuscite a dire ogni domenica, intorno alla Chiesa di Santa Rita: Percorriamo questa strada e non abbandoniamo questo spazio. Tutti siamo un poco debitori ed eredi di Laura. E adesso che è morta la sua figura è diventata una sorta di “luce guida”.

Come vedi il caso della detenzione di Nila Hernández, la sposa del presentatore Tony Cortés? C’è chi parla di un bluff…

Ho conosciuto Nila quando è venuta a settembre e mi sembra una persona energica, desiderosa di fare. Non me la sento di speculare sulle sue intenzioni e non ho niente in mano per accusarla. Posso dirti che molti attivisti sono indignati a Cuba per la sua lunga detenzione a Villa Marista. Ritengono che non abbia commesso i crimini dei quali è accusata: attentato alla sicurezza nazionale, trasmissione di notizie false e tendenziose. Siamo di fronte alla domanda di sempre. Fa parte della Sicurezza di Stato oppure no? Sono stanca di farmi queste domande. Ho 36 anni e ho vissuto con persone che passano la vita a chiedersi se il vicino è della CIA o della Sicurezza di Stato. Questa donna sta soffrendo, è detenuta, la sua famiglia è in difficoltà. Non abbiamo elementi per fare altre congetture.

Cosa pensi della famosa lettera di Pablo Milanés a Edmundo García?

Pablo è un uomo di grande caratura etica, molto più solida di Edmundo García. Parlo di un uomo (Milanés) che ha commesso molti errori, ma è stato capace di superarli e di cambiare; credo che sia una cosa importante. Un tempo è stata cantore del castrismo ma adesso è su posizioni molto critiche. Nel caso di Edmundo, si tratta di un “giornalista”, definiamolo così, che si dedica ad aggredire, a ripetere slogan e ad assecondare il discorso governativo. Sono stata molto contenta quando Pablo ha inviato a Edmundo García una lettera dura e sincera. Se lo meritava da molto tempo.

Hai detto: “Appartengo a una generazione che ha sempre pensato che quasi tutto è proibito”. Come fare per superare la paura, se tutto è vietato?

Ogni giorno bisogna alzarsi e scrollarsi di dosso l’autocensura. Frasi come “non me lo lasceranno fare” e “tanto è proibito”, non si devono pronunciare, perché servono solo a impedirci di andare avanti. Più della censura istituzionale e del controllo statale, c’è qualcosa dentro di noi che dobbiamo eliminare. Per questo dico sempre ai miei amici - tra il serio e il faceto - che sto già vivendo il post castrismo, perché non mi pongo limiti per esprimermi. Mi alzo e dico: “Oggi voglio essere un poco più libera”.

Mariela Castro ti ha mandato a studiare. Tu dove la manderesti?

Io sono un’eterna apprendista. A me piace molto studiare. Voglio passare il resto della mia vita studiando. Ma mi sembra molto arrogante quando due persone stanno cercando di fare un dialogo che una squalifichi l’altra dicendole che deve studiare. Un atteggiamento che mostra “una regina indignata perché una plebea ha osato rivolgerle la parola”. Certo che andrò a studiare, ma al tempo steso consiglierei a lei di studiare il modo di parlare, di comportarsi e di discutere nei social network. In rete non esistono gerarchie e nessuno pretende di impartire lezioni agli altri.


Gordiano Lupi

Il Quartiere Rosso e le vetrine cubane

di Yoani Sánchez – da El País
http://www.elpais.com/articulo/opinion/Barrio/Rojo/escaparates/cubanos/elpepuopi/20111110elpepiopi_5/Tes

A Cuba ufficialmente le prostitute non esistono, ma vengono perseguitate


Sorride con malizia, parla con la stampa, osserva le vetrine dalle quali le donne offrono prestazioni erotiche nel famoso Quartiere Rosso di Amsterdam. Mariela Castro è in visita in Olanda ma dedica una frase alla prostituzione cubana e allo spaccio di droga perpetrato sul lungomare avanero. Il suo modo di vestire impeccabile, il basco inclinato e uno sguardo amabile, fanno pensare che la figlia, senza dubbio, abbia una presenza più accettabile rispetto all’immagine severa di un padre ottantenne, che ricopre le cariche di generale e di presidente.

Mentre Raúl Castro lasciava la XXI Assemblea Iberoamericana in Paraguay, la direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale (Cenesex) percorreva e ammirava la zona più allegra della capitale olandese. Invitata a un congresso che aveva come tema la salute sessuale, ha parlato anche con alcune ragazze che esercitano il mestiere più antico del mondo. Alla fine si è detta colpita dal modo in cui queste donne riescono a “fare il loro lavoro con dignità”. Parole che sembravano un notevole passo avanti per una figlia della nomenclatura, che aveva fatto un discorso trasparente e coraggioso. In realtà, lontano dai microfoni di Radio Nederland, lo scenario è ben diverso e il modo di affrontare i problemi cambia radicalmente.

Merlyn ha appena compiuto 17 anni, da due anni vende il suo corpo a clienti stranieri che frequentano Cuba per turismo. È stata internata per sei mesi in un centro di rieducazione, dopo essere stata catturata di buon mattino nel Parque Central mentre era in trattative con un cliente. Teme le uniformi azzurre più dei fantasmi. Evita i poliziotti quando sono appostati agli angoli del centro storico, perché la sua carta d’identità dice ancora che vive a Mayarí, un paesino orientale. Di tanto in tanto, per non essere arrestata, deve pagare in natura qualche poliziotto.

Il “crimine” di questa ragazzina dal corpo fragile e gli occhi a mandorla è molto grave per la nostra rigorosa legislazione, perché oltre a esercitare la prostituzione è anche illegalmente residente all’Avana. Secondo il Decreto 217 pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale nell’aprile del 1997, dovrebbe rientrare immediatamente nel paese di origine se non possiede una residenza nella capitale. Per evitare che la facciano salire di nuovo su un treno e la riportino a casa con la forza, si è trovata un protettore. Lui procura i clienti e discute le tariffe mentre lei attende in un piccolo appartamento del Quartiere Cinese.

Merlyn non sa che esiste una zona di tolleranza nella lontana Olanda e non ha mai sentito parlare di prostitute unite in sindacato che concedono interviste alla stampa. “Non devi avvicinarti alle finestre”, le ha detto il mulatto con i denti d’oro che protegge una decina di ragazze. Per lei la sola vetrina disponibile è lo specchio che si trova davanti al letto.

Le prostitute cubane, definite una volta da Fidel Castro come “le più colte del mondo”, continuano a esistere, nonostante la mancanza di diritti e la volontà del sistema di non riconoscerle. Per anni il governo cubano si è vantato di aver completamente debellato questo “flagello del passato”. In realtà, erano tempi in cui il denaro valeva così poco da non potersi trasformare in beni o servizi. Molte donne avevano perso lo stimolo a guadagnarsi la vita con il sudore del loro pube. Nonostante tutto, sono sempre esistite persone disposte a concedere il loro corpo in cambio di privilegi che sul finire degli anni Ottanta erano riservati soltanto a militari e alti funzionari. Nei primi anni Novanta, con la crisi, le timide aperture all’impresa privata e la valanga di turisti che si è riversata sull’isola, abbiamo visto apparire di nuovo giovanissime prostitute per strada con i loro vestiti attillati. Erano le stesse ragazzine che pochi mesi prima avevano gridato a scuola, durante l’alzabandiera del mattino: “Pionieri per il comunismo. Saremo come il Che!”.

Le retate di polizia fuori dai locali da ballo, le condanne per il delitto di “pericolosità sociale” e gli arresti arbitrari contro queste donne hanno prodotto una diminuzione della loro presenza nei luoghi turistici. La discoteca Guanabo Club, un tempo presa d’assalto da ragazzine a caccia di italiani e canadesi, oggi è diventata un locale noioso e triste.

Invece di sradicare la prostituzione, i nostri governanti hanno spinto alla clandestinità migliaia di donne che adesso vengono gestite da un protettore e ricattate da poliziotti che si fanno pagare i loro servigi. La loro condizione è lontana anni luce dalla vita di quelle donne che Mariela Castro ha appena incontrato e lodato nel Quartiere Rosso olandese. L’illustre sessuologa ha visto le prostitute esibirsi in vetrina, mentre a Cuba suo padre le obbliga a condurre una vita squallida, nascoste dentro stanze senza finestre.


Traduzione di Gordiano Lupi

Yoani Sánchez è pubblicata in Italia da La Stampa - www.lastampa.it/generaciony ed è tradotta da Gordiano Lupi.

giovedì 10 novembre 2011

Prove di tolleranza

di Yoani Sanchez
da www.lastampa.it/generaciony


Alcuni anni fa avevo l’abitudine di usare un intercalare che mettevo all’interno di ogni frase. Un ripetitivo: “Mi comprendi?” che infastidiva persino i miei amici più comprensivi. Lo dicevo nei momenti meno opportuni, ma un bel giorno una persona mi ha dato una lezione: “Perché pensi che non ti comprenda? Non sarai tu quella che non sa spiegare?”. Il linguaggio può lasciarci senza vestiti in balia delle intemperie; le parole rivelano ciò che nascondiamo sotto lo smalto del buon umore. Le reti sociali sono diventate una passerella privilegiata dove ci mettiamo a nudo davanti agli sguardi curiosi dei lettori, degli amici e di una sterminata legione di critici. Ogni monosillabo che scriviamo su questi social network che raccolgono opinioni, mostra ciò che siamo.

Ricordo che al debutto su Twitter la mia voce era più impacciata, meno consapevole del pluralismo di opinioni che frequenta un simile spazio. Da agosto 2008, quando ho aperto il mio spazio in quel servizio di microblogging, ogni messaggio di 140 caratteri che ho pubblicato mi ha fatto diventare una persona più tollerante e rispettosa. Per questo motivo sono rimasta molto sorpresa dalla replica di Mariela Castro alla domanda che le ho rivolto con un tweet: “Quando noi cubani potremo uscire dagli altri armadi e sentirci liberi in ogni frangente della nostra vita?”.

Ha risposto con un attacco personale che mi ha lasciato senza parole. Non mi aspettavo una mano tesa e pronta al dialogo, questo è chiaro, ma neppure tanta arroganza. So bene di dover studiare, proprio come lei mi ha suggerito, lo continuerò a fare fino a quando i miei occhi non saranno capaci di distinguere le parole scritte sui libri e le mie dita reumatiche non potranno scrivere sopra una tastiera. A parte questo, riesco già a capire che eludere una domanda aggredendo l’interlocutore per dire che non ha studiato abbastanza è un atto di superbia. Vista la reazione, come sarebbe stato trattato un contadino diplomato alla scuola elementare che avesse provato a rivolgere domande alla direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale?

Ritengo che l’aggressione verbale sia un’abitudine curabile, proprio come il mio vecchio e fastidioso intercalare di cui mi sono liberata. Si allena il tono, si acquista tolleranza e l’udito si abitua ad ascoltare gli altri. Twitter è una magnifica terapia per apprendere. Penso che con il passare dei giorni, mentre Mariela Castro continuerà a pubblicare, capirà meglio le regole del dialogo democratico, senza gerarchie, dove nessuno pretende di impartire lezioni agli altri. Quando arriverà questo momento, la attendo per conversare, prendere un caffè e per “studiare” insieme - perché no? - il lungo e difficile percorso che abbiamo davanti.

Traduzione di Gordiano Lupi

Yoani Sánchez ribatte alle accuse di Mariela Castro

Una vignetta di Guamà su come replicare a Mariela

Twitter vuol dire uguaglianza e l’arroganza non porta lontano

“Su Twitter siamo tutti uguali e non si impartiscono lezioni. I presidenti non mandano messaggi ai cittadini e le personalità importanti non infieriscono sulle piccole! Siamo qui per imparare. Le mie domande a Mariela Castro sono state poste con grande rispetto, come sempre mi sono rivolta a lei, come farò sempre, anche il giorno in cui potremo avere un dialogo faccia a faccia”, ha detto Yoani Sánchez che si è sempre visto vietare l’ingresso alle conferenze della direttrice del CENESEX per timore che facesse domande scomode.

Mariela Castro, figlia di Raúl Castro e direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale (CENESEX), si è scagliata contro la blogger Yoani Sánchez e altri attivisti che hanno accolto il suo debutto in rete con critiche e domande.

“Spregevoli parassiti, avete ricevuto l’ordine da chi vi paga di rispondermi contemporaneamente e con lo stesso copione prestampato? Siate più creativi”, ha scritto Mariela su Twitter.

“Benvenuta nel mondo pluralista di Twitter, @CastroEspinM, qui nessuno mi può far tacere, non possono negarmi l’autorizzazione a viaggiare né impedirmi di entrare”, aveva scritto la Sánchez in un messaggio precedente.

Il regime, infatti, nega a Yoani Sánchez il permesso di viaggiare all’estero. L’ultima occasione per impedirne l’uscita è stata pochi giorni fa, quando la blogger avrebbe dovuto recarsi in Spagna per ritirare un premio conferitole dall’associazione HazteOir.

Yoani Sánchez viene seguita su Twitter da 174.000 persone e manda avanti il blog cubano più letto e premiato nel mondo: Generación Y.

“Permetta una domanda, Mariela: Quando noi cubani potremo uscire dagli altri armadi e sentirci liberi in ogni frangente della nostra vita?”, ha scritto la Sánchez martedì su Twitter, alludendo alla campagna che la figlia del generale Castro sta portando avanti a favore dei diritti degli omosessuali. La risposta di Mariola non si è fatta attendere: “Il tuo concetto di tolleranza riproduce vecchi meccanismi di potere. Per migliorare i tuoi servizi hai bisogno di studiare”.

“Cosa possiamo sperare da te, Mariela, quando cerchi soltanto di manipolare i gay a Cuba?”, ha chiesto Ignacio Estrada, noto attivista del movimento omosessuale alternativo, fresco sposo della transessuale Wendy Iriepa, costretta a lasciare il posto di lavoro nel CENESEX per aver voluto sposare un dissidente.

Alen Lauzán, autore del periodico umoristico Guamá, ha affermato che con l’arrivo di @CastroEspinM su Twitter, “i collaboratori della rivista satirica dovranno fare gli straordinari anche se non sono pagati dalla CIA”. “Benvenuta Mariela, questa non è casa tua, ma preparati al coro, perchè qui c’è vera democrazia”, ha aggiunto.

Yoani e Mariela

Yoani Sánchez ha detto che il dibattito in rete è molto importante, pur con le difficoltà di connessione e di accesso, visto che nello scenario politico cubano è praticamente impossibile avere uno scambio di opinioni. “A Cuba negli ultimi mesi c’è stata un’esplosione di utilizzatori di Twitter che ci consente di ascoltare molte voci indipendenti”, ha scritto la blogger. “Sono entusiasta della tecnologia, perché in quattro anni mi ha reso molto più libera, nonostante la volontà politica che anima il mio governo”, ha aggiunto.

Il regime accusa i blogger dissidenti, che inviano messaggi alla rete fuori dal controllo ufficiale, di essere soldati di una ciberguerra organizzata da Washington. Yoani sostiene che non è una ciberguerra ma una cibernascita e precisa: “Il Governo cubano parla sempre di Cuba come di una piazza sotto assedio e terrorizza i cittadini descrivendo il pericolo di un’invasione. Ero piccola che sentivo certi discorsi e ancora non sono cambiati. Ormai sono vaccinata da questo tipo di accuse e di minacce verbali”, ha concluso Yoani.

Il debutto governativo su Twitter non poteva essere più contrastato. Mariela Castro dovrà rendersi conto che in rete le gerarchie non contano e che non si possono mettere a tacere tanto facilmente le voci scomode.

Gordiano Lupi